«L’economia invisibile vale 197,6 miliardi» e «ruba 3.350 euro a ogni italiano». La notizia colpisce perché trasforma una grandezza economica complessa in una perdita personale facilmente immaginabile. Prima di accettare quella conclusione, però, occorre chiedersi che cosa sia stato effettivamente misurato.

Il dato ripreso dal Focus Censis–Confcooperative proviene dalle stime ISTAT riferite al 2023, citando un articolo dell’Agenzia di stampa ANSA. L’Istituto quantifica in 197,57 miliardi di euro il valore aggiunto dell’economia sommersa, pari al 9,2% del PIL. Di questi, 108,17 miliardi sono attribuiti alla sotto dichiarazione delle imprese, 77,17 miliardi al lavoro irregolare e 12,23 miliardi ad altre componenti, tra cui affitti non dichiarati, mance e aggiustamenti statistici. Le attività illegali sono conteggiate separatamente: includendole, l’economia non osservata raggiunge 217,54 miliardi (ISTAT, L’economia non osservata nei conti nazionali, anni 2020–2023, 17 ottobre 2025).

La parola decisiva è stima. ISTAT non ha individuato e sommato 197,57 miliardi di incassi occultati. Per valutare la sotto dichiarazione confronta i dati economici delle imprese con soglie e modelli statistici costruiti tenendo conto, tra l’altro, di settore, dimensione e territorio. Per il lavoro irregolare integra indagini sulle forze di lavoro e archivi amministrativi, stima le ore non regolari e attribuisce loro un valore prodotto. Sono procedure documentate; i risultati dipendono tuttavia dalla capacità dei modelli di distinguere il sommerso da altre ragioni per cui redditi e produttività risultano inferiori ai valori di confronto (ISTAT, L’economia non osservata nei conti nazionali, nota metodologica).

Lo stesso rapporto ISTAT avverte che una parte degli aggiustamenti ottenuti riconciliando le stime della domanda e dell’offerta può riflettere fenomeni puramente statistici oppure sommerso non colto dagli altri metodi, senza che sia possibile stabilire in quale proporzione. Non è una ragione per liquidare l’intera rilevazione. È una ragione per non attribuire ai suoi decimali la certezza di un accertamento contabile (ISTAT, L’economia non osservata nei conti nazionali, definizioni e metodologia).

C’è poi una domanda elementare: dove si trovano quei soldi? I 197,57 miliardi rappresentano un flusso annuo di valore aggiunto, non uno stock di banconote custodite da qualche parte. Un idraulico può ricevere un pagamento non dichiarato e spenderlo dal dentista; il dentista può pagare un altro professionista, che infine compra beni in un negozio con regolare scontrino. Il denaro può passare più volte di mano. La vendita registrata dal negozio, però, non rende retroattivamente dichiarate le prestazioni precedenti.

Abbiamo confrontato i dati ufficiali dello stesso anno. Banca d’Italia stima che al 31 dicembre 2023 circolassero in Italia banconote per 197,7 miliardi di euro: una cifra quasi identica ai 197,57 miliardi di valore aggiunto sommerso stimati da ISTAT. Il rapporto è circa 1 a 1. Questa somiglianza non dimostra che tutto il sommerso sia stato pagato in contanti, né che ogni banconota abbia finanziato una sola operazione. Confronta infatti uno stock rilevato a fine anno con un flusso riferito all’intero anno; inoltre, non tutte le banconote circolanti vengono necessariamente usate per pagare (Banca d’Italia, Relazione sulla gestione e sulle attività 2023; ISTAT, L’economia non osservata nei conti nazionali).

Banca d’Italia pubblica anche un indice di turnover delle banconote pari a 0,77 nel 2023. Il nome potrebbe far pensare al numero di volte in cui una banconota viene spesa. Non è così: l’indice confronta i biglietti immessi e rientrati presso le filiali della banca centrale con quelli stimati in circolazione. Non registra i passaggi fra cittadini e imprese. Usarlo per calcolare quante banconote siano occorse al sommerso sarebbe dunque metodologicamente scorretto (Banca d’Italia, Relazione sulla gestione e sulle attività 2023, figura 3.2).

Arriviamo così al limite della narrazione iniziale. Non conosciamo, dai 197,57 miliardi, né l’ammontare dei pagamenti che hanno generato quel valore aggiunto, né la quota regolata in contanti, né quante volte quel contante sia stato riutilizzato. Non possiamo quindi convertirli in una quantità verificata di «denaro nero» o sostenere che esistano 197,57 miliardi sottratti alla circolazione ordinaria.

Ancora meno possiamo affermare che ogni italiano abbia perso 3.350 euro. Quella cifra è ottenuta dividendo la stima del valore aggiunto sommerso per la popolazione. Non misura una perdita individuale e non coincide con le imposte e i contributi non versati. La produzione sommersa può essere reale e il danno fiscale e concorrenziale può esserlo altrettanto; per quantificarli occorrono però grandezze e metodi appropriati.

Una discussione seria dovrebbe partire proprio da qui: rendere visibili le ipotesi dietro la stima, chiarire ciò che i dati non consentono di verificare e tenere distinti valore prodotto, denaro circolante e gettito perduto. Solo così un numero utile a studiare il sommerso smette di essere presentato come il conto già pagato da ciascun cittadino.

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