Il rapporto fra deficit e prodotto interno lordo dell’Italia non è sceso sotto il 3% nel 2025. Secondo i conti pubblicati dall’ISTAT il 22 settembre 2026, si è attestato al 3,1%, in miglioramento rispetto al 3,4% del 2024. La differenza dalla soglia europea appare piccola quando viene espressa in percentuale. Per comprenderne il significato occorre però guardare agli importi che formano quel rapporto e al momento in cui le spese vengono attribuite ai conti pubblici (ISTAT, Conti economici nazionali – Anni 2010-2025, 22 settembre 2026).

Cominciamo da una distinzione essenziale. Il limite del 3% riguarda il deficit/PIL, non il debito/PIL. Il deficit è il disavanzo prodotto in un anno: la differenza fra le uscite e le entrate delle amministrazioni pubbliche. Il debito è invece l’ammontare delle passività accumulate nel tempo, misurato a una certa data. Possiamo pensare al deficit come al risultato negativo di un esercizio e al debito come a uno stock che porta con sé anche gli effetti degli esercizi precedenti. Sono collegati, ma non coincidono (Consiglio dell’Unione europea, Excessive deficit procedure; Eurostat, Government deficit and debt).

Come si ottiene il 3,1%? Nel 2025 le entrate complessive delle amministrazioni pubbliche sono state pari a 1.087,919 miliardi di euro e le uscite a 1.157,655 miliardi. Sottraendo le entrate dalle uscite si ottiene un deficit di 69,736 miliardi. Il PIL dello stesso anno, espresso a prezzi correnti, è stimato in 2.265,003 miliardi. Dividendo 69,736 per 2.265,003 e moltiplicando per cento si ottiene 3,079%, arrotondato dall’ISTAT al 3,1% (ISTAT, Conti economici nazionali – Anni 2010-2025, prospetti 1 e 9).

A quanto corrisponde, dunque, la distanza dal limite? Il 3% del PIL 2025 vale 67,950 miliardi di euro. Poiché il deficit è stato di 69,736 miliardi, il superamento effettivo è di circa 1,786 miliardi, pari a 0,079 punti percentuali di PIL. Si tratta di un importo preciso nei conti oggi disponibili, anche se le stime dei conti nazionali possono essere aggiornate quando arrivano informazioni più complete. La revisione di settembre, per esempio, ha modificato sia il PIL sia il deficit in euro rispetto ai dati pubblicati in precedenza, lasciando il rapporto arrotondato al 3,1% (ISTAT, Conti economici nazionali – Anni 2010-2025, prospetto 9).

Per leggere correttamente le entrate e le uscite bisogna poi chiarire quando vengono registrate. Il deficit utilizzato per la procedura europea segue le regole della contabilità nazionale per competenza economica: in linea generale, un’operazione viene attribuita al periodo in cui matura, non semplicemente a quello in cui avviene il pagamento. Se un’amministrazione riceve una prestazione a dicembre e la paga a febbraio, rinviare il pagamento non equivale, di per sé, a cancellare la spesa dal deficit di dicembre. Per imposte e contributi, che possono partire da dati sugli incassi, le regole europee prevedono trattamenti specifici per ricondurli al periodo pertinente (Eurostat, Methodology – Government finance statistics and EDP statistics; Eurostat, Manual on Government Deficit and Debt).

È qui che l’onda lunga del Superbonus diventa rilevante. L’agevolazione fu introdotta con il decreto Rilancio del 2020, durante il governo Conte II, e la sua disciplina è stata modificata negli anni successivi (Agenzia delle Entrate, Superbonus 110%; decreto-legge n. 34/2020, art. 119).

In un’audizione parlamentare dell’aprile 2026, l’ISTAT ha quantificato in poco meno di 8,4 miliardi di euro la spesa per Superbonus attribuita al 2025 nel conto delle amministrazioni pubbliche allora notificato a Eurostat. Ha inoltre spiegato che lo scostamento del deficit dal 3% previsto dal Governo era riconducibile principalmente alle maggiori spese connesse ai crediti d’imposta del Superbonus, solo in parte compensate da entrate risultate più favorevoli delle attese (ISTAT, Esame del Documento di finanza pubblica 2026, audizione del 28 aprile 2026).

Il confronto numerico aiuta a capire la portata del fenomeno. Se, solo per esercizio aritmetico, sottraessimo circa 8,4 miliardi al deficit 2025 aggiornato di 69,736 miliardi e lasciassimo invariati PIL e tutte le altre voci, il rapporto scenderebbe intorno al 2,71%. La spesa Superbonus attribuita al 2025 è dunque ampiamente superiore agli 1,786 miliardi che separano il deficit dalla soglia. Questa simulazione non rappresenta una stima ufficiale di ciò che sarebbe accaduto senza l’agevolazione: una politica pubblica può avere effetti anche sull’attività economica e su altre entrate e uscite (elaborazione sui dati ISTAT, Conti economici nazionali, settembre 2026, e Audizione sul Documento di finanza pubblica, aprile 2026).

Occorre inoltre evitare di sommare due volte lo stesso costo. Una parte dei crediti edilizi maturati negli anni precedenti viene utilizzata oggi per compensare imposte. Questo utilizzo può incidere sulla cassa dello Stato e sul debito nel 2025, pur riferendosi a una spesa già attribuita per competenza al deficit di un anno precedente. L’ISTAT segnala proprio gli effetti di cassa dei crediti edilizi pregressi fra i fattori che contribuiscono all’aumento del debito attraverso gli aggiustamenti stock-flussi (ISTAT, Esame del Documento di finanza pubblica 2026).

Se vogliamo calcolare anche il rapporto debito/PIL, dobbiamo quindi cambiare numeratore: utilizziamo il debito pubblico a fine anno, non il deficit prodotto durante l’anno. Nei conti aggiornati a settembre, il debito a fine 2025 è indicato in 3.095,888 miliardi di euro. Diviso per il PIL nominale aggiornato di 2.265,003 miliardi, dà circa 136,7%. Anche questo rapporto può variare quando viene rivista la stima del PIL; resta distinto dal 3,1% del deficit e dalla soglia del 3% (ISTAT, Conti economici nazionali – Anni 2010-2025, prospetto 4).

Sul piano politico, è legittimo chiedere conto al Governo del risultato complessivo e delle sue previsioni. È altrettanto necessario, però, riconoscere la provenienza delle voci che compongono quel risultato. Contestare il mancato rientro sotto il 3% senza richiamare il peso che l’ISTAT attribuisce al Superbonus significa lasciare fuori dall’analisi una delle informazioni decisive. La responsabilità per l’introduzione della misura, quella per le modifiche intervenute in seguito e quella per la gestione attuale dei conti pubblici vanno esaminate ciascuna per ciò che ha prodotto, senza confonderle.

Il dato conclusivo è semplice: il deficit 2025 supera il 3% per circa 1,8 miliardi di euro; l’ISTAT ha stimato in poco meno di 8,4 miliardi la spesa Superbonus attribuita a quello stesso anno e ha indicato nelle maggiori spese per quei crediti la causa principale dello scostamento dalla previsione governativa. Sono fatti che non eliminano il giudizio politico, ma gli danno una base numerica verificabile.

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