Dalla crescita demografica all’economia, dall’energia all’effetto serra. E una proposta: spostare l’intervento pubblico dal prodotto al risultato
Nel 1974 sulla Terra vivevano circa quattro miliardi di persone. Oggi sono più di otto miliardi. Le più recenti ricostruzioni delle Nazioni Unite confermano la portata di questo cambiamento demografico e mostrano quanto rapidamente, nell’arco di appena mezzo secolo, sia aumentata la dimensione della popolazione mondiale.
È difficile osservare una trasformazione di questa portata senza porsi una domanda: può il raddoppio della popolazione mondiale essere considerato sostanzialmente irrilevante quando si discute dell’aumento delle emissioni di anidride carbonica e del riscaldamento globale?
La domanda appare semplice. La risposta, molto meno.
Il rischio, quando si affrontano argomenti di questo tipo, è quello di partire da una convinzione e cercare poi i numeri necessari a dimostrarla. È invece più corretto procedere in senso contrario: formulare un’ipotesi e sottoporla ai dati, accettando sin dall’inizio che possa essere confermata, ridimensionata oppure smentita.
L’ipotesi di partenza può essere formulata in questi termini: se in cinquant’anni il numero degli esseri umani è sostanzialmente raddoppiato, è ragionevole verificare se questo aumento abbia avuto un ruolo rilevante nella crescita delle emissioni di CO₂.
La verifica porta però rapidamente a comprendere che tra numero degli abitanti ed emissioni esistono diversi passaggi intermedi.
Una persona in più non equivale automaticamente a una quantità di CO₂ in più
La prima relazione che potrebbe venire spontaneo immaginare è:
Popolazione ↑ → CO₂ ↑
Ma una relazione di questo genere è troppo semplice per descrivere il fenomeno.
Una persona determina infatti una domanda di alimentazione, abitazione, mobilità, infrastrutture, beni e servizi. La quantità di energia necessaria a soddisfare quella domanda dipende però dal tipo di economia nella quale quella persona vive, dal reddito, dalle tecnologie utilizzate e dalle fonti energetiche disponibili.
Due popolazioni numericamente identiche possono quindi produrre quantità di CO₂ molto differenti.
Una prima rappresentazione più corretta può essere scritta così:
CO₂ = P × (E/P) × (CO₂/E)
La formula può sembrare complicata, ma il significato è intuitivo.
P rappresenta la popolazione.
E rappresenta l’energia utilizzata.
Il rapporto E/P indica quanta energia viene utilizzata mediamente per abitante.
Il rapporto CO₂/E indica invece quanta anidride carbonica viene emessa per ogni unità di energia.
In questo modo le emissioni complessive dipendono da tre elementi: quante persone esistono, quanta energia utilizza mediamente ciascuna di esse e quanto carbonio contiene il sistema energetico necessario a produrre quell’energia.
Per analizzare l’evoluzione energetica si possono utilizzare le serie dello Statistical Review of World Energy dell’Energy Institute. L’istituto ha modificato nel 2025 il metodo di contabilizzazione dell’energia complessiva adottando il Physical Energy Content method per la TES – Total Energy Supply, cioè l’offerta totale di energia; per questo è opportuno utilizzare una stessa edizione della serie quando si effettuano confronti storici.
Energy Institute – Statistical Review of World Energy
Dai dati emerge una dinamica importante: nell’arco considerato la popolazione mondiale è più che raddoppiata, l’energia utilizzata mediamente per abitante è aumentata, mentre la quantità di CO₂ emessa per unità di energia è diminuita.
Il fenomeno presenta quindi contemporaneamente forze che aumentano le emissioni e forze che le riducono.
Ed è qui che il problema diventa pienamente economico.
Dietro l’energia si trova l’economia
L’energia non viene utilizzata nel vuoto. Viene utilizzata per produrre beni, servizi, trasporti, abitazioni, infrastrutture.
La relazione precedente può allora essere ulteriormente scomposta:
CO₂ = P × (PIL/P) × (E/PIL) × (CO₂/E)
È la cosiddetta identità di Kaya.
Anche in questo caso conviene dimenticare per un momento la formula e leggerne il significato.
Le emissioni dipendono dal numero degli abitanti, dalla quantità di Prodotto interno lordo reale per abitante, dall’energia necessaria per produrre un’unità di PIL e dalla quantità di CO₂ emessa per ciascuna unità di energia.
Il rapporto E/PIL viene definito intensità energetica dell’economia.
Misura, in sostanza, quanta energia occorre per generare un’unità di prodotto.
Il rapporto CO₂/E rappresenta invece l’intensità carbonica dell’energia.
Indica quanta CO₂ viene prodotta per ottenere un’unità di energia.
La distinzione è molto importante perché permette di comprendere una cosa che spesso si perde nel dibattito pubblico: crescita economica ed emissioni non sono necessariamente legate da un rapporto proporzionale.
Un’economia può crescere utilizzando progressivamente meno energia per ogni euro di prodotto e può, contemporaneamente, produrre quell’energia con meno emissioni.
Il paradosso dell’efficienza
Si può quindi scrivere:
CO₂/PIL = (E/PIL) × (CO₂/E)
Questa relazione dice una cosa molto semplice.
Per ridurre la CO₂ necessaria a produrre una determinata quantità di ricchezza si possono percorrere due strade.
La prima consiste nell’utilizzare meno energia per produrre lo stesso valore economico.
La seconda consiste nel produrre quella energia con meno CO₂.
Negli ultimi decenni si sono verificati entrambi i fenomeni. L’IEA – International Energy Agency, Agenzia Internazionale dell’Energia continua a rilevare miglioramenti dell’intensità energetica e dell’intensità carbonica dell’economia mondiale. Nel 2024, per esempio, l’economia globale è cresciuta di oltre il 3%, mentre le emissioni energetiche di CO₂ sono aumentate dello 0,8%.
IEA – Global Energy Review 2025
Eppure le emissioni complessive hanno continuato ad aumentare.
Nel 2024 le emissioni energetiche mondiali hanno raggiunto circa 37,8 GtCO₂. La sigla GtCO₂ significa gigatonnellate di anidride carbonica: una gigatonnellata equivale a un miliardo di tonnellate.
Come è possibile che l’economia diventi più efficiente e le emissioni aumentino ugualmente?
Non esiste alcuna contraddizione.
È la differenza tra intensità e scala.
Si immagini un’automobile che consumi 10 litri per percorrere una determinata distanza.
Una nuova tecnologia dimezza il consumo e lo porta a 5 litri.
Se però nello stesso periodo il numero delle automobili passa da una a tre, si passa da:
1 × 10 = 10
a:
3 × 5 = 15
Il consumo di ogni singola automobile è stato dimezzato, ma il consumo complessivo è aumentato.
L’esempio non rappresenta quantitativamente l’economia mondiale. Serve soltanto a rendere evidente il meccanismo: un miglioramento dell’efficienza relativa può essere superato dall’aumento della scala complessiva.
Il decoupling: quando PIL ed emissioni cominciano a separarsi
In economia questo fenomeno viene indicato attraverso il termine decoupling, cioè disaccoppiamento.
Si parla di decoupling relativo quando il PIL continua a crescere e anche le emissioni aumentano, ma queste ultime crescono meno velocemente.
Si parla invece di decoupling assoluto quando:
PIL ↑ mentre CO₂ ↓
È questa la condizione realmente interessante.
Sul lungo periodo l’economia mondiale ha compiuto un significativo disaccoppiamento relativo, ma non ha ancora realizzato stabilmente un disaccoppiamento assoluto a livello globale.
I dati del 2024 ne offrono un esempio particolarmente chiaro: PIL mondiale in crescita di oltre il 3%, emissioni energetiche in crescita dello 0,8%. Le emissioni crescono molto meno dell’economia, ma continuano comunque a crescere.
Il risultato potrebbe essere descritto come una gara tra due velocità.
Da una parte cresce la dimensione dell’economia.
Dall’altra diminuisce la quantità di energia e di carbonio necessaria per produrre ogni unità di ricchezza.
La direzione finale delle emissioni dipende da quale delle due velocità risulta maggiore.
Il punto critico del PIL
A questo punto il ragionamento può essere trasformato in una relazione matematica utile anche alla politica economica.
Si può scrivere:
CO₂ = PIL × (E/PIL) × (CO₂/E)
Si indichi con:
gPIL = tasso di crescita reale del PIL;
gE = variazione dell’intensità energetica;
gC = variazione dell’intensità carbonica.
Le emissioni rimangono costanti quando:
(1 + gPIL) × (1 + gE) × (1 + gC) = 1
Da questa relazione può essere ricavato il tasso massimo di crescita economica compatibile con emissioni stabili:
gPIL = [1 / ((1 + gE) × (1 + gC))] − 1*
Per rendere comprensibile il concetto, si può utilizzare un esempio puramente illustrativo.
Si supponga che l’intensità energetica diminuisca dell’1,5% all’anno e quella carbonica dell’1%.
Si avrebbe:
gE = −1,5%
gC = −1,0%
e quindi:
gPIL = [1 / (0,985 × 0,990)] − 1 ≈ 2,55%*
In quelle specifiche condizioni, un’economia che crescesse del 2,55% manterrebbe approssimativamente stabili le emissioni.
Se crescesse più rapidamente, le emissioni tenderebbero ad aumentare.
Se crescesse meno, tenderebbero a diminuire.
Ma quel 2,55% non rappresenta alcun limite universale alla crescita economica.
È soltanto il risultato delle condizioni ipotizzate.
Se l’intensità energetica e quella carbonica diminuissero più rapidamente, anche la crescita compatibile con emissioni decrescenti potrebbe essere maggiore.
La domanda economica cambia quindi completamente.
Non si tratta necessariamente di chiedersi:
Quanto deve crescere meno l’economia?
Si può invece domandare:
Quanto rapidamente devono migliorare tecnologia, struttura produttiva ed energia perché il tasso di crescita desiderato sia compatibile con una riduzione delle emissioni?
È una differenza concettuale enorme.
Ridurre le emissioni non significa ancora ridurre la CO₂ atmosferica
Esiste però un altro punto che deve essere chiarito.
Se le emissioni annuali passano, per esempio, da 40 a 35 miliardi di tonnellate:
Emissioni ↓
Ma vengono comunque immesse nell’ambiente 35 miliardi di tonnellate nell’anno.
Si tratta della differenza, molto familiare anche all’economia, tra flusso e stock.
Le emissioni annuali rappresentano un flusso.
La quantità di CO₂ presente nell’atmosfera rappresenta uno stock.
Per questo:
Emissioni ↓ ≠ automaticamente CO₂ atmosferica ↓
Nel 2024 l’IEA ha rilevato una concentrazione atmosferica di circa 422,5 ppm.
La sigla ppm significa parti per milione: in termini intuitivi, circa 422 molecole di CO₂ per ogni milione di molecole di aria secca.
Per stabilizzare il contributo antropogenico all’aumento della CO₂ occorre arrivare alle emissioni nette zero; per produrre una rimozione antropogenica netta occorre andare oltre e ottenere emissioni nette negative. La concentrazione effettiva dipende inoltre dalla risposta di oceani, vegetazione e suoli, che assorbono una parte del carbonio emesso.
Dalla CO₂ all’effetto serra
A questo punto la questione economica incontra la fisica.
La CO₂ assorbe parte della radiazione infrarossa emessa dalla superficie terrestre.
Aumentandone la concentrazione cambia il bilancio energetico del pianeta.
La grandezza attraverso la quale questo cambiamento viene espresso è il forcing radiativo, misurato in W/m², watt per metro quadrato.
Il watt misura una quantità di energia per unità di tempo. Il watt per metro quadrato esprime quindi una variazione del flusso energetico per unità di superficie.
Il NOAA – National Oceanic and Atmospheric Administration calcola attraverso l’AGGI – Annual Greenhouse Gas Index, cioè l’indice annuale dei gas serra, l’evoluzione del forcing radiativo dei principali gas serra a lunga permanenza.
NOAA – Annual Greenhouse Gas Index
Non ci si trova quindi semplicemente davanti a due curve che aumentano contemporaneamente.
Esiste un meccanismo fisico misurabile.
E il Sole?
Il Sole è la sorgente primaria dell’energia che alimenta il sistema climatico.
Dire che non influenzi il clima sarebbe ovviamente privo di senso.
La domanda scientifica corretta è diversa: l’attività solare è aumentata negli ultimi cinquant’anni in misura sufficiente a spiegare il riscaldamento osservato?
Le misurazioni satellitari disponibili dalla fine degli anni Settanta mostrano oscillazioni associate ai cicli solari, ma non una tendenza crescente capace di spiegare il forte aumento della temperatura verificatosi nello stesso periodo.
NASA – ruolo del Sole nel cambiamento climatico
Il Sole influenza dunque il clima.
Le osservazioni disponibili non sostengono però che sia il principale responsabile del riscaldamento recente.
La precessione terrestre
Un ragionamento simile riguarda la precessione.
Le variazioni orbitali della Terra sono reali e fondamentali per comprendere il clima su scale di migliaia e decine di migliaia di anni.
La precessione fa parte dei cosiddetti cicli di Milanković, insieme alle variazioni dell’eccentricità dell’orbita e dell’inclinazione dell’asse terrestre.
Ma proprio la scala temporale diventa decisiva.
La precessione opera su cicli dell’ordine di circa 23.000 anni.
Cinquant’anni rappresentano quindi:
(50 / 23.000) × 100 ≈ 0,22%
di un ciclo.
Un fenomeno che opera su queste scale temporali non può essere semplicemente invocato per spiegare un cambiamento rapido osservato in mezzo secolo senza dimostrare che, proprio in quell’intervallo, abbia prodotto un forcing della grandezza necessaria.
La semplice esistenza del fenomeno non costituisce una prova della sua rilevanza nel periodo considerato.
Il campo magnetico
Lo stesso principio deve essere applicato allo spostamento dei poli magnetici.
Il campo magnetico terrestre cambia e i poli magnetici si spostano.
Il fenomeno è reale.
Ma:
Polo magnetico si sposta ≠ automaticamente temperatura aumenta
Dall’esistenza di una variazione non deriva infatti una relazione causale con la temperatura.
È necessario dimostrare un meccanismo fisico e quantificarne l’effetto.
Le evidenze disponibili non mostrano un forcing climatico globale significativo capace di spiegare attraverso lo spostamento recente del campo magnetico il riscaldamento osservato.
NASA – campo magnetico e cambiamento climatico
Nell’analisi scientifica il problema non consiste quindi nel chiedersi se Sole, orbita terrestre o campo magnetico esistano.
Naturalmente esistono.
Occorre domandarsi quanto cambiano, in quale direzione e con quale capacità energetica nel periodo che si vuole spiegare.
Dove l’ipotesi iniziale ha dovuto essere corretta
L’ipotesi iniziale considerava CO₂, attività solare, precessione e campo magnetico come possibili fattori concorrenti del riscaldamento recente.
La verifica non consente di attribuire loro un peso comparabile.
Sole e cicli orbitali sono componenti reali del sistema climatico, ma nella finestra temporale considerata non presentano variazioni sufficienti per spiegare il trend osservato.
Per il campo magnetico non emerge un forcing climatico globale significativo.
Per i gas serra si osservano invece contemporaneamente un aumento delle concentrazioni, un meccanismo fisico conosciuto, un forcing radiativo quantificabile e una risposta climatica coerente con le osservazioni.
L’IPCC – Intergovernmental Panel on Climate Change, Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico attribuisce infatti all’influenza umana il ruolo dominante nel riscaldamento osservato dall’epoca preindustriale.
IPCC – Sixth Assessment Report, Working Group I
Questo non significa che il clima dipenda soltanto dalla CO₂.
Significa che, una volta confrontati gli ordini di grandezza, non tutte le cause possibili possiedono lo stesso peso.
Ed è proprio qui che la domanda iniziale sulla popolazione assume una forma più precisa.
Il numero degli esseri umani non costituisce un forcing climatico.
La popolazione agisce a monte, modificando la scala dell’economia, della domanda energetica e delle infrastrutture necessarie a sostenerla.
La catena può essere rappresentata così:
Demografia → domanda → produzione → energia → emissioni → CO₂ atmosferica → clima
Tra un anello e quello successivo intervengono tecnologia, reddito, efficienza, struttura produttiva, fonti energetiche, oceani e biosfera.
Il raddoppio demografico non spiega da solo il riscaldamento globale.
Ma neppure può essere considerato irrilevante quando si analizza la crescita della scala economico-energetica del pianeta.
Il passaggio dalla diagnosi alla proposta economica
Una volta individuata la struttura del problema, la domanda diventa inevitabile: su quale variabile conviene intervenire?
Si potrebbe teoricamente comprimere la scala.
Meno produzione, meno consumi, meno reddito.
Ma un sistema economico deve contemporaneamente perseguire occupazione, sviluppo, benessere e innovazione.
Diventa quindi più interessante provare ad agire soprattutto sulle due grandezze:
E/PIL ↓
e:
CO₂/E ↓
cioè ridurre quanto più rapidamente possibile l’energia necessaria a produrre ricchezza e la quantità di carbonio necessaria a produrre energia.
Il problema è che questi miglioramenti richiedono investimenti.
E gli investimenti hanno un costo.
Se il beneficio è collettivo, perché il costo deve essere soltanto privato?
Si immagini una famiglia che debba spendere una somma importante per ridurre drasticamente il fabbisogno energetico della propria abitazione.
Una parte del beneficio è privata: la famiglia spenderà meno per l’energia.
Ma un’altra parte del beneficio è collettiva: la riduzione delle emissioni non produce effetti soltanto per chi ha sostenuto l’investimento.
Lo stesso ragionamento vale per un’impresa che sostiene costi importanti per rendere il proprio processo produttivo meno energivoro.
Il problema economico può essere rappresentato come una divergenza tra:
beneficio privato
e:
beneficio sociale.
La stabilità climatica presenta caratteristiche tipiche di un bene pubblico globale: i benefici non possono essere facilmente riservati soltanto a coloro che hanno sostenuto i costi necessari a produrli.
In presenza di questa differenza, affidare integralmente al soggetto privato il costo dell’efficientamento può determinare un livello di investimento inferiore a quello socialmente desiderabile.
Questo costituisce una delle giustificazioni economiche dell’intervento pubblico.
Non significa che lo Stato debba pagare tutto.
Significa che il contributo pubblico può trovare una giustificazione nella quota di beneficio che il privato produce per l’intera collettività ma della quale non può appropriarsi.
Non finanziare il prodotto. Finanziare il risultato
Da questo principio può derivare un cambiamento significativo nel modo di costruire gli incentivi.
Molte politiche pubbliche tendono a partire dal prodotto: automobile elettrica, fotovoltaico, pompa di calore, batteria o altra tecnologia considerata ambientalmente desiderabile.
Il rischio è che l’obiettivo finisca per coincidere con la diffusione dello strumento.
Ma lo strumento non dovrebbe essere confuso con il risultato.
Se l’obiettivo economico è ridurre:
E/PIL
e:
CO₂/E
la domanda dovrebbe essere:
Quale investimento produce la maggiore riduzione dell’intensità energetica o carbonica per ogni euro pubblico impiegato?
Si immagini che due interventi costino entrambi 10.000 euro.
Il primo riduce il consumo energetico del 10%.
Il secondo del 40%.
Se il beneficio pubblico è rappresentato dalla riduzione del fabbisogno energetico e delle emissioni, non esiste necessariamente una ragione economica per finanziare i due interventi allo stesso modo semplicemente perché entrambi vengono amministrativamente classificati come “verdi”.
L’incentivo potrebbe essere maggiormente collegato a indicatori quali:
euro pubblici / unità di energia risparmiata
oppure:
euro pubblici / tonnellata di CO₂ evitata
La politica pubblica passerebbe così dall’incentivo al prodotto all’incentivo al risultato.
Prima ridurre il fabbisogno, poi scegliere come soddisfarlo
Questo principio può condurre anche a una diversa sequenza degli interventi.
Se un edificio consuma una quantità eccessiva di energia, è certamente possibile sostituire la fonte dalla quale quell’energia proviene.
Ma può anche essere conveniente ridurre prima la quantità di energia necessaria.
Nel primo caso si interviene principalmente su:
CO₂/E ↓
Nel secondo si interviene su:
E/PIL ↓
Naturalmente non esiste una sequenza valida in ogni situazione.
Occorre confrontare costi, rendimenti e durata degli interventi.
Ma il criterio economico dovrebbe essere questo: non scegliere prima la tecnologia e poi giustificarne il finanziamento; misurare prima il risultato da ottenere e lasciare competere le tecnologie per raggiungerlo al costo minore.
Lo Stato come investitore nell’efficienza del sistema
Se la riduzione dell’intensità energetica è una delle principali forze capaci di contrastare l’aumento della scala, l’efficientamento può essere interpretato almeno in parte come un investimento nell’efficienza dell’intero sistema economico.
Lo Stato potrebbe quindi orientare maggiormente i propri investimenti verso interventi che permettano di ottenere più prodotto con meno energia, la stessa qualità di vita con minore fabbisogno e la stessa energia con minori emissioni.
Il criterio non sarebbe più:
Quale prodotto è considerato ambientalmente desiderabile?
Diventerebbe:
Quale investimento genera il maggiore beneficio ambientale e produttivo per unità di risorsa pubblica impiegata?
È un’impostazione diversa.
Ed è soprattutto misurabile.
Il prezzo della CO₂ può contribuire al finanziamento
In questa logica può essere inserito anche il carbon pricing, cioè l’attribuzione di un prezzo economico alle emissioni.
Il principio è quello tipico delle esternalità: se una parte del costo di un’attività ricade sulla collettività, quel costo può essere almeno parzialmente incorporato nelle decisioni economiche di chi produce o consuma.
Il gettito ottenuto attraverso forme di prezzo della CO₂ potrebbe essere destinato almeno in parte al finanziamento degli investimenti capaci di ridurre l’intensità energetica e carbonica.
La World Bank documenta l’ampia diffusione internazionale di strumenti di carbon pricing.
World Bank – State and Trends of Carbon Pricing
Si creerebbe così un circuito:
Emissioni → prezzo → risorse → efficientamento → minore intensità → minori emissioni
Ma con una condizione importante.
Il gettito non dovrebbe trasformarsi semplicemente in maggiore pressione fiscale.
Una parte potrebbe essere utilizzata per finanziare gli investimenti con il maggiore rendimento misurabile; una parte per ridurre altre forme di imposizione particolarmente distorsive; una parte per compensare i soggetti maggiormente esposti all’aumento dei costi energetici.
Il principio dovrebbe essere quello della riallocazione, non semplicemente dell’aumento del prelievo.
Una politica economica fondata sulla soglia
A questo punto il punto critico del PIL acquista un significato operativo.
Ogni anno può essere teoricamente calcolata la soglia:
gPIL = [1 / ((1 + gE) × (1 + gC))] − 1*
Essa rappresenta il tasso di crescita reale del PIL compatibile con emissioni stabili, date le variazioni dell’intensità energetica e carbonica.
La politica economica potrebbe quindi porsi un obiettivo molto concreto:
fare in modo che la velocità di riduzione dell’intensità energetica e carbonica sia stabilmente superiore alla velocità di crescita della scala economica.
Se si prevede, per esempio, una crescita reale del PIL del 3%, la domanda non dovrebbe essere necessariamente:
Come si può impedire che cresca del 3%?
Potrebbe essere:
Quanto devono diminuire intensità energetica e carbonica affinché quel 3% sia compatibile con emissioni decrescenti?
E soprattutto:
Quali investimenti consentono di raggiungere quel risultato al minor costo sociale possibile?
È qui che la politica ambientale può trasformarsi in politica economica.
Non più un catalogo di tecnologie da sovvenzionare.
Ma una ricerca dell’allocazione più efficiente delle risorse.
La conclusione: la domanda iniziale era incompleta
Il passaggio da circa quattro a oltre otto miliardi di abitanti ha rappresentato un aumento enorme della scala del sistema umano.
L’analisi non consente però di trasformare automaticamente questo raddoppio nella spiegazione del riscaldamento globale.
La demografia influenza la scala della domanda.
Il reddito influenza la quantità e la qualità dei beni richiesti.
La struttura produttiva determina quanta energia è necessaria.
La tecnologia può ridurre quel fabbisogno.
Il sistema energetico determina quanta CO₂ viene prodotta.
Oceani e biosfera determinano quanta parte della CO₂ emessa viene assorbita.
La fisica atmosferica determina infine come la parte che si accumula modifica il bilancio energetico terrestre.
La realtà è quindi molto più articolata dello slogan:
più uomini = più CO₂ = più caldo
Ma è altrettanto difficile sostenere che la dimensione della popolazione e dell’economia sia irrilevante.
Il problema appare piuttosto come una continua competizione tra scala e intensità.
Negli ultimi decenni si è imparato a produrre ogni unità di ricchezza con un impatto energetico e carbonico inferiore. I dati mostrano però che questo miglioramento non è stato ancora sufficiente, su scala mondiale, a far diminuire strutturalmente le emissioni assolute.
La questione economica dei prossimi decenni potrebbe allora essere formulata in maniera diversa.
Non soltanto:
Quanto costa la transizione?
Ma:
Quale investimento permette di ottenere, con ogni euro disponibile, la maggiore riduzione possibile dell’intensità energetica e carbonica?
Se il beneficio prodotto dall’efficientamento ricade anche sulla collettività, esiste una giustificazione economica perché una parte del relativo costo venga sostenuta collettivamente.
Ma proprio perché vengono utilizzate risorse pubbliche, l’investimento dovrebbe essere misurato in base al risultato ottenuto e non all’etichetta attribuita alla tecnologia.
Quanta energia è stata realmente risparmiata?
Quanta CO₂ è stata realmente evitata?
Quanto è costato ottenere quel risultato?
E soprattutto: quanto si è riusciti a far diminuire E/PIL e CO₂/E?
È forse questo il passaggio decisivo:
dalla politica dell’incentivo alla politica del risultato.
Quando la diminuzione dell’intensità energetica e carbonica riuscirà a correre stabilmente più velocemente della crescita della scala, si avrà finalmente:
PIL ↑ mentre CO₂ ↓
Il vero disaccoppiamento assoluto.
A quel punto ambiente e crescita economica non dovranno necessariamente essere rappresentati come obiettivi contrapposti.
Diventeranno, almeno in parte, ciò che l’economia dovrebbe essere chiamata a studiare da sempre: un problema di allocazione efficiente di risorse limitate per ottenere il massimo risultato collettivo possibile.

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