L’esperienza del Superbonus consente finalmente di confrontare la teoria con i dati, ma dimostra anche che la cedibilità non cancella le regole monetarie e i vincoli di bilancio

Nel dibattito economico italiano la Moneta Fiscale viene presentata come uno strumento capace di aumentare la capacità di spesa dello Stato senza ricorrere immediatamente all’emissione di nuovi titoli pubblici e, quindi, senza accrescere nello stesso momento il debito pubblico.

Il meccanismo appare semplice. Lo Stato attribuisce a famiglie e imprese crediti fiscali utilizzabili, dopo un determinato periodo, per compensare imposte, contributi e altri obblighi verso la pubblica amministrazione. Se questi crediti possono essere ceduti, il beneficiario non è costretto ad attendere la scadenza: può trasferirli a un altro soggetto ricevendo in cambio euro, beni o servizi.

Da questa possibilità viene fatta discendere una conclusione molto più impegnativa: il credito fiscale trasferibile diventerebbe una moneta aggiuntiva, complementare o persino parallela rispetto all’euro.

L’affermazione contiene una parte di verità. Un credito fiscale cedibile può aumentare il potere d’acquisto disponibile e svolgere alcune funzioni simili a quelle monetarie. Ma rischia di diventare semplicistica quando si dimenticano la definizione economica di moneta, la differenza tra moneta e attività finanziaria, le regole europee sulla politica monetaria, il ruolo della Banca centrale europea e, soprattutto, il futuro effetto sui conti pubblici.

Oggi, peraltro, non si è più costretti a discutere soltanto sul piano teorico. Il Superbonus italiano, insieme al meccanismo dello sconto in fattura e della cessione, costituisce un’esperienza di dimensioni sufficientemente ampie per verificare molti degli effetti economici dei crediti fiscali trasferibili.

Non rappresenta la prova definitiva di qualsiasi possibile Moneta Fiscale, perché fu caratterizzato da un’aliquota eccezionalmente elevata e dalla concentrazione quasi esclusiva nel settore edilizio. Rappresenta, tuttavia, il più importante esperimento italiano disponibile. Ignorarlo significherebbe rinunciare proprio a quei dati che possono permettere di distinguere una costruzione teorica da una politica economica realmente sostenibile.

La cedibilità non trasforma automaticamente un credito in moneta

Non tutto ciò che può essere ceduto è moneta.

Sono trasferibili le obbligazioni, le cambiali, i crediti commerciali, le azioni, i buoni acquisto e molti altri strumenti finanziari. La possibilità di trasferire un’attività ne aumenta la liquidità, cioè la facilità con la quale può essere scambiata o trasformata in euro. Ma liquidità e moneta non sono sinonimi.

Secondo la definizione economica tradizionale, richiamata anche dalla Banca centrale europea, la moneta svolge tre funzioni:

  • è unità di conto, perché permette di esprimere e confrontare i prezzi;
  • è mezzo di scambio o di pagamento, perché viene generalmente accettata per acquistare beni e servizi ed estinguere obbligazioni;
  • è riserva di valore, perché permette di trasferire nel tempo una parte del potere d’acquisto.

La BCE richiama espressamente queste tre funzioni. Banca centrale europea, “What is money?”

Un credito fiscale denominato in euro svolge certamente una funzione di riserva di valore, perché attribuisce al titolare la possibilità di pagare meno imposte in futuro. Si appoggia inoltre all’euro come unità di conto: un credito fiscale di 1.000 euro viene misurato attraverso la moneta ufficiale e non mediante una propria unità monetaria autonoma.

La funzione più problematica è quella di mezzo di pagamento generalmente accettato.

Il credito viene necessariamente riconosciuto dallo Stato nei limiti e alle condizioni previste dalla legge. Non è invece detto che venga accettato da un lavoratore come retribuzione, da un supermercato per il pagamento della spesa, da una banca per il rimborso di un mutuo o da un’impresa straniera per la vendita di un macchinario.

La cedibilità permette di cercare un acquirente, ma non determina l’accettazione generale. L’acquirente potrebbe inoltre riconoscere 90 o 95 euro per un credito del valore nominale di 100. L’esistenza dello sconto dimostra che il credito fiscale non è necessariamente equivalente all’euro. Il suo prezzo dipende dalla scadenza, dalla certezza giuridica, dalla possibilità di compensazione e dalla fiducia nella continuità dell’impegno assunto dallo Stato.

La definizione più corretta è pertanto questa:

Un credito fiscale trasferibile è un’attività finanziaria garantita dalla capacità tributaria futura dello Stato. Può acquistare un elevato grado di liquidità e svolgere alcune funzioni quasi monetarie, ma la sola cedibilità non lo trasforma automaticamente in moneta.

Moneta aggiuntiva o capacità di spesa aggiuntiva?

I sostenitori della Moneta Fiscale individuano correttamente un effetto economico reale. L’attribuzione di crediti cedibili può aumentare la capacità di spesa senza che lo Stato raccolga preventivamente euro mediante nuove imposte o con il collocamento di titoli pubblici.

Si immagini che un’impresa riceva un credito fiscale del valore nominale di 100. L’impresa potrebbe conservarlo fino alla scadenza e utilizzarlo per pagare meno imposte oppure cederlo a una banca o a un’altra impresa ricevendo, per esempio, 90 euro.

Nel secondo caso dispone immediatamente di 90 euro da utilizzare per pagare lavoratori, fornitori o investimenti. Il credito ha quindi anticipato potere d’acquisto.

Non necessariamente, però, sono stati creati 100 nuovi euro.

L’acquirente potrebbe aver utilizzato euro già presenti sul proprio conto corrente. In questo caso si sarebbe verificato un trasferimento di liquidità da un soggetto all’altro. Potrebbe invece essere intervenuta una banca concedendo un nuovo finanziamento: in questo secondo caso sarebbe stata creata anche nuova moneta bancaria, ma attraverso il normale processo creditizio e non per effetto automatico dell’emissione del credito fiscale.

La differenza non è soltanto terminologica. La politica monetaria europea condiziona la creazione di moneta bancaria attraverso i tassi di interesse, le operazioni di rifinanziamento, le condizioni di liquidità, la vigilanza e i requisiti patrimoniali. Un credito fiscale nasce invece da una decisione di politica di bilancio.

Appare quindi più corretto parlare inizialmente di potere d’acquisto fiscale aggiuntivo. Il credito può produrre effetti simili a quelli di un’espansione monetaria, ma non coincide necessariamente con la creazione di euro.

Perché il credito fiscale non entra automaticamente nella quantità di moneta

La Banca centrale europea misura la quantità di moneta attraverso gli aggregati M1, M2 e M3.

M1 comprende le banconote e le monete metalliche in circolazione, oltre ai depositi bancari immediatamente utilizzabili. M2 comprende M1 e alcune forme di deposito con scadenza o preavviso. M3 comprende anche altri strumenti liquidi emessi dalle istituzioni finanziarie monetarie, tra cui quote di fondi monetari, operazioni pronti contro termine e titoli di debito con durata fino a due anni. Banca centrale europea, “Monetary aggregates”

Un credito fiscale trasferibile non entra automaticamente in questi aggregati. Non è una banconota, non è un deposito bancario convertibile alla pari e non è necessariamente una passività emessa da un’istituzione finanziaria monetaria.

Ciò non significa che sia economicamente irrilevante. Significa che l’espressione “moneta aggiuntiva” viene adoperata in senso funzionale ed inappropriato e non secondo la definizione statistica utilizzata dall’Eurosistema.

Quando il credito fiscale si avvicina a una moneta parallela

Il credito assumerebbe un carattere sempre più monetario se fosse:

  • liberamente trasferibile tra un numero indefinito di soggetti;
  • frazionabile;
  • utilizzabile attraverso piattaforme di pagamento;
  • spendibile per beni, servizi e retribuzioni;
  • facilmente convertibile in euro;
  • scambiato stabilmente alla pari;
  • utilizzabile entro un periodo sufficientemente lungo;
  • diffusamente accettato dalla collettività.

In presenza di queste caratteristiche non si avrebbe più soltanto un incentivo tributario cedibile. Si formerebbe un circuito di pagamento fondato su un’attività garantita dalla futura capacità dello Stato di riscuotere imposte. in monta corrente

La Moneta Fiscale potrebbe quindi diventare moneta in senso economico attraverso l’uso e l’accettazione sociale, pur senza acquisire formalmente corso legale.

Proprio in questo passaggio sorgerebbe il problema istituzionale: quanto più il credito viene progettato per comportarsi come una moneta, tanto più si allontana dalla normale politica fiscale e si avvicina alla politica monetaria.

La politica monetaria dell’eurozona non appartiene ai singoli Stati

L’articolo 3 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea attribuisce all’Unione la competenza esclusiva in materia di politica monetaria per gli Stati che hanno adottato l’euro.

L’articolo 127 stabilisce che l’obiettivo principale del Sistema europeo delle banche centrali, il SEBC, è il mantenimento della stabilità dei prezzi. Il SEBC è composto dalla Banca centrale europea e dalle banche centrali nazionali dei Paesi dell’Unione.

L’articolo 128 attribuisce alla BCE il diritto esclusivo di autorizzare l’emissione delle banconote in euro. Le banconote emesse dalla BCE e dalle banche centrali nazionali sono le sole ad avere corso legale nell’Unione. Le monete metalliche vengono emesse dagli Stati, ma il volume deve essere approvato dalla BCE. Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, articolo 127 e Protocollo sullo Statuto del SEBC e della BCE

La Corte di giustizia ha inoltre affermato che il concetto di corso legale dell’euro appartiene al diritto dell’Unione e deve essere interpretato uniformemente. Corte di giustizia, cause riunite C-422/19 e C-423/19

Queste norme non rendono automaticamente illegittimo un credito fiscale trasferibile. Gli Stati continuano a introdurre detrazioni, deduzioni, compensazioni e crediti d’imposta. Non risulta neppure una sentenza della Corte di giustizia che abbia già qualificato una specifica proposta italiana di Moneta Fiscale come emissione monetaria vietata.

La qualificazione dipenderebbe dal funzionamento concreto.

Se lo strumento rimanesse un credito tributario circoscritto, trasferibile secondo regole precise e utilizzabile a scadenza, prevarrebbe la natura fiscale. Se venisse costruito per circolare generalmente, sostituire l’euro nei pagamenti e produrre intenzionalmente una quantità nazionale di moneta, si porrebbe seriamente la questione dell’interferenza con una competenza monetaria attribuita all’Unione.

Non è quindi il nome attribuito allo strumento a determinarne la natura. Contano l’obiettivo, il funzionamento e gli effetti.

Il credito fiscale non è un BTP, ma non è privo di costo

Un credito fiscale non è giuridicamente equivalente a un Buono del Tesoro poliennale, il BTP.

Con l’emissione di un BTP lo Stato riceve denaro, assume l’obbligo di rimborsare il capitale e paga normalmente interessi. Il titolo entra nel debito pubblico fin dal momento dell’emissione.

Con il credito fiscale lo Stato non riceve denaro in prestito, non promette il rimborso di un capitale e non paga necessariamente interessi. Riconosce invece al titolare la possibilità di ridurre le imposte future.

È pertanto scorretto sostenere che il credito fiscale sia debito esattamente come un BTP.

Sarebbe però altrettanto scorretto dedurne che non produca alcun costo. Quando il credito viene utilizzato, lo Stato incassa meno imposte. Se la perdita di gettito non viene compensata da maggiore crescita, maggiori entrate o minori spese, aumenta il fabbisogno finanziario e può diventare necessario emettere vero debito.

La formulazione corretta è:

Il credito fiscale non è originariamente un titolo di debito come un BTP, ma rappresenta un impegno fiscale dello Stato. Riduce entrate future e può trasformarsi in maggiore debito quando il minore gettito non viene compensato.

La differenza riguarda la forma e il momento in cui emerge l’onere. Non determina la scomparsa del vincolo di bilancio.

La contabilizzazione di Eurostat

Eurostat distingue tra crediti fiscali “non pagabili” e crediti fiscali “pagabili”.

Il termine pagabile non significa necessariamente che lo Stato consegni materialmente denaro al beneficiario. Indica un credito che, per le sue caratteristiche, ha un’elevata probabilità di essere utilizzato integralmente.

Un credito limitato alle imposte dovute dal beneficiario, non trasferibile e non riportabile senza limiti può essere classificato come non pagabile. Il suo effetto viene generalmente registrato come riduzione delle entrate nel momento dell’utilizzo.

Quando invece la trasferibilità, la durata e le modalità di compensazione rendono altamente probabile l’utilizzo integrale, il credito può essere classificato come pagabile. In tal caso viene registrato come spesa pubblica nel momento in cui matura il diritto, insieme alla corrispondente passività.

Nel parere del 28 febbraio 2023 sul Superbonus, Eurostat accettò la proposta delle autorità statistiche italiane di classificare i crediti maturati nel periodo 2020-2022 come crediti pagabili, anche in considerazione dell’elevata probabilità di utilizzo derivante dalla trasferibilità. Eurostat, parere sulla contabilizzazione del Superbonus

Ciò non significa che Eurostat abbia trasformato il credito fiscale in un BTP. La passività contabile associata al credito non coincide automaticamente con il debito di Maastricht.

Il deficit viene registrato secondo il principio della competenza economica. Il fabbisogno e l’eventuale emissione di titoli emergono invece quando il credito viene utilizzato e lo Stato incassa meno imposte.

Devono quindi essere distinti:

  • la natura giuridica dello strumento;
  • l’impatto sul deficit;
  • l’effetto sul fabbisogno;
  • l’effetto finale sul debito.

Il problema si verifica quabdo crescita e gettito sono inferiori alle previsioni

Supponiamo che lo Stato attribuisca 100 miliardi di crediti. Se l’intervento genera 100 miliardi di PIL aggiuntivo e la pressione fiscale effettiva su quel PIL è del 42%, lo Stato recupera indicativamente 42 miliardi, non 100. Restano 58 miliardi da finanziare, salvo ulteriori effetti indiretti: minore disoccupazione, minori prestazioni sociali, maggiori investimenti successivi e ampliamento della base produttiva.

Per autofinanziarsi interamente, un incentivo fiscale deve quindi produrre un moltiplicatore molto elevato. In forma semplificata:

gettito recuperato = spesa aggiuntiva generata × pressione fiscale effettiva.

Con una pressione fiscale del 42%, per recuperare interamente un credito di 100 occorrerebbe generare circa 238 di PIL imponibile aggiuntivo:

238 × 42% ≈ 100.

Non è impossibile in astratto, ma non può essere assunto senza una verifica empirica. L’efficacia dipende dal tipo di investimento, dalla quota di importazioni, dalla presenza di lavori che sarebbero stati eseguiti comunque, dai prezzi, dalle frodi, dalla capacità produttiva inutilizzata e dalla durata degli effetti.

Il Superbonus: il passaggio dalla teoria alla misurazione

Il Superbonus consente di verificare molti degli effetti attribuiti alla Moneta Fiscale perché riuniva contemporaneamente:

  • un credito d’imposta;
  • la possibilità dello sconto in fattura;
  • la cessione a terzi;
  • l’utilizzo in compensazione;
  • un’aliquota iniziale del 110%;
  • una diffusione di dimensioni macroeconomiche.

Non permette però di misurare in modo puro l’effetto della sola trasferibilità. Il risultato osservato deriva dall’insieme delle caratteristiche della misura.

L’aliquota del 110% eliminava quasi completamente la partecipazione finanziaria del beneficiario. La concentrazione nell’edilizia indirizzava una massa enorme di domanda verso un settore con capacità produttiva limitata. L’introduzione durante la pandemia sovrapponeva gli effetti dell’incentivo a quelli della riapertura dell’economia, del PNRR, delle politiche europee e della successiva inflazione energetica.

Si può quindi misurare il risultato del dispositivo Superbonus, ma non attribuire automaticamente ogni risultato alla Moneta Fiscale in generale.

L’effetto sul PIL

Secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio, gli incentivi contribuirono per circa 1,5 punti percentuali alla crescita del PIL nel 2021. L’effetto rimase positivo, sebbene decrescente, nel 2022 e nel 2023. La forte riduzione dell’incentivo avrebbe poi sottratto circa un punto percentuale alla crescita del 2024. Ufficio parlamentare di bilancio, Rapporto sulla politica di bilancio 2025

Il risultato dimostra che l’intervento produsse un effetto macroeconomico concreto. Il credito trasferibile non rimase una semplice registrazione contabile: generò lavori, redditi, occupazione e domanda.

Un punto percentuale di PIL italiano, negli anni considerati, corrispondeva indicativamente a circa 18-21 miliardi di euro, a seconda dell’anno e dell’utilizzo di valori reali o nominali.

Il contributo di 1,5 punti alla crescita del 2021 può quindi essere tradotto, soltanto come ordine di grandezza e non come stima contabile esatta, in circa 27-30 miliardi di prodotto aggiuntivo nel primo anno di piena operatività.

L’addizionalità degli investimenti

Il punto decisivo è stabilire quanta parte dei lavori sia stata generata dall’incentivo e quanta sarebbe stata realizzata comunque.

L’Ufficio parlamentare di bilancio ha stimato che nel biennio 2022-2023 soltanto il 60% degli investimenti nell’edilizia residenziale incentivati sia stato realmente aggiuntivo.

Ciò significa che circa il 40% avrebbe potuto essere realizzato anche senza l’incentivo. Per questa parte lo Stato avrebbe finanziato attività che non rappresentavano nuova produzione attribuibile alla misura.

L’addizionalità non è uguale al moltiplicatore del PIL. Indica la quota di investimenti che non sarebbe esistita senza il beneficio. Il moltiplicatore considera anche gli effetti successivi sui fornitori, sui redditi, sui consumi e sulle importazioni.

La distinzione è fondamentale. Un investimento può essere fiscalmente agevolato ma non aggiuntivo. In quel caso produce comunque attività economica, ma non può essere interamente attribuito al credito fiscale.

L’espansione delle costruzioni

I dati Istat confermano la forza dello stimolo settoriale. Nell’anno di maggiore accelerazione gli investimenti nelle abitazioni aumentarono del 50,5%, quelli complessivi nelle costruzioni del 32,5% e gli investimenti totali del 21,5%.

Gli investimenti maggiormente legati all’espansione della capacità materiale crebbero molto più di quelli in ricerca e sviluppo, che registrarono invece una variazione negativa dell’1,3%. Con la riduzione del Superbonus, gli investimenti nelle abitazioni diminuirono del 36,8% nel 2024 e di un ulteriore 4,2% nel 2025. Istat, audizione sulle dinamiche del PIL del 9 giugno 2026

Il credito dimostrò quindi di poter spostare rapidamente la domanda. Ma la spostò soprattutto verso il patrimonio immobiliare, non necessariamente verso gli investimenti con maggiore capacità di aumentare la produttività futura.

L’effetto sui prezzi

Quando la domanda cresce più rapidamente dell’offerta, una parte dello stimolo non aumenta le quantità prodotte ma i prezzi.

Nel settore edilizio si verificarono aumenti del costo dei materiali, scarsità di manodopera specializzata, allungamento dei tempi e crescita dei prezzi praticati dalle imprese.

L’aliquota del 110% alterava inoltre il normale conflitto di interessi tra compratore e venditore. Quando il proprietario non sostiene direttamente il costo e riceve un beneficio superiore alla spesa, si riduce l’incentivo a negoziare il prezzo.

Una parte del credito può quindi essere assorbita dall’inflazione settoriale, senza trasformarsi integralmente in maggiori quantità prodotte.

Questo non dimostra che ogni Moneta Fiscale sia inflazionistica. Dimostra che un credito molto generoso, indirizzato verso un settore con offerta rigida, può produrre aumenti dei prezzi.

Il costo complessivo

Secondo l’Istat, considerando il Superbonus nel periodo 2020-2025 e il Bonus facciate nel periodo 2020-2022, la spesa pubblica connessa a queste agevolazioni ha superato 190 miliardi di euro. Istat, Rapporto annuale 2026, capitolo “Economia e ambiente”

Il dato più recente comprende dunque anche il Bonus facciate e gli importi maturati fino al 2025. Non deve essere confuso con il solo costo del Superbonus maturato fino al 2023.

Già nell’aprile 2024 Banca d’Italia rilevava che il costo delle agevolazioni maturato fino ad allora si avvicinava all’8% del PIL, prima di considerare integralmente gli importi successivi. Banca d’Italia, memoria del 22 aprile 2024

Il superamento dei 190 miliardi permette ora di confrontare l’esperienza reale con l’esempio teorico della Moneta Fiscale.

Il confronto con l’esempio teorico

Nell’esempio teorico si era ipotizzato un credito fiscale di 100 e una quota del reddito aggiuntivo che ritorna allo Stato attraverso imposte e contributi pari al 42%.

Se il credito genera 100 di PIL aggiuntivo, lo Stato recupera indicativamente 42. Restano 58 da finanziare.

Per recuperare interamente 100 occorre produrre circa 238 di PIL aggiuntivo:

100 diviso 0,42 è uguale a circa 238.

Il moltiplicatore necessario all’autofinanziamento sarebbe quindi pari a circa 2,38: ogni euro di credito dovrebbe generare 2,38 euro di PIL realmente aggiuntivo.

Applicando lo stesso ragionamento ai 190 miliardi del Superbonus e del Bonus facciate, si ottiene il seguente ordine di grandezza.

Nel 2024 la pressione fiscale italiana era pari al 42,6% del PIL. Si utilizza questa percentuale soltanto come approssimazione, perché la pressione fiscale media non coincide necessariamente con il prelievo marginale prodotto da ogni euro di nuovo reddito.

Con questa ipotesi:

190 miliardi diviso 0,426 è uguale a circa 446 miliardi.

Per recuperare integralmente 190 miliardi attraverso il solo maggior gettito sarebbero quindi necessari circa 446 miliardi di PIL cumulato realmente aggiuntivo.

La sensibilità del risultato può essere rappresentata così:

Quota del PIL aggiuntivo recuperata dallo StatoPIL aggiuntivo necessario per recuperare 190 miliardi
35%circa 543 miliardi
42,6%circa 446 miliardi
45%circa 422 miliardi
50%circa 380 miliardi

Il calcolo non dimostra da solo quale sia stato il risultato effettivo del Superbonus. Indica la dimensione della crescita necessaria perché l’intervento possa definirsi interamente autofinanziato attraverso il gettito.

Il confronto con il contributo al PIL del 2021

L’UPB stima per il 2021 un contributo alla crescita di circa 1,5 punti percentuali. Tradotto in valore monetario, con tutte le cautele necessarie, corrisponde a circa 27-30 miliardi di PIL aggiuntivo.

Applicando una quota di prelievo del 42,6%, il ritorno fiscale lordo attribuibile a quel maggiore PIL sarebbe stato nell’ordine di:

27-30 miliardi moltiplicati per 42,6%, pari a circa 11,5-12,8 miliardi.

Si tratta di un ritorno importante, al quale potrebbero aggiungersi minori prestazioni sociali, emersione di attività precedentemente irregolari ed effetti successivi sugli investimenti e sui consumi.

È però molto lontano dal costo complessivo superiore a 190 miliardi.

Naturalmente non si può confrontare l’intero costo pluriennale con il solo effetto prodotto nel 2021. Devono essere aggiunti gli effetti positivi del 2022 e del 2023 e gli eventuali effetti futuri dell’efficientamento energetico.

Il confronto serve a evidenziare una cosa: l’autofinanziamento non può essere dimostrato limitandosi a osservare che il PIL è cresciuto. Occorre dimostrare che il PIL cumulato realmente aggiuntivo si sia avvicinato alla soglia necessaria a recuperare il costo.

Le fonti istituzionali disponibili confermano un effetto significativo sulla crescita, ma non documentano un prodotto aggiuntivo cumulato nell’ordine dei circa 446 miliardi richiesti dall’esempio centrale.

Un secondo confronto attraverso l’addizionalità

L’UPB stima che nel biennio 2022-2023 circa il 60% degli investimenti residenziali agevolati fosse aggiuntivo.

Il restante 40% rappresenta un problema di efficienza: riguarda investimenti che, secondo il controfattuale utilizzato, sarebbero stati realizzati anche senza l’incentivo.

Non è possibile applicare meccanicamente il 60% all’intera spesa superiore a 190 miliardi, perché:

  • la stima riguarda il biennio 2022-2023;
  • si riferisce agli investimenti residenziali, non direttamente al valore dei crediti;
  • l’addizionalità fu più elevata nella fase immediatamente successiva alla pandemia;
  • l’aliquota variò nel tempo;
  • il dato complessivo comprende anche il Bonus facciate.

Ma il risultato fornisce un’indicazione importante. Una quota rilevante dei lavori sarebbe stata effettuata comunque, il credito concesso su quella parte non può essere giustificato attraverso la produzione aggiuntiva.

Il moltiplicatore necessario e quello compatibile con i dati

L’autofinanziamento completo richiede che:

PIL aggiuntivo × quota di ritorno fiscale sia almeno uguale al costo del credito.

Utilizzando il 42,6%, il moltiplicatore di pareggio è:

1 diviso 0,426, pari a circa 2,35.

Ogni euro di credito dovrebbe quindi generare almeno 2,35 euro di PIL realmente aggiuntivo, prima di considerare eventuali risparmi pubblici o costi ulteriori.

Un moltiplicatore di questa dimensione non è impossibile in ogni circostanza, ma è molto elevato. È più plausibile durante una recessione profonda, con abbondante capacità produttiva inutilizzata, bassa propensione alle importazioni e assenza di strozzature nell’offerta.

Il Superbonus operò inizialmente in una situazione vicina a queste condizioni, ma continuò anche quando la ripresa si era consolidata e l’edilizia cominciava a mostrare limiti produttivi. L’addizionalità diminuì e una parte crescente dello stimolo si trasferì sui prezzi.

L’esperienza sembra quindi indicare che il moltiplicatore fu più elevato nella prima fase e diminuì successivamente.

Il gettito di ritorno non coincide con tutte le imposte riscosse

Il Superbonus generò certamente:

  • IVA sui materiali e sulle prestazioni;
  • imposte sui redditi delle imprese;
  • imposte e contributi sul lavoro;
  • maggiori entrate prodotte dai consumi;
  • emersione di attività irregolari;
  • minori spese per disoccupazione.

Per calcolare il recupero fiscale non si possono però sommare indiscriminatamente tutte le imposte pagate dalle imprese coinvolte.

Si deve considerare soltanto il gettito che non sarebbe esistito senza l’incentivo. Le imposte relative ai lavori che sarebbero stati effettuati comunque non rappresentano un ritorno aggiuntivo attribuibile al Superbonus.

Il rendimento corretto deve essere calcolato in questo modo:

gettito realmente aggiuntivo, più eventuali minori spese pubbliche, meno costo dei crediti, costi amministrativi, frodi e maggiori interessi sul debito.

La crescita del gettito complessivo non dimostra automaticamente l’autofinanziamento della misura, perché negli stessi anni il gettito fu influenzato anche dalla ripresa, dall’inflazione, dall’occupazione e da altri interventi pubblici.

I benefici non fiscali

Una valutazione completa non deve limitarsi al gettito.

Gli interventi hanno prodotto:

  • riqualificazione di parte del patrimonio immobiliare;
  • riduzione dei consumi energetici di alcuni edifici;
  • minori emissioni;
  • aumento del comfort abitativo;
  • riduzione futura della spesa energetica;
  • incremento del valore di alcuni immobili;
  • accumulazione di competenze nel settore.

Questi benefici hanno valore economico e sociale, ma non possono essere contabilizzati automaticamente come denaro rientrato nelle casse dello Stato.

Un beneficio ambientale può giustificare una spesa pubblica anche quando questa non si autofinanzia. Ma in tal caso si deve affermare che l’intervento ha avuto un costo netto ritenuto giustificabile per gli obiettivi perseguiti, non che il costo sia scomparso.

La riduzione del rapporto debito/PIL non dimostra l’autofinanziamento

Tra il 2020 e il 2023 il rapporto italiano tra debito pubblico e PIL diminuì fortemente. Il dato è corretto.

Non è però possibile attribuire l’intera riduzione ai crediti fiscali.

Nel 2020 il PIL era crollato per la pandemia. Negli anni successivi operarono contemporaneamente:

  • la riapertura dell’economia;
  • il rimbalzo dopo la recessione;
  • l’inflazione, che aumentò il PIL nominale;
  • il PNRR;
  • le politiche europee;
  • gli incentivi edilizi;
  • le condizioni finanziarie inizialmente favorevoli.

Gli incentivi contribuirono alla crescita, ma produssero anche effetti di cassa differiti.

L’Ufficio parlamentare di bilancio ha rilevato che nel 2024 il rapporto debito/PIL tornò ad aumentare, raggiungendo il 135,3%, prevalentemente per i crescenti impatti di cassa dei crediti edilizi maturati negli anni precedenti. Ufficio parlamentare di bilancio, Rapporto sulla politica di bilancio 2025

Il Superbonus conferma quindi la distinzione iniziale: il credito fiscale non è un BTP al momento della concessione, ma il minore gettito prodotto dalla compensazione può determinare successivamente maggiore fabbisogno e maggiore debito.

La BCE potrebbe neutralizzarne gli effetti?

Se la Moneta Fiscale aumenta la spesa, cresce la domanda aggregata. Quando esiste capacità produttiva inutilizzata, la maggiore domanda può tradursi prevalentemente in produzione e occupazione. Quando la capacità produttiva è vicina al limite, l’effetto può trasferirsi sui prezzi.

La BCE non potrebbe cancellare direttamente i crediti fiscali emessi dal governo italiano. Potrebbe però contrastarne gli effetti mediante:

  • aumento dei tassi ufficiali;
  • condizioni di rifinanziamento meno favorevoli;
  • riduzione della liquidità;
  • ridimensionamento del proprio portafoglio di titoli;
  • irrigidimento delle condizioni monetarie.

L’obiettivo della BCE è mantenere l’inflazione al 2% nel medio periodo, misurata attraverso l’Indice armonizzato dei prezzi al consumo. EUR-Lex, “Monetary policy”

Non esiste un automatismo per il quale a ogni miliardo di crediti debba corrispondere un miliardo di liquidità sottratta. Il dovere della BCE riguarda la stabilità dei prezzi nell’intera area euro, non la neutralizzazione di ogni singolo provvedimento fiscale.

Qualora però una Moneta Fiscale di grandi dimensioni alimentasse pressioni inflazionistiche, la BCE avrebbe il mandato per contrastarne gli effetti.

Il paradosso nell’eurozona

Lo Stato italiano potrebbe emettere crediti per aumentare domanda e occupazione. Se l’espansione contribuisse all’inflazione, la BCE potrebbe aumentare i tassi.

Ne deriverebbero:

  • maggiore costo dei finanziamenti;
  • minori investimenti privati;
  • maggiore spesa per interessi sul debito pubblico;
  • possibile riduzione del prezzo dei crediti fiscali;
  • parziale neutralizzazione dello stimolo.

Una parte del vantaggio ottenuto evitando inizialmente l’emissione di BTP potrebbe essere assorbita successivamente dal maggiore costo del debito.

Non si può quindi valutare la Moneta Fiscale come se la politica monetaria europea rimanesse necessariamente immobile.

Il confronto con gli Stati Uniti

Negli Stati Uniti i crediti fiscali trasferibili esistono e hanno assunto un ruolo importante dopo l’Inflation Reduction Act del 2022.

La sezione 6418 dell’Internal Revenue Code permette alle imprese ammesse di trasferire undici categorie di crediti connessi principalmente agli investimenti energetici. Il trasferimento deve avvenire verso un soggetto non collegato, esclusivamente in cambio di denaro. Sono richieste la registrazione preventiva presso l’Internal Revenue Service, l’IRS, la documentazione del progetto e una dichiarazione allegata alle dichiarazioni fiscali. Internal Revenue Service, regole sulla trasferibilità

Il sistema dimostra che la trasferibilità può:

  • monetizzare l’incentivo;
  • ridurre il costo di finanziamento;
  • attrarre capitali privati;
  • sostenere investimenti industriali e ambientali.

Non dimostra che i crediti siano una moneta parallela. Il venditore cede il credito in cambio di denaro e il compratore lo utilizza per ridurre le proprie imposte. Il credito non sostituisce il dollaro nelle transazioni quotidiane.

Il Congressional Budget Office stimava nel 2025 che i crediti alla produzione e agli investimenti nell’energia pulita avrebbero aumentato il deficit di circa 308 miliardi di dollari nel periodo 2026-2035. Contemporaneamente stimava che, senza tali crediti, gli investimenti eolici e solari nel periodo 2024-2026 sarebbero stati inferiori di circa un terzo. Congressional Budget Office, “Business Tax Credits for Wind and Solar Power”

Un incentivo può quindi essere efficace e, nello stesso tempo, avere un costo netto per il bilancio.

Che cosa insegna realmente il Superbonus

Il Superbonus dimostra che i crediti fiscali trasferibili:

  • possono mobilitare rapidamente domanda e investimenti;
  • possono sostenere PIL e occupazione;
  • possono essere trasformati in liquidità;
  • possono produrre un effetto quasi monetario;
  • non si autofinanziano automaticamente;
  • diventano costosi se l’aliquota è eccessiva;
  • perdono efficienza quando finanziano attività non aggiuntive;
  • producono inflazione se la domanda supera la capacità del settore;
  • generano effetti differiti sul fabbisogno e sul debito;
  • richiedono limiti quantitativi e controlli preventivi.

Non dimostra che ogni Moneta Fiscale sia inefficace. Dimostra che la cedibilità, da sola, non garantisce la qualità degli investimenti né la copertura del costo.

Una Moneta Fiscale meglio costruita

Un eventuale nuovo strumento dovrebbe prevedere:

  • un limite quantitativo annuale;
  • aliquote inferiori al costo dell’investimento;
  • partecipazione finanziaria del beneficiario;
  • destinazione verso investimenti produttivi e tecnologici;
  • distribuzione tra settori con capacità inutilizzata;
  • controlli preventivi;
  • tracciabilità delle cessioni;
  • un registro unico;
  • valutazione annuale dell’addizionalità;
  • verifica del gettito realmente aggiuntivo;
  • clausole automatiche di riduzione;
  • coordinamento con le istituzioni europee;
  • netta distinzione tra mercato dei crediti e sistema generale dei pagamenti.

L’obiettivo dovrebbe essere finanziare investimenti realmente aggiuntivi, non costruire una moneta parallela per aggirare formalmente i vincoli esistenti.

Conclusioni

Liquidare la Moneta Fiscale come “olio di serpente” impedisce di analizzare uno strumento che può sostenere investimenti e occupazione.

Presentarla come una fonte gratuita e illimitata di nuova moneta conduce però all’errore opposto.

Il credito fiscale non è un BTP, perché lo Stato non riceve un prestito e non assume l’obbligo di restituire capitale e interessi. Riduce tuttavia entrate future e può trasformarsi in debito quando crescita e gettito non risultano sufficienti.

La cedibilità gli attribuisce liquidità e alcune funzioni monetarie, ma non lo trasforma automaticamente in moneta generalmente accettata. Se venisse progettato per circolare come una vera valuta parallela, si porrebbe una seria questione di compatibilità con l’architettura monetaria europea.

L’esperienza del Superbonus permette finalmente di confrontare la teoria con i dati.

A fronte di una spesa che, includendo il Bonus facciate, ha superato 190 miliardi di euro, l’autofinanziamento mediante il solo maggior gettito avrebbe richiesto, assumendo una quota di ritorno fiscale del 42,6%, circa 446 miliardi di PIL realmente aggiuntivo.

Le stime istituzionali documentano un contributo significativo alla crescita, pari a circa 1,5 punti percentuali nel 2021 e positivo ma decrescente nei due anni successivi. Non documentano però un prodotto aggiuntivo cumulato di dimensione sufficiente a compensare integralmente il costo.

Il Superbonus dimostra quindi che la Moneta Fiscale può funzionare come strumento espansivo. Dimostra contemporaneamente che l’espansione non è gratuita, che una parte del beneficio può trasferirsi sui prezzi e che il costo riemerge quando i crediti vengono utilizzati.

La domanda decisiva non è se la Moneta Fiscale sia ideologicamente giusta o sbagliata. La domanda è:

Per ogni euro di credito emesso, quanta produzione realmente aggiuntiva viene generata, quanto gettito ritorna allo Stato, quanta parte si trasferisce sui prezzi e quale costo rimane infine a carico della collettività?

Il Superbonus offre una prima risposta: lo strumento può generare crescita, ma la crescita non è stata sufficiente a far scomparire il costo. Non è stata nenache e soprattutto una moneta. Per trasformare la Moneta Fiscale da suggestione politica in politica economica sostenibile servono quindi limiti, selezione degli investimenti, misurazione dei risultati e disponibilità a correggere il meccanismo quando i dati smentiscono le previsioni. Quindi il Credito Fiscale funziona solo con prospettiva di crescita elevata e non sempre ed in modo generalizzato.

Inoltre, non bisogna mai dimenticare la divisione delle funzioni Fiscali e Monetarie in atto: la politica si occupa di come allocare le risorse attraverso la spesa mentre le Banche Centrali si occupano di gestire la politica monetaria. Ogni tentativo di ingerenza risulterebbe vano. A meno che non si vogliano cambiare le leggi attualmente in vigore che riassegnino le competenze delle due materie.

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