Quando si afferma che le tasse non sono aumentate, il pensiero corre subito alle aliquote: l’IRPEF, l’IVA, le imposte sulle imprese. Eppure la pressione fiscale può crescere anche senza un aumento generalizzato di quelle aliquote. È quanto emerge dal confronto tra il 2024 e il 2025, che merita di essere letto partendo da una domanda semplice: quanto preleva complessivamente lo Stato dall’economia?

Secondo i conti nazionali aggiornati dall’ISTAT il 22 settembre 2026, nel 2024 imposte e contributi ammontavano a 933,1 miliardi di euro; nel 2025 sono saliti a 971,7 miliardi. La differenza è di 38,5 miliardi, pari al 4,1%. Nello stesso periodo il PIL, misurato a prezzi correnti, è cresciuto del 2,5%. Poiché il prelievo è aumentato più rapidamente del PIL, la pressione fiscale è passata dal 42,2% al 42,9%: 0,7 punti percentuali in più (ISTAT, Conti economici nazionali – Anni 2010-2025, prospetto 4 e sezione «Entrate e uscite delle amministrazioni pubbliche»).

Per comprendere il dato, bisogna guardare dentro quei 38,5 miliardi. Le imposte dirette sono aumentate di 2,3 miliardi e quelle indirette di 7,2 miliardi. L’incremento più consistente riguarda invece i contributi sociali, passati da 278,1 a 305,8 miliardi: 27,7 miliardi in più, circa il 72% dell’aumento complessivo del prelievo. Questa percentuale descrive dove si è concentrata la crescita delle entrate; da sola non misura quanto ogni singola causa abbia contribuito a produrla (ISTAT, Conti economici nazionali – Anni 2010-2025, prospetti 4 e 9; elaborazione sui dati ISTAT).

Che cosa è accaduto ai contributi? L’ISTAT indica tra le ragioni del loro aumento la cessazione degli esoneri sulla quota contributiva a carico dei lavoratori dipendenti (ISTAT, Conti economici nazionali – Anni 2010-2025, sezione «Entrate e uscite delle amministrazioni pubbliche»).

La storia di questa misura aiuta a capire il passaggio. Lo sgravio sulla quota di contributi pagata dal lavoratore fu introdotto con la legge di bilancio 2022, durante il Governo Draghi, nella misura iniziale di 0,8 punti percentuali; nella seconda parte del 2022 fu portato a 2 punti. Il Governo Meloni lo prorogò per il 2023 e lo rafforzò, da luglio di quell’anno, fino a 6 o 7 punti percentuali, secondo la retribuzione. La legge di bilancio 2024 lo confermò per quell’anno alle stesse misure, entro i limiti retributivi previsti (INPS, comunicazioni sull’esonero contributivo per il 2022, il 2023 e il 2024; decreto-legge n. 48/2023, art. 39).

Nel 2025 il Governo Meloni non ha rinnovato quell’esonero contributivo generalizzato. Ha scelto un meccanismo diverso per sostenere i redditi da lavoro dipendente: un importo non imponibile per redditi fino a 20.000 euro e un’ulteriore detrazione fiscale per redditi compresi, secondo le regole previste, tra 20.000 e 40.000 euro (Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Legge di Bilancio 2025: le misure per lavoratori, imprese e famiglie).

La differenza può sembrare tecnica, ma nei conti pubblici è concreta. Immaginiamo una busta paga sulla quale, nel 2024, il lavoratore beneficiava di uno sconto sui contributi. Nel 2025 quello sconto cessa: i contributi tornano a essere versati nella misura ordinaria. Il lavoratore può ricevere un beneficio attraverso le nuove misure fiscali, ma uno sconto sui contributi e un beneficio fiscale sono due strumenti diversi, che incidono su voci diverse dei conti nazionali. Per questo non si può dedurre dall’aumento dei contributi che tutti i lavoratori abbiano perso la stessa cifra netta in busta paga; per verificarlo occorre confrontare casi individuali e applicare entrambe le discipline.

Anche l’affermazione secondo cui «le tasse non sono aumentate» richiede dunque una precisazione. Se significa che non vi è stato un aumento generalizzato delle aliquote dei principali tributi, descrive solo una parte del quadro. Se viene intesa come «lo Stato non preleva di più», i dati ISTAT raccontano altro: nel 2025 il prelievo fiscale e contributivo è cresciuto di 38,5 miliardi e il suo peso sul PIL è aumentato (ISTAT, Conti economici nazionali – Anni 2010-2025, prospetto 4).

La conclusione è che la mancata riconferma nel 2025 degli sgravi contributivi è un fattore centrale dell’aumento della pressione fiscale. I contributi sociali rappresentano la parte nettamente maggiore della crescita del prelievo e l’ISTAT collega esplicitamente il loro incremento anche alla cessazione degli esoneri. Sarebbe però scorretto attribuire tutti i 27,7 miliardi di maggiori contributi, o l’intero aumento di 0,7 punti della pressione fiscale, alla sola fine dello sgravio: incidono anche l’andamento dell’occupazione, delle retribuzioni e delle altre imposte. La distinzione necessaria è questa: il Governo può rivendicare le misure fiscali introdotte nel 2025, ma il mancato rinnovo di uno sconto contributivo già presente nel 2024 ha contribuito a far crescere il prelievo registrato nei conti pubblici (ISTAT, Conti economici nazionali – Anni 2010-2025, sezione «Entrate e uscite delle amministrazioni pubbliche»).

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