Parlare di moneta unica africana richiede, prima di tutto, una distinzione
L’ipotesi di una moneta unica africana torna periodicamente al centro del dibattito economico e politico. L’obiettivo dichiarato è ambizioso: ridurre i costi delle transazioni, facilitare gli scambi, rafforzare il mercato interno africano e limitare la dipendenza del continente dalle valute e dalle istituzioni finanziarie straniere.
Tuttavia, quando si parla di “moneta unica africana”, si rischia di sovrapporre progetti differenti, caratterizzati da dimensioni territoriali, tempi di realizzazione e strutture istituzionali non coincidenti.
Il progetto più avanzato non riguarda, infatti, l’intero continente, ma l’Africa occidentale. Si tratta dell’Eco, la moneta comune progettata dall’ECOWAS, acronimo inglese di Economic Community of West African States, corrispondente alla CEDEAO, cioè la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale.
Diverso è il progetto dell’Unione africana, che riguarda la futura istituzione di una Banca centrale africana e, in una prospettiva molto più lunga, di una moneta unica continentale. L’Unione africana ha individuato nell’Istituto monetario africano una struttura preparatoria destinata a favorire il coordinamento delle politiche monetarie, l’armonizzazione economica e la convergenza macroeconomica. Nell’aprile 2026 l’Unione africana ha presentato l’avvio operativo dell’Istituto come un passaggio verso la futura Banca centrale africana e la moneta comune continentale. Non si tratta, però, di una moneta ormai prossima all’emissione. Unione africana, Istituto monetario africano e futura moneta unica
Occorre quindi distinguere tre realtà:
Progetto
Ambito territoriale
Situazione
Franco CFA dell’Africa occidentale
Otto Stati dell’UEMOA
Moneta comune già esistente
Eco
Stati dell’Africa occidentale aderenti al progetto ECOWAS
Progetto non ancora completato
Moneta unica africana
Intero continente
Obiettivo di lungo periodo dell’Unione africana
Questa distinzione non è soltanto formale. Definisce il problema economico e impedisce di presentare come imminente una moneta comune che, nella sua dimensione continentale, non dispone ancora delle necessarie istituzioni.
Il franco CFA e il legame con la Francia
Otto Paesi dell’Africa occidentale utilizzano già una moneta comune: il franco CFA emesso dalla BCEAO, la Banca centrale degli Stati dell’Africa occidentale.
Gli Stati interessati sono Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea-Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo. Essi fanno parte dell’UEMOA, l’Unione economica e monetaria dell’Africa occidentale.
Il franco CFA occidentale non deve essere confuso con il franco CFA utilizzato da sei Paesi dell’Africa centrale. Le due monete condividono la stessa parità con l’euro, ma sono emesse da banche centrali diverse e appartengono a due distinte unioni monetarie.
Il franco CFA occidentale mantiene un cambio fisso con l’euro:
1 euro = 655,957 franchi CFA.
La convertibilità della moneta è garantita dal Tesoro francese. Questo sistema ha contribuito alla stabilità del cambio e al contenimento dell’inflazione, ma ha anche alimentato critiche relative alla sovranità monetaria e alla persistenza di un rapporto istituzionale nato nel periodo coloniale.
Il cambio fisso riduce l’incertezza nelle transazioni con l’area dell’euro e limita il rischio di svalutazioni disordinate. Nello stesso tempo impedisce ai singoli Paesi di modificare autonomamente il tasso di cambio per reagire a una crisi, sostenere le esportazioni o recuperare competitività.
La stabilità monetaria, pertanto, non rappresenta un vantaggio privo di costi. Se il valore della moneta è troppo elevato rispetto alla produttività dell’economia, le importazioni risultano relativamente convenienti e le produzioni interne possono perdere competitività. Se, invece, la stabilità del cambio favorisce gli investimenti, contiene l’inflazione e riduce il costo dei beni importati, essa può produrre effetti positivi. Il risultato dipende dalla struttura produttiva, dal livello di sviluppo, dalla composizione degli scambi e dalla capacità delle economie interessate di aumentare la propria produttività.
La riforma del 2019: meno Francia, ma non la fine del rapporto con Parigi
Nel dicembre 2019 è stata concordata una riforma dei rapporti monetari tra la Francia e l’UEMOA.
La riforma ha previsto tre cambiamenti principali:
la futura sostituzione del nome “franco CFA” con “Eco”;
la cessazione dell’obbligo della BCEAO di depositare una parte delle proprie riserve valutarie presso il Tesoro francese;
il ritiro dei rappresentanti francesi dagli organi di governo della BCEAO.
Sono rimasti, però, il cambio fisso con l’euro e il ruolo della Francia quale garante della convertibilità. Tesoro francese, riforma della cooperazione monetaria tra Francia e UEMOA BCEAO, Relazione annuale 2019
Non sarebbe quindi corretto affermare che il legame con la Francia sia stato completamente eliminato. È stato ridimensionato e modificato, ma non cancellato.
La Francia non partecipa più direttamente agli organi decisionali della BCEAO e non riceve più obbligatoriamente le riserve della banca centrale africana. Continua, tuttavia, a svolgere una funzione finanziaria decisiva, perché garantisce la convertibilità della moneta al cambio stabilito.
La formula “meno Francia” descrive quindi un processo già parzialmente avviato, ma non ancora completato. La questione che rimane aperta è se la futura moneta debba continuare a dipendere da una garanzia nazionale francese oppure costruire una propria credibilità attraverso istituzioni esclusivamente africane.
L’Eco non è ancora una moneta operativa
Il progetto dell’Eco è stato indicato per anni come la futura moneta comune dei quindici Stati che componevano l’ECOWAS. La tabella di marcia adottata nel 2021 prevedeva una fase di convergenza dal 2022 al 2026 e una fase di stabilità a partire dal 2027. ECOWAS, programma per la moneta unica
Il 2027 deve essere però interpretato come una data-obiettivo politica, non come una scadenza ormai certa.
Il progetto ha già subito diversi rinvii. Inoltre, dal 29 gennaio 2025 Burkina Faso, Mali e Niger hanno formalmente lasciato l’ECOWAS. L’organizzazione è così passata da quindici a dodici Stati. ECOWAS, ritiro di Burkina Faso, Mali e Niger
Si determina così una situazione particolarmente complessa: Burkina Faso, Mali e Niger sono usciti dall’ECOWAS, ma continuano a far parte dell’UEMOA e a utilizzare il franco CFA occidentale. Questa sovrapposizione tra appartenenze politiche, economiche e monetarie rende ancora più difficile stabilire quali Paesi potrebbero adottare l’Eco e quale sarebbe il rapporto tra la nuova moneta e l’attuale franco CFA.
Esiste inoltre una differenza strutturale tra gli otto Paesi che già condividono il franco CFA e gli altri Stati dell’Africa occidentale, come Nigeria, Ghana, Gambia, Guinea, Liberia, Sierra Leone e Capo Verde, che utilizzano proprie valute nazionali.
La Nigeria, per dimensione economica e demografica, avrebbe inevitabilmente un peso predominante nella futura unione monetaria. Questo solleva un problema di equilibrio istituzionale: gli Stati più piccoli dovrebbero avere garanzie sufficienti per non essere sottoposti, nella sostanza, alla politica economica del Paese dominante.
Perché una moneta unica richiede convergenza economica
La teoria delle aree valutarie ottimali, sviluppata da Robert Mundell nel 1961, cerca di individuare le condizioni nelle quali territori diversi possono condividere una moneta senza subire costi economici superiori ai benefici. Robert Mundell, A Theory of Optimum Currency Areas
Quando un Paese rinuncia alla propria moneta, rinuncia anche alla possibilità di:
modificare autonomamente il tasso di interesse;
svalutare o rivalutare la valuta;
creare moneta secondo le proprie necessità;
adattare la politica monetaria alla propria situazione economica.
La rinuncia può essere sostenibile se le economie sono sufficientemente integrate, se subiscono crisi simili oppure se esistono strumenti alternativi capaci di assorbire le differenze.
Tra questi strumenti rientrano la mobilità del lavoro, la flessibilità dei prezzi e dei salari, l’integrazione finanziaria, la diversificazione produttiva e i trasferimenti fiscali tra le diverse aree.
Si immagini che un Paese esportatore di petrolio benefici dell’aumento del prezzo dell’energia, mentre un Paese importatore subisca contemporaneamente un aumento dei costi e una riduzione del reddito disponibile. Se entrambi utilizzano la stessa moneta, la banca centrale non può applicare due politiche monetarie differenti. Un medesimo tasso di interesse potrebbe risultare troppo basso per il primo Paese e troppo alto per il secondo.
In assenza di un bilancio comune, di trasferimenti finanziari o di una sufficiente mobilità dei lavoratori, la crisi ricade interamente sul Paese più debole, che può recuperare competitività soltanto riducendo salari, domanda interna e occupazione. È ciò che viene definito, in termini semplici, “svalutazione interna”.
Convergenza fiscale e unione fiscale non sono la stessa cosa
Nel dibattito sulla moneta africana vengono spesso utilizzati come sinonimi due concetti diversi: convergenza fiscale e unione fiscale.
La convergenza fiscale richiede che gli Stati mantengano deficit, debito pubblico, inflazione e finanziamento monetario dei bilanci entro limiti prestabiliti.
L’unione fiscale, invece, presuppone l’esistenza di un bilancio centrale significativo, entrate comuni, capacità di indebitamento condivisa e strumenti attraverso i quali trasferire risorse alle aree colpite da crisi.
Si può quindi avere convergenza senza una vera unione fiscale. È quanto accade, almeno in larga misura, nell’area dell’euro.
Per il progetto Eco sono stati individuati criteri riguardanti, tra gli altri elementi:
il rapporto tra disavanzo pubblico e Prodotto interno lordo;
il livello dell’inflazione;
il finanziamento dei bilanci pubblici da parte delle banche centrali;
la disponibilità di riserve valutarie;
il rapporto tra debito pubblico e Prodotto interno lordo;
la stabilità del cambio.
Il Prodotto interno lordo, comunemente indicato con l’acronimo PIL, misura il valore dei beni e dei servizi finali prodotti da un’economia in un determinato periodo.
Questi criteri possono limitare il rischio che un singolo Paese trasferisca agli altri membri dell’unione monetaria le conseguenze di una politica di bilancio insostenibile. Non sono però sufficienti a garantire il buon funzionamento della moneta comune.
Se tutti gli Stati sono obbligati a ridurre contemporaneamente la spesa durante una crisi, la recessione può aggravarsi. Per questa ragione le regole di disciplina devono essere accompagnate da una capacità comune di intervento, utilizzabile quando una regione viene colpita da una crisi indipendente dalle proprie responsabilità.
L’apparente anomalia del Fondo monetario internazionale
Il Fondo monetario internazionale sottolinea che una moneta comune dell’Africa occidentale richiede convergenza macroeconomica, disciplina fiscale, istituzioni credibili e strumenti capaci di affrontare le crisi. Il Fondo riconosce i possibili vantaggi dell’unione monetaria, ma evidenzia anche gli ostacoli derivanti dalle differenze tra le economie interessate. FMI, The Promise of a West Africa Currency Union
A prima vista potrebbe apparire anomalo che il Fondo richieda ai Paesi africani una preventiva armonizzazione fiscale, mentre la BCE opera da anni all’interno di un’area monetaria che non dispone di una vera politica fiscale comune.
L’osservazione coglie una contraddizione importante, ma richiede una precisazione.
Il Fondo monetario internazionale ha più volte raccomandato anche all’area dell’euro di dotarsi di una maggiore capacità fiscale centrale. Nel 2020 ha sostenuto che uno strumento fiscale comune avrebbe consentito di affiancare la politica monetaria nei momenti di crisi e di sostenere i Paesi colpiti più duramente. FMI, Future of Fiscal Rules in the Euro Area
Nel 2022 il Fondo ha proposto un quadro europeo fondato su regole fiscali comuni, istituzioni nazionali rafforzate e una capacità fiscale centrale. FMI, riforma del quadro fiscale dell’Unione europea
Nel 2025 ha nuovamente richiamato la necessità di azioni comuni a livello europeo per sostenere crescita, investimenti, stabilità e nuove spese condivise. FMI, consultazione 2025 sulle politiche dell’area euro
La raccomandazione non viene rivolta direttamente alla BCE perché la BCE non è un’autorità fiscale. Il suo compito principale è la stabilità dei prezzi. Le decisioni riguardanti imposte, spesa pubblica, trasferimenti e debito appartengono ai governi, ai Parlamenti nazionali e alle istituzioni politiche dell’Unione europea.
La BCE non può decidere di armonizzare i sistemi tributari e non può trasformare autonomamente l’Unione europea in un’unione fiscale.
La vera asimmetria tra Africa ed Europa
Il Fondo formula, quindi, una diagnosi simile per l’Africa occidentale e per l’eurozona: una moneta comune funziona meglio quando è sostenuta da convergenza economica, disciplina di bilancio e strumenti fiscali comuni.
La vera differenza risiede nella forza con la quale queste indicazioni vengono applicate.
Nei confronti dei Paesi africani, soprattutto quando dipendono da finanziamenti esterni o da programmi di assistenza, le raccomandazioni possono trasformarsi in condizioni concrete. Prima dell’accesso alla moneta comune viene richiesto il rispetto di parametri economici determinati.
Nell’area euro, invece, l’unione monetaria è già stata realizzata. L’assenza di una vera unione fiscale viene riconosciuta come un difetto strutturale, ma il suo superamento dipende dalla volontà politica degli Stati membri.
L’asimmetria può essere riassunta in questi termini:
Africa occidentale
Area euro
La convergenza viene richiesta prima dell’introduzione della moneta
La moneta è stata introdotta con una convergenza fiscale incompleta
Il rispetto dei parametri è presentato come condizione preliminare
I parametri esistono, ma la loro applicazione è stata discontinua
Non esiste ancora una banca centrale comune a tutta l’ECOWAS
La BCE esiste e conduce una politica monetaria comune
Non esiste una capacità fiscale centrale
Anche l’eurozona non dispone di un vero bilancio federale
Le prescrizioni esterne possono incidere sui programmi finanziari
Le raccomandazioni dipendono dalla volontà politica degli Stati europei
L’anomalia, pertanto, non consiste nel fatto che il Fondo monetario internazionale ignori l’incompletezza europea. Consiste nel fatto che l’Europa ha creato la moneta unica prima di completare le strutture fiscali che oggi vengono considerate necessarie per l’Africa.
La lezione dell’euro
L’euro ha eliminato il rischio di cambio tra gli Stati aderenti, facilitato gli scambi, integrato i mercati finanziari e creato una valuta internazionale capace di confrontarsi con il dollaro.
Nello stesso tempo, la crisi dei debiti sovrani ha mostrato i limiti di un’unione monetaria nella quale la banca centrale è comune, mentre i debiti pubblici e le politiche fiscali restano prevalentemente nazionali.
Gli Stati Uniti e la Svizzera dispongono di una moneta comune, ma anche di consistenti bilanci centrali capaci di trasferire risorse tra territori. Nell’eurozona il bilancio dell’Unione europea è molto più limitato e non svolge una funzione paragonabile a quella di un bilancio federale. La stessa BCE ha evidenziato questa differenza studiando i sistemi fiscali delle altre unioni monetarie. BCE, regole fiscali e capacità centrale nelle unioni monetarie
Durante la pandemia, il programma Next Generation EU ha introdotto emissioni comuni di debito e trasferimenti finanziari europei. Ha rappresentato un’importante innovazione, ma non ha trasformato l’eurozona in una compiuta unione fiscale permanente.
La lezione europea dovrebbe quindi suggerire ai Paesi africani di non limitarsi alla creazione di una banca centrale e alla definizione di parametri numerici. Servono anche istituzioni politiche condivise, responsabilità democratiche, strumenti di solidarietà e procedure chiare per affrontare le crisi.
“Più BCE” non può significare trasferire la sovranità africana a Francoforte
Il possibile coinvolgimento della BCE può essere valutato positivamente se riguarda la cooperazione tecnica.
La BCE e le banche centrali europee potrebbero fornire competenze su:
sistemi di pagamento;
vigilanza bancaria;
raccolta e armonizzazione delle statistiche;
sicurezza delle infrastrutture finanziarie;
gestione delle riserve;
contrasto al riciclaggio;
indipendenza e trasparenza delle banche centrali;
strumenti per la trasmissione della politica monetaria.
La BCE ha già mantenuto rapporti di cooperazione con le banche centrali dell’Africa occidentale e centrale e ha studiato il funzionamento delle aree monetarie collegate all’euro. BCE, cooperazione e integrazione monetaria con l’Africa occidentale e centrale
Tuttavia, “più BCE” non dovrebbe significare sostituire la garanzia della Francia con una dipendenza istituzionale dalla BCE.
La BCE è la banca centrale dei Paesi dell’Unione europea che adottano l’euro. Il suo mandato deriva dai trattati europei e risponde all’ordinamento dell’Unione. Non potrebbe diventare la banca centrale dell’Africa occidentale senza un’improbabile trasformazione giuridica e politica.
La futura moneta africana dovrebbe essere governata da istituzioni africane, soggette a regole definite dagli Stati africani e dotate di una legittimazione riconoscibile dai cittadini africani.
L’Europa potrebbe sostenere il progetto, ma non governarlo.
La formulazione economicamente più equilibrata sarebbe quindi: meno dipendenza dalla Francia, maggiore cooperazione tecnica con la BCE, ma piena sovranità delle istituzioni monetarie africane.
Il rischio di sostituire una dipendenza con un’altra
L’uscita dal sistema del franco CFA viene spesso presentata come un atto sufficiente a riconquistare la sovranità monetaria.
La realtà è più complessa.
Una moneta è sovrana non soltanto perché non dipende formalmente da uno Stato straniero. Deve essere sostenuta da una struttura produttiva, da entrate pubbliche adeguate, da riserve valutarie, da mercati finanziari funzionanti, da istituzioni credibili e dalla capacità di garantire stabilità senza soffocare lo sviluppo.
Se l’Eco rimanesse rigidamente legato all’euro e la sua credibilità dipendesse dalla BCE o da un’altra istituzione esterna, la dipendenza verrebbe modificata, ma non eliminata.
Se, al contrario, la nuova moneta fosse introdotta senza disciplina, riserve sufficienti e credibilità istituzionale, potrebbe subire svalutazioni, inflazione e fuga di capitali.
La scelta non è quindi tra dipendenza e libertà assoluta. Consiste nel costruire un sistema nel quale la sovranità monetaria sia accompagnata da responsabilità politica, produttività economica e stabilità finanziaria.
Prima della moneta occorre costruire il mercato
Una moneta comune può favorire gli scambi, ma non può creare da sola un mercato integrato.
Occorrono infrastrutture di trasporto, collegamenti energetici, sistemi digitali interoperabili, procedure doganali uniformi, libertà di circolazione effettiva e regole comuni per le imprese.
Nell’Africa occidentale una parte rilevante del commercio transfrontaliero rimane informale e non viene registrata dalle statistiche ufficiali. La Banca mondiale ha evidenziato sia il peso degli scambi non censiti sia la persistente frammentazione dei mercati regionali. Banca mondiale, commercio informale e integrazione dell’Africa occidentale
Se le merci non riescono a superare agevolmente i confini, se le infrastrutture sono insufficienti e se le regole cambiano da uno Stato all’altro, la moneta unica rischia di anticipare un’integrazione economica che ancora non esiste pienamente.
Il percorso dovrebbe essere progressivo:
rafforzamento del mercato comune;
armonizzazione delle statistiche e delle regole finanziarie;
integrazione dei sistemi di pagamento;
convergenza macroeconomica sostenibile;
costituzione di strumenti fiscali comuni;
definizione della banca centrale e del suo mandato;
introduzione della moneta unica.
Invertire l’ordine potrebbe riprodurre alcune delle debolezze già sperimentate dall’eurozona.
Una proposta possibile
Il progetto potrebbe essere costruito attraverso fasi intermedie, evitando un passaggio improvviso dalle monete nazionali a una valuta unica.
Si potrebbe iniziare con:
un sistema comune di pagamenti;
un’unità di conto regionale utilizzata negli scambi tra Stati;
un fondo monetario africano di stabilizzazione;
una parte delle riserve gestita congiuntamente;
titoli regionali destinati al finanziamento delle infrastrutture comuni;
un meccanismo di cambio concordato tra le valute partecipanti;
un istituto monetario incaricato di verificare la convergenza reale, non soltanto quella formale.
L’unità di conto potrebbe essere composta da un paniere delle valute regionali o delle principali monete utilizzate negli scambi internazionali. Questo consentirebbe di sperimentare la cooperazione monetaria senza imporre immediatamente a tutti gli Stati la rinuncia alla propria valuta.
Il fondo di stabilizzazione dovrebbe intervenire in presenza di crisi esterne, cadute dei prezzi delle materie prime, calamità naturali o difficoltà finanziarie non riconducibili a comportamenti irresponsabili del singolo governo.
Dovrebbero inoltre essere previste regole democratiche chiare. L’indipendenza della banca centrale è importante, ma non può significare assenza di responsabilità. Le decisioni monetarie incidono su occupazione, credito, investimenti e distribuzione del reddito. Per questa ragione servono trasparenza, controllo parlamentare e pubblicazione delle motivazioni delle decisioni.
Conclusione
La moneta unica dell’Africa occidentale potrebbe ridurre i costi delle transazioni, rafforzare gli scambi regionali e aumentare il peso economico e politico dell’area. Non rappresenta, però, una soluzione automatica ai problemi dello sviluppo.
La riforma del franco CFA ha già ridotto alcuni aspetti del rapporto con la Francia, eliminando l’obbligo di deposito delle riserve presso il Tesoro francese e la presenza francese negli organi della BCEAO. Il cambio fisso con l’euro e la garanzia francese sono però rimasti.
La proposta di un maggiore coinvolgimento della BCE può essere utile se intesa come cooperazione tecnica e istituzionale. Diventa discutibile se comporta la sostituzione della tutela francese con una nuova dipendenza europea.
Il Fondo monetario internazionale non ha ignorato l’incompletezza fiscale dell’eurozona. Ha più volte raccomandato una capacità fiscale europea centrale. La vera asimmetria sta nel fatto che ai Paesi africani la convergenza viene richiesta prima dell’ingresso nella moneta comune, mentre l’Europa ha introdotto l’euro lasciando incompleta l’unione fiscale.
Da questo punto di vista, l’Africa non dovrebbe limitarsi a copiare il modello europeo. Dovrebbe studiarne sia i risultati positivi sia gli errori.
Non basta cambiare il nome della moneta. Non basta sostituire il franco CFA con l’Eco. Non basta neppure istituire una banca centrale.
Una moneta comune diventa uno strumento di sviluppo soltanto quando rappresenta un’economia integrata, una responsabilità politica condivisa e una comunità capace di distribuire, insieme ai vantaggi, anche i costi delle crisi.
La strada economicamente più solida non è quindi quella di avere semplicemente “meno Francia e più BCE”. È quella di avere meno dipendenza esterna, più cooperazione internazionale e soprattutto più istituzioni africane, costruite e governate nell’interesse dei cittadini africani.

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