L’11 agosto 2006 moriva il professore abruzzese che fece della moneta una questione di diritto e di libertà. A vent’anni dalla scomparsa, il modo più serio per ricordarlo è ricostruire il suo pensiero senza deformarlo, senza trasformarlo in un dogma e senza sottrarsi alle domande che ci ha lasciato.
L’11 agosto 2006 moriva a Roma il professor Giacinto Auriti. Era nato a Guardiagrele il 10 ottobre 1923.
Sono trascorsi vent’anni dalla sua scomparsa. Eppure la domanda alla quale dedicò gran parte della propria vita conserva intatta la sua forza: a chi appartiene la moneta nel momento in cui viene emessa?
Auriti non era un economista nel significato tradizionale del termine. Era un giurista, formatosi alla scuola di Emilio Betti. Insegnò discipline giuridiche e partecipò alla nascita della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Teramo, della quale fu anche preside.
Questa formazione spiega il carattere originale del suo pensiero. Auriti non affrontò la moneta partendo soltanto dalle sue funzioni economiche, dalla quantità in circolazione, dai tassi d’interesse o dalle politiche delle banche centrali. La studiò come una fattispecie giuridica, ponendo al centro il rapporto tra valore, proprietà, credito e debito.
La sua domanda non era soltanto: quanto vale la moneta?
Era soprattutto: di chi è la moneta?
La moneta non produce la ricchezza
Per comprendere Auriti bisogna partire dalla distinzione tra ricchezza reale e simbolo monetario.
La ricchezza reale è costituita dai beni e dai servizi prodotti dalla collettività: il cibo, le abitazioni, i macchinari, le conoscenze, il lavoro, l’assistenza, le prestazioni professionali e tutto ciò che può soddisfare un bisogno umano.
La moneta non produce questi beni e servizi. Serve a misurarne il valore e a consentirne lo scambio.
In un’economia fondata sul baratto, ogni soggetto cede qualcosa di proprio. L’agricoltore trasferisce una parte del raccolto; l’artigiano consegna il bene che ha realizzato; un altro soggetto mette a disposizione il proprio lavoro. La proprietà passa da una parte all’altra attraverso lo scambio diretto.
La moneta viene introdotta per superare i limiti del baratto. Consente di utilizzare un’unica unità di conto, di confrontare beni differenti e di separare il momento della vendita da quello dell’acquisto.
Non è, tuttavia, la moneta a creare i beni scambiati.
Auriti la definiva “misura del valore e valore della misura”. La prima parte della formula è intuitiva: la moneta misura il valore dei beni e dei servizi. La seconda contiene il nucleo della sua teoria: anche la misura monetaria possiede un valore, perché permette al suo portatore di acquistare ciò che la collettività ha prodotto.
Il metro misura una lunghezza, ma non acquista il bene misurato. La moneta, invece, misura il valore e nello stesso tempo consente a chi la possiede di appropriarsi, attraverso lo scambio, dei beni corrispondenti.
Per questo Auriti la definiva un “simbolo econometrico”: un simbolo capace di esprimere e trasferire il valore economico.
Il valore non è nella carta
Una banconota, considerata nella sua materia, vale pochissimo. Il suo valore non deriva dalla carta sulla quale è stampata.
Nelle moderne monete non convertibili non deriva neppure dalla possibilità di ottenere una quantità predeterminata d’oro. Il valore monetario nasce dalla capacità della moneta di essere accettata in cambio di beni e servizi.
Ognuno accetta la moneta perché prevede che anche gli altri saranno disposti ad accettarla.
Il valore si forma, quindi, all’interno di una relazione sociale. La moneta acquista utilità presente grazie alla previsione della sua accettazione futura.
Questo è il significato della teoria auritiana del valore indotto. Il valore non viene conferito alla moneta soltanto dall’autorità che la emette. Viene indotto nella moneta dalla collettività che la accetta e che le attribuisce, attraverso il proprio comportamento, capacità di acquisto.
La legge può imporne il corso legale e disciplinarne l’emissione. L’autorità monetaria può regolarne la quantità, garantirne l’autenticità e difenderne il potere d’acquisto. Ma una moneta che nessuno fosse disposto ad accettare perderebbe la propria funzione economica.
Per Auriti, quindi, era la collettività a creare il valore della moneta perché era la collettività ad accettarla e, soprattutto, perché erano i cittadini a produrre i beni e i servizi che quella moneta avrebbe potuto acquistare.
Chi produce e chi presta
Su questa premessa si innesta la parte più radicale del pensiero auritiano.
I cittadini sono proprietari dei beni e dei servizi che producono. La moneta serve a misurare e a scambiare quella ricchezza. Ma se lo strumento monetario viene messo a disposizione soltanto attraverso un prestito, la collettività deve indebitarsi per poter scambiare ciò che essa stessa ha prodotto.
Il produttore della ricchezza reale diventa debitore di chi fornisce lo strumento con il quale quella ricchezza viene misurata.
È questo il capovolgimento denunciato da Auriti.
In assenza della moneta, ciascuna parte scambierebbe un bene di sua proprietà. Con l’introduzione dello strumento monetario, lo scambio diventa più semplice ed efficiente. Ma se per ottenere quel mezzo una parte deve contrarre un debito, chi presta la moneta acquisisce un credito che dovrà essere soddisfatto attraverso beni, redditi o lavoro futuri.
Il creditore non diventa formalmente proprietario di tutti i beni scambiati dalla collettività. Sul piano giuridico acquista un diritto alla restituzione del capitale e, quando previsto, al pagamento degli interessi. Se esistono garanzie e il debitore non adempie, può rivalersi sui beni che le costituiscono.
Ma nella lettura di Auriti il controllo della moneta conferisce un potere sostanziale sulla ricchezza reale. Chi produce deve procurarsi la moneta per estinguere il debito; chi dispone del credito può avanzare una pretesa sui risultati di quella produzione.
Il paradosso può essere riassunto in una domanda: perché chi ha prodotto la ricchezza deve indebitarsi per ottenere lo strumento necessario a misurarla e scambiarla?
La moneta-debito e la moneta-proprietà
Auriti contrapponeva due modelli: la moneta-debito e la moneta-proprietà.
Nella sua ricostruzione, la moneta-debito nasce nella proprietà dell’emittente e viene successivamente prestata. Il portatore ne acquista la disponibilità, ma contemporaneamente assume l’obbligo di restituirne il valore.
La moneta-proprietà, invece, dovrebbe nascere nella proprietà del cittadino. Poiché il suo valore è determinato dall’accettazione della collettività e dalla ricchezza prodotta dai cittadini, dovrebbe essere accreditata e non addebitata.
Questo non significa che Auriti volesse eliminare ogni forma di prestito.
Una volta attribuita in proprietà, la moneta potrebbe essere risparmiata, investita e prestata. Il punto era un altro: secondo Auriti, chi emette la moneta non dovrebbe anche prestarla, perché non è l’emittente a creare il valore economico che essa rappresenta.
Il suo manifesto per la giustizia monetaria riassumeva il principio con una formula precisa: “tutti possono prestare moneta tranne chi la emette”.
Il credito continuerebbe così a esistere, ma avrebbe come oggetto una moneta già appartenente a qualcuno. Il risparmiatore potrebbe rinunciare temporaneamente alla propria disponibilità e trasferirla a un altro soggetto in cambio della restituzione e dell’eventuale remunerazione.
L’emissione originaria, invece, dovrebbe tradursi in un accredito a favore dei cittadini.
La proprietà popolare della moneta
Da questo ragionamento nasce la proposta della proprietà popolare della moneta.
Se il valore monetario è creato dall’accettazione collettiva, la proprietà originaria dovrebbe essere riconosciuta ai componenti della collettività. La moneta dovrebbe appartenere al portatore e non gravarlo di un debito verso l’emittente.
Auriti collegava tale impostazione a un reddito monetario di cittadinanza. Non si trattava semplicemente di un sussidio finanziato attraverso le imposte. Nella sua teoria era la quota di valore monetario prodotta da ogni cittadino attraverso l’accettazione della moneta.
Una parte della nuova emissione avrebbe potuto essere trattenuta dallo Stato per finanziare le esigenze di pubblica utilità; la parte restante sarebbe stata accreditata ai cittadini.
La persona umana, e non un’entità astratta, doveva essere il soggetto originariamente proprietario della moneta.
La proposta arrivò anche in Parlamento. L’11 gennaio 1995 venne presentato al Senato il disegno di legge n. 1282, intitolato “Proprietà popolare della moneta”. Fu sottoscritto da diciotto senatori appartenenti a differenti schieramenti politici, ma non venne approvato.
Successivamente Auriti promosse un disegno di legge d’iniziativa popolare per riconoscere l’euro come proprietà dei cittadini europei. Anche questa iniziativa non entrò nell’ordinamento, ma contribuì a portare il problema monetario fuori dalle aule universitarie.
L’oro e la moneta nominale
Auriti non proponeva un ritorno alla convertibilità aurea.
Individuava nella moneta d’oro una qualità positiva e una negativa. La qualità positiva era la proprietà: chi possedeva la moneta d’oro era proprietario del metallo. La qualità negativa era la sua rarità naturale, che rendeva impossibile adeguare la quantità di moneta alle necessità della produzione e degli scambi.
La moneta nominale presentava, nella sua teoria, caratteristiche opposte. La quantità poteva essere regolata, ma il portatore ne diventava debitore perché essa veniva immessa attraverso il prestito.
La nuova moneta immaginata da Auriti avrebbe dovuto unire la proprietà del portatore, caratteristica della moneta aurea, alla possibilità di controllarne la quantità, caratteristica della moneta nominale.
Non avrebbe dovuto essere né una moneta illimitata né una semplice distribuzione arbitraria di potere d’acquisto.
Auriti riteneva che la rarità monetaria dovesse essere controllata e adeguata all’andamento della produzione e dei prezzi. Aveva quindi presente il rischio che un’emissione eccessiva rispetto ai beni disponibili potesse ridurre il valore della moneta.
La proprietà popolare non coincideva, almeno nella sua formulazione teorica, con la possibilità di stampare denaro senza limiti.
Il SIMEC: la teoria diventa esperimento
Nel 2000 Auriti tentò di applicare concretamente le proprie idee a Guardiagrele attraverso il SIMEC, il “Simbolo econometrico di valore indotto”.
Il SIMEC non era una moneta avente corso legale e non sostituiva formalmente la lira. Era uno strumento di scambio locale, accettato volontariamente dai cittadini e dagli operatori economici che avevano aderito al circuito.
L’esperimento voleva dimostrare che il valore monetario poteva essere attribuito dalla comunità attraverso una convenzione e un comportamento condiviso.
I cittadini cambiavano lire in SIMEC e potevano utilizzare questi ultimi presso gli esercizi aderenti con un potere d’acquisto convenzionalmente maggiore. L’obiettivo era aumentare la capacità di spesa e favorire la circolazione della ricchezza all’interno dell’economia locale.
L’esperimento attirò l’attenzione dei mezzi d’informazione e delle autorità. La Procura della Repubblica di Chieti dispose il sequestro dei SIMEC, successivamente revocato. L’iniziativa, tuttavia, si concluse dopo un periodo relativamente breve.
Il SIMEC va valutato con rigore
Il SIMEC non può essere considerato una dimostrazione scientifica definitiva dell’intera teoria auritiana.
L’ambito territoriale era ristretto, l’adesione volontaria, la durata limitata e il sistema era sostenuto dalle risorse impiegate dallo stesso Auriti. Il maggiore potere d’acquisto riconosciuto ai possessori non poteva nascere indefinitamente senza una corrispondente copertura economica.
Non è quindi possibile concludere che il semplice raddoppio convenzionale del valore di una moneta locale produca automaticamente un raddoppio della ricchezza reale.
Ma sarebbe altrettanto sbagliato liquidare il SIMEC come una stravaganza.
L’esperimento mostrò che una comunità può attribuire capacità di scambio a un simbolo monetario mediante l’accettazione convenzionale. Mostrò anche come un circuito locale possa orientare la domanda verso gli operatori del territorio e rallentare la fuoriuscita di potere d’acquisto dall’economia locale.
Il SIMEC non dimostrò tutto ciò che Auriti intendeva dimostrare, ma rese visibile la componente sociale e convenzionale della moneta.
Auriti e il signoraggio
Il nome di Auriti è frequentemente associato al signoraggio. Su questo punto è necessario distinguere il suo pensiero dal modo in cui è stato successivamente divulgato.
Auriti contestava il titolo di proprietà della moneta all’atto dell’emissione. Riteneva che l’emittente si appropriasse di un valore creato dalla collettività e lo restituisse alla stessa collettività sotto forma di debito.
Nel sistema contabile vigente, tuttavia, le banconote emesse dalle banche centrali sono registrate nel passivo dei loro bilanci. In contropartita vengono iscritte attività finanziarie. Il reddito da signoraggio deriva principalmente dai rendimenti prodotti da tali attività, al netto dei costi, degli accantonamenti e delle eventuali perdite.
Nell’Eurosistema il reddito monetario viene determinato e ripartito secondo le regole dello Statuto del Sistema europeo di banche centrali. Una parte dei risultati economici delle banche centrali nazionali affluisce agli Stati attraverso le imposte e la distribuzione degli utili.
Non è quindi contabilmente corretto affermare che la banca centrale incassi come utile immediato l’intero valore nominale delle banconote emesse, sostenendo soltanto il costo della carta e della stampa.
Questa precisazione, però, non risolve automaticamente la questione sollevata da Auriti.
La contabilità descrive come l’emissione viene registrata e come il reddito monetario viene distribuito. Auriti poneva una domanda precedente: chi deve essere riconosciuto come proprietario originario del valore monetario?
La risposta delle istituzioni vigenti è contenuta nelle norme che regolano l’emissione, i bilanci delle banche centrali e la politica monetaria. La risposta di Auriti era differente: il valore nasce nella collettività e deve quindi appartenere ai cittadini.
È questo il vero terreno sul quale la sua teoria deve essere esaminata.
Dove la teoria richiede una verifica
Ricordare Auriti seriamente significa anche sottoporre le sue affermazioni a verifica.
Non tutta la moneta nasce nello stesso modo. Occorre distinguere le banconote emesse dalle banche centrali, le riserve bancarie, i depositi creati dalle banche commerciali attraverso il credito e la moneta già esistente che viene prestata da un soggetto a un altro.
La frase secondo cui tutta la moneta circolerebbe come debito verso la banca centrale non descrive letteralmente l’intera struttura del sistema monetario contemporaneo. Le banconote sono passività della banca centrale, mentre i depositi costituiscono passività delle banche commerciali verso i propri clienti. Inoltre, quando una somma già esistente viene prestata, non si produce necessariamente una nuova emissione monetaria.
Bisogna anche distinguere la proprietà giuridica dei beni dalla capacità economica di esercitare pretese su di essi. Il creditore non diventa proprietario di tutta la produzione del debitore. Acquisisce un diritto alla restituzione e, nei casi previsti, può rivalersi sulle garanzie.
La forza dell’argomento di Auriti non risiede quindi nell’affermazione letterale che il prestatore diventi proprietario di ogni bene scambiato. Risiede nell’aver mostrato che il controllo della moneta e del credito attribuisce un potere sulla ricchezza reale prodotta da altri.
La sua è una critica alla struttura dei rapporti economici: chi produce la ricchezza può trovarsi nella condizione di doverla trasferire per estinguere un debito contratto allo scopo di ottenere il mezzo necessario a scambiarla.
La domanda che resta
La teoria di Auriti non è stata accolta dall’ordinamento monetario e non appartiene alla dottrina economica prevalente.
Eppure la domanda che la sostiene rimane aperta.
Se la moneta è una convenzione sociale, chi deve beneficiare della sua creazione?
Se il suo valore dipende dalla fiducia della collettività e dai beni prodotti dai cittadini, è sufficiente che il reddito monetario ritorni indirettamente allo Stato oppure deve essere riconosciuto un diritto originario alle persone?
In quale misura la moneta deve entrare nell’economia attraverso il credito e in quale misura potrebbe essere immessa mediante trasferimenti diretti?
Come si può riconoscere una funzione pubblica alla moneta senza sottoporla alle esigenze immediate del potere politico e al rischio dell’inflazione?
Sono interrogativi ancora attuali. Li ritroviamo nella discussione sull’indipendenza delle banche centrali, nella creazione di moneta bancaria, nei programmi di acquisto dei titoli, nei trasferimenti diretti ai cittadini, nelle monete complementari e nella progettazione dell’euro digitale.
L’evoluzione tecnologica rende la questione ancora più delicata. Il simbolo monetario può ormai assumere una forma interamente digitale. Cambia il supporto, ma non scompare il problema della proprietà e del controllo.
Chi governa la moneta può stabilire le condizioni di accesso al credito, incidere sulla distribuzione del potere d’acquisto e influenzare la destinazione delle risorse prodotte dalla società.
Ricordare Giacinto Auriti
Il modo più onesto di ricordare Giacinto Auriti non consiste nell’affermare che avesse ragione su tutto.
Non consiste neppure nel liquidarlo come un visionario soltanto perché mise in discussione categorie considerate definitive.
Auriti merita qualcosa di più dell’adesione incondizionata e qualcosa di più serio della derisione.
Merita di essere letto.
Fu un professore abruzzese profondamente legato alla propria terra, un giurista animato da una forte fede cattolica e un uomo che ebbe il coraggio di portare fino alle estreme conseguenze la propria riflessione.
Ebbe soprattutto il merito di ricordarci una verità spesso dimenticata: la moneta non produce il pane, non costruisce le case, non cura gli ammalati e non genera, da sola, alcuna ricchezza.
Sono gli uomini e le donne a produrre beni e servizi. La moneta ne misura il valore e ne consente lo scambio.
Ma proprio perché misura e trasferisce quel valore, essa non è uno strumento neutrale. Dalla disciplina della sua emissione dipendono rapporti di credito, di debito e di potere.
La domanda che Auriti ci ha lasciato è allora semplice e radicale: può chi produce la ricchezza essere costretto a indebitarsi per ottenere lo strumento necessario a scambiarla?
A vent’anni dalla sua morte, non è necessario condividere tutte le sue risposte per riconoscere la grandezza della domanda.
Ed è forse questo il modo più autentico per ricordare il professor Giacinto Auriti: continuare a porla.
Fonti essenziali
- Giacinto Auriti, Per un nuovo sistema monetario.
- Giacinto Auriti, Manifesto per la proprietà popolare della moneta.
- Archivio delle opere e degli interventi di Giacinto Auriti.
- Disegno di legge del Senato n. 1282, “Proprietà popolare della moneta”.
- Università degli Studi di Teramo, ricordo di Giacinto Auriti.
- Banca d’Italia, disciplina e formazione del reddito da signoraggio.
- Radio Radicale, intervista sul funzionamento del SIMEC.

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