Negli ultimi anni i lavoratori italiani hanno attraversato una delle più rilevanti riduzioni del potere d’acquisto registrate dall’introduzione dell’euro. Le retribuzioni sono aumentate, ma per un lungo periodo lo hanno fatto più lentamente dei prezzi. La conseguenza è facilmente comprensibile: sulla busta paga sono comparsi importi nominalmente più elevati, con i quali, tuttavia, si potevano acquistare meno beni e servizi.
Dopo il punto di minimo raggiunto nel 2023, nel 2024 e nel 2025 si è però verificata un’inversione di tendenza. Le retribuzioni hanno iniziato a crescere più velocemente dell’inflazione e una parte del potere d’acquisto perduto è stata recuperata.
Poiché questo cambiamento si è verificato durante il Governo presieduto da Giorgia Meloni, è legittimo chiedersi se il recupero possa essergli attribuito. La risposta non può essere semplicemente affermativa o negativa. I dati documentano che il recupero è avvenuto durante l’attuale Governo e che alcuni provvedimenti hanno sostenuto direttamente il reddito netto dei lavoratori. Non dimostrano, tuttavia, che l’intero miglioramento sia stato prodotto dall’azione governativa.
Per comprenderne le ragioni occorre ricostruire correttamente la successione degli avvenimenti.
Che cosa si intende per potere d’acquisto
Il potere d’acquisto indica la quantità di beni e servizi che può essere comprata con un determinato reddito.
Per comprenderne il significato non sono necessarie formule. Si immagini un lavoratore la cui retribuzione aumenti del 3%. Apparentemente si tratta di un miglioramento. Se nello stesso periodo, però, i prezzi aumentano del 5%, quel lavoratore riceve più denaro, ma non abbastanza per compensare il maggiore costo della vita.
In termini molto semplici, ha guadagnato il 3% in più, mentre ciò che deve acquistare costa il 5% in più. Il risultato è una perdita di potere d’acquisto vicina al 2%.
Il calcolo preciso produce una differenza leggermente inferiore, perché le due percentuali vengono rapportate tra loro e non semplicemente sottratte. Per le finalità dell’articolo è però sufficiente comprendere il principio: quando i prezzi aumentano più delle retribuzioni, il lavoratore diventa più povero in termini reali; quando le retribuzioni crescono più dei prezzi, recupera potere d’acquisto.
La distinzione tra valori nominali e valori reali è quindi essenziale. La retribuzione nominale è la somma indicata nella busta paga. La retribuzione reale rappresenta invece ciò che con quella somma si riesce effettivamente ad acquistare.
La lenta erosione e lo shock inflazionistico
Assumendo il 2005 come base uguale a 100, l’analisi delle retribuzioni medie dei dipendenti equivalenti a tempo pieno mostra una lenta erosione fino al 2021. Il potere d’acquisto scende indicativamente da 100 a circa 97,9.
L’espressione “equivalente a tempo pieno” serve a rendere confrontabili lavoratori con orari differenti. Due dipendenti a metà tempo vengono, per esempio, considerati come un dipendente a tempo pieno. In questo modo la crescita del lavoro part-time non altera artificialmente il confronto tra le retribuzioni di anni diversi.
Fino al 2021 non si assiste a un crollo improvviso. Per molti anni le retribuzioni nominali aumentano quasi quanto i prezzi, senza però determinare un miglioramento reale significativo.
La situazione cambia radicalmente nel 2022. Secondo l’ISTAT, l’indice armonizzato dei prezzi al consumo, indicato con l’acronimo IPCA, aumenta dell’8,7%.
Le retribuzioni non riescono ad adeguarsi con la stessa rapidità. Il loro potere d’acquisto scende così, nella ricostruzione effettuata, da circa 97,9 nel 2021 a 94 nel 2022.
Nel 2023 l’inflazione rallenta, ma rimane ancora molto elevata, attestandosi al 5,9% secondo l’IPCA. È importante chiarire che una riduzione dell’inflazione non comporta una diminuzione dei prezzi. Significa soltanto che i prezzi continuano ad aumentare più lentamente. Il livello raggiunto durante la precedente accelerazione rimane sostanzialmente acquisito.
Nel triennio 2021-2023, l’ISTAT stimava una distanza prossima a 12 punti percentuali tra l’aumento cumulato dei prezzi e quello delle retribuzioni contrattuali. Nel 2023 il potere d’acquisto raggiunge quindi il punto più basso, con un indice indicativo pari a 91,4. “ISTAT, audizione sulla NADEF 2023” (https://www.istat.it/it/files/2023/10/Istat-NADEF-2023-09-ottobre-2023.pdf)
Il 2023 può essere considerato un anno di transizione?
Il Governo Meloni entra in carica il 22 ottobre 2022. La legge di bilancio per il 2023 rappresenta pertanto il primo provvedimento organico della nuova maggioranza. Sarebbe però metodologicamente scorretto attribuire immediatamente all’esecutivo tutti i dati economici dell’anno successivo.
Le politiche economiche hanno tempi di approvazione, applicazione e trasmissione. Nel caso del taglio del cuneo contributivo, questi tempi sono chiaramente individuabili.
Con la legge di bilancio per il 2023 viene aumentata la riduzione dei contributi a carico dei dipendenti, portandola al 3% per i redditi fino a 25.000 euro. Il provvedimento del maggio 2023 rafforza ulteriormente la misura:
- riduzione contributiva del 7% per le retribuzioni fino a 25.000 euro;
- riduzione del 6% per quelle fino a 35.000 euro;
- applicazione rafforzata dal 1º luglio al 31 dicembre 2023.
Il beneficio principale opera quindi soltanto per sei mesi nel 2023. Viene successivamente confermato per tutto il 2024 e, dal 2025, trasformato in una misura strutturale, sebbene con un diverso meccanismo fiscale. “MEF, provvedimento sul cuneo contributivo del 2023” (https://www.mef.gov.it/inevidenza/Approvate-misure-per-lavoratori.-Giorgetti-diamo-aiuto-concreto-contro-carovita/)
Il 2023 può dunque essere considerato un anno di transizione. Da un lato continuano a manifestarsi gli effetti dell’inflazione prodotta dalla crisi energetica e dalle tensioni internazionali; dall’altro, i provvedimenti adottati dal nuovo Governo entrano in funzione gradualmente e non possono ancora produrre un effetto pieno sulla media annuale.
La Banca d’Italia conferma questa lettura, rilevando che nel 2023 il reddito disponibile nominale delle famiglie continuò ad aumentare, sostenuto anche dalla crescita dell’occupazione, mentre il suo potere d’acquisto diminuì ancora leggermente a causa dell’inflazione. “Banca d’Italia, Relazione annuale sul 2023” (https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/relazione-annuale/2023/sintesi/index.html)
Definire il 2023 un anno di transizione è quindi ragionevole.
Il recupero del 2024 e del 2025
Nel 2024 si verifica il primo cambiamento significativo. Le retribuzioni contrattuali orarie aumentano mediamente del 3,1%, mentre l’inflazione rallenta nettamente. Per la prima volta dopo la crisi inflazionistica, la crescita delle retribuzioni torna a superare quella dei prezzi.
Il recupero prosegue nel 2025. L’ISTAT registra nuovamente un aumento del 3,1% delle retribuzioni contrattuali, mentre l’IPCA cresce dell’1,7%.
Le retribuzioni contrattuali superano quindi l’inflazione di circa 1,4 punti percentuali. Ciò significa che, almeno sul piano contrattuale, il lavoratore medio recupera una parte del potere d’acquisto precedentemente perduto. “ISTAT, retribuzioni contrattuali 2025” (https://www.istat.it/comunicato-stampa/retribuzioni-contrattuali-ottobre-dicembre-2025/), “ISTAT, prezzi al consumo 2025” (https://www.istat.it/comunicato-stampa/prezzi-al-consumo-dicembre-2025/)
Nella ricostruzione con base 2005 uguale a 100, l’indice del potere d’acquisto passa da 91,4 nel 2023 a 93 nel 2024 e a 93,8 nel 2025.
Tra il 2023 e il 2025 il recupero è quindi pari a circa il 2,6%. Si tratta di un miglioramento significativo, ma ancora insufficiente per tornare ai livelli precedenti alla crisi inflazionistica.
Un’osservazione è particolarmente importante. Nel 2022 l’indice era pari a circa 94 e nel 2025 si collocava a 93,8. In sostanza, il recupero del 2024 e del 2025 ha quasi completamente compensato la perdita subita nel 2023, ma non ha ancora recuperato quella accumulata negli anni precedenti.
Rispetto al 2005 rimane una distanza di circa il 6%. Rispetto al primo trimestre 2021, la perdita risulta ancora più marcata nelle valutazioni congiunturali dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, conosciuta con l’acronimo OCSE.
La Banca d’Italia rileva inoltre che nel 2025 il reddito disponibile delle famiglie è aumentato dello 0,9% in termini reali. Questo indicatore non coincide con la sola retribuzione: comprende gli effetti dell’occupazione, delle imposte, dei contributi, dei trasferimenti pubblici e degli altri redditi familiari. Il dato conferma comunque che nel 2025 si è verificato un miglioramento effettivo della capacità economica complessiva delle famiglie. “Banca d’Italia, Relazione annuale sul 2025” (https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/relazione-annuale/2025/sintesi/index.html)
Quanto del recupero può essere attribuito al Governo?
Per rispondere occorre distinguere il reddito lordo dal reddito netto.
Il Governo può incidere direttamente sulla retribuzione netta attraverso:
- riduzione dei contributi a carico del lavoratore;
- modifica delle aliquote IRPEF;
- aumento delle detrazioni;
- trasferimenti e sostegni economici;
- stanziamenti destinati ai contratti del pubblico impiego.
Sotto questo profilo, un contributo dell’azione governativa è concreto e riconoscibile. Il taglio contributivo rafforzato nel secondo semestre 2023, applicato per tutto il 2024 e successivamente reso strutturale, ha sostenuto il reddito netto soprattutto dei dipendenti con retribuzioni medio-basse.
Più complessa è l’attribuzione dell’aumento delle retribuzioni lorde. Nel settore privato queste dipendono principalmente dalla contrattazione tra imprese e organizzazioni sindacali.
Nel 2024 sono stati recepiti 17 contratti collettivi nazionali, relativi a circa quattro milioni di dipendenti. Gli aumenti contrattuali hanno avuto un ruolo essenziale nel recupero del 2024 e del 2025. L’azione del Governo può influire sul contesto economico e normativo, ma non può esserne considerata l’unica causa. “ISTAT, Rapporto annuale 2025” (https://www.istat.it/wp-content/uploads/2025/05/Capitolo-1-rapporto2025.pdf)
Anche la riduzione dell’inflazione dipende da più fattori. Hanno inciso la normalizzazione dei prezzi energetici, l’andamento delle materie prime, le catene internazionali di approvvigionamento e la politica monetaria della Banca centrale europea.
La Banca centrale europea determina i principali tassi di interesse dell’area euro. Il loro aumento tende a ridurre la domanda di beni, servizi e credito e, con un certo ritardo, può contribuire al contenimento dell’inflazione. Il Governo può intervenire su imposte, tariffe e sostegni, ma non controlla direttamente tutte queste variabili.
La successione temporale rende dunque plausibile un contributo delle politiche governative, soprattutto sul reddito netto. Non consente di attribuire al Governo l’intero recupero.
Il dato parziale del 2026
I primi mesi del 2026 restituiscono un quadro meno lineare.
Secondo l’OCSE, nel primo trimestre le retribuzioni reali italiane sono aumentate dell’1,3% rispetto allo stesso periodo del 2025. Il recupero appariva quindi ancora in corso. Nonostante ciò, risultavano inferiori del 6,1% rispetto al primo trimestre 2021: il divario più elevato tra le grandi economie dell’OCSE. “OCSE, Employment Outlook 2026 – Italia” (https://www.oecd.org/en/publications/oecd-employment-outlook-2026_9c4f5c3e-en/italy_ddc2139a-en.html)
Nella prima metà dell’anno le retribuzioni contrattuali sono aumentate mediamente del 2,6%. A giugno, tuttavia, la crescita tendenziale delle retribuzioni si è fermata al 2,4%, mentre l’inflazione ha raggiunto il 3%.
In quel mese il costo della vita è quindi aumentato di circa 0,6 punti percentuali più delle retribuzioni contrattuali. Il dato segnala una nuova, seppure contenuta, perdita di potere d’acquisto rispetto a giugno dell’anno precedente. Pesa molto la crisi USA/IRAN sul prezzo degli idrocarburi.
A luglio l’inflazione è scesa leggermente al 2,9%, rimanendo comunque elevata. L’inflazione acquisita per l’intero 2026 è pari al 2,7%.
L’espressione “inflazione acquisita” può risultare poco intuitiva. Significa che, anche se da agosto fino alla fine dell’anno i prezzi rimanessero completamente fermi, la media del 2026 risulterebbe già superiore del 2,7% a quella del 2025. “ISTAT, retribuzioni gennaio-giugno 2026” (https://www.istat.it/comunicato-stampa/retribuzioni-contrattuali-aprile-giugno-2026/), “ISTAT, prezzi al consumo luglio 2026” (https://www.istat.it/wp-content/uploads/2026/08/CS_Prezzi-al-consumo_Def_Luglio2026.pdf)
Il recupero iniziato nel 2024 non può quindi essere considerato definitivamente consolidato. La nuova accelerazione dei prezzi, soprattutto energetici, potrebbe rallentarlo o interromperlo.

Il confronto con i governi precedenti
Si può affermare che durante l’attuale Governo si è verificato un recupero del potere d’acquisto. Non si può invece sostenere, senza ulteriori precisazioni, che sia stato recuperato tutto ciò che era stato perduto durante i governi precedenti.
Il confronto dipende dal punto di partenza scelto.
Prendendo come riferimento il minimo del 2023, il recupero fino al 2025 è del 2,6%. Confrontando il 2025 con il 2022, il livello è invece sostanzialmente invariato. Confrontandolo con il 2021 o con il 2005, permane una perdita significativa.
Scegliere soltanto il 2023 come base produrrebbe quindi una rappresentazione favorevole ma incompleta. Allo stesso modo, ignorare il recupero del 2024 e del 2025 fornirebbe una rappresentazione altrettanto incompleta.
La valutazione più equilibrata è che il 2023 abbia rappresentato un anno di transizione. I provvedimenti adottati dal Governo entrarono in vigore progressivamente, mentre l’economia continuava a subire il trascinamento dell’inflazione. Nel 2024 e nel 2025, con l’applicazione annuale delle misure, la ripresa della contrattazione e la discesa dell’inflazione, il potere d’acquisto iniziò a recuperare.
Una parte del risultato può essere collegata alle politiche sul cuneo fiscale e contributivo, che hanno aumentato il reddito netto dei dipendenti interessati. Un’altra parte deriva dai rinnovi contrattuali e dalla riduzione delle pressioni inflazionistiche internazionali.
Un recupero avviato, che richiede tempo per consolidarsi
Sarebbe poco realistico pensare che in tre o quattro anni si possano recuperare integralmente le perdite di potere d’acquisto accumulate dal 2005 fino alla crisi inflazionistica del 2022-2023. Una riduzione maturata nell’arco di quasi vent’anni non può essere annullata in un periodo tanto breve, soprattutto in un’economia caratterizzata da una debole crescita della produttività e da rinnovi contrattuali spesso tardivi.
Ciò non impedisce di riconoscere il cambiamento intervenuto durante l’attuale Governo. I dati del 2024 e del 2025 mostrano una chiara inversione di tendenza: le retribuzioni contrattuali sono cresciute più dell’inflazione e una parte del potere d’acquisto perduto è stata recuperata. Anche nel primo trimestre del 2026 l’OCSE ha rilevato una crescita reale delle retribuzioni dell’1,3% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
L’azione governativa, attraverso il rafforzamento e la successiva stabilizzazione del taglio del cuneo fiscale e contributivo, ha contribuito a tracciare una riconoscibile linea di recupero, soprattutto sul reddito netto dei lavoratori. Questa linea trova riscontro nei risultati del 2024, del 2025 e della prima parte del 2026, pur dovendosi considerare il rallentamento emerso nei mesi più recenti a causa della nuova accelerazione dell’inflazione.
Non si può ancora parlare di recupero completato, ma si può affermare che la direzione sia cambiata. Dopo molti anni nei quali le retribuzioni avevano seguito con difficoltà l’aumento dei prezzi, si è aperta una fase nella quale il sostegno fiscale ai redditi, i rinnovi contrattuali e il contenimento dell’inflazione hanno permesso ai lavoratori di recuperare una parte del terreno perduto.
Il risultato non può essere attribuito esclusivamente al Governo, perché hanno contribuito anche la contrattazione collettiva, l’andamento dei prezzi energetici e la politica monetaria europea. Sarebbe però altrettanto scorretto non riconoscere il ruolo delle misure adottate sull’aumento del reddito netto disponibile.
La conclusione più aderente ai dati è quindi che il recupero non sia ancora sufficiente, ma che una linea di inversione sia stata concretamente avviata. Il vero giudizio sull’efficacia dell’azione governativa dovrà dipendere dalla capacità di consolidarla nei prossimi anni, evitando che la nuova crescita dei prezzi annulli i risultati finora raggiunti.

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