Cosa ci racconta veramente la storia del diacono martirizzato a Roma
Ogni anno, nella notte tra il 9 e il 10 agosto, alziamo gli occhi al cielo per osservare le stelle cadenti. La tradizione le chiama “lacrime di san Lorenzo” e le collega alle scintille sprigionate dalla graticola sulla quale il santo sarebbe stato martirizzato.
La storia è conosciuta. Lorenzo era uno dei diaconi della Chiesa di Roma e aveva il compito di amministrarne i beni e di assistere i poveri. Quando l’autorità imperiale gli ordinò di consegnare le ricchezze della Chiesa, egli chiese alcuni giorni di tempo. Poi si presentò davanti al prefetto accompagnato da poveri, malati e persone emarginate e disse:
«Ecco i tesori della Chiesa».
Per questo gesto sarebbe stato condannato a morire su una graticola posta sopra i carboni ardenti.
È un racconto di grande forza, capace di mettere in discussione il significato stesso della ricchezza. Tuttavia, se vogliamo comprendere realmente la figura di san Lorenzo, dobbiamo distinguere ciò che è accertato dalle fonti da ciò che è stato aggiunto dalla tradizione nei secoli successivi.
Non si tratta di ridurre il valore della sua testimonianza. Al contrario, si tratta di liberarla da alcune ricostruzioni moderne che, pur essendo suggestive, non trovano conferma nei documenti disponibili.
Cosa sappiamo con certezza
Lorenzo morì a Roma il 10 agosto del 258, durante la persecuzione disposta dall’imperatore Valeriano.
La data della sua morte e il luogo della sepoltura sono riportati nella Depositio martyrum, il più antico calendario dei martiri della Chiesa romana, inserito nella cosiddetta Cronografia del 354.
Alla data del 10 agosto troviamo questa breve indicazione:
IIII idus Aug. Laurentii in Tiburtina.
Il documento ricorda, quindi, Lorenzo sulla via Tiburtina, dove si trovava il luogo della sua sepoltura e dove sarebbe poi sorta la basilica di San Lorenzo fuori le Mura.
La fonte, però, non ci dice in quale modo fu ucciso e non racconta l’episodio della graticola. Ci consente di affermare che Lorenzo era già venerato dalla comunità cristiana romana nel IV secolo, ma non ci fornisce una descrizione del suo processo. University of Oxford, The Cult of Saints in Late Antiquity, E01052
Ancora più importante è una lettera scritta nel 258 da Cipriano, vescovo di Cartagine, poco prima di essere a sua volta martirizzato.
Cipriano riferisce che Valeriano aveva inviato al Senato un provvedimento con il quale si ordinava di colpire immediatamente vescovi, presbiteri e diaconi. Per i cristiani appartenenti alle classi più elevate erano previste la perdita delle cariche pubbliche, la confisca dei beni e, qualora avessero continuato a professare la propria fede, la condanna a morte. Per le matrone romane erano previste la confisca e l’esilio, mentre i cristiani appartenenti alla casa imperiale potevano essere inviati ai lavori forzati nei possedimenti dell’imperatore.
Nella stessa lettera Cipriano comunica che papa Sisto II era stato ucciso il 6 agosto nel cimitero di Callisto insieme a quattro diaconi. Cipriano, Epistula 80, in alcune raccolte indicata come 81
Lorenzo morì quattro giorni dopo.
Questo documento è fondamentale perché fu scritto nello stesso periodo in cui si verificarono gli avvenimenti. Ci permette anche di correggere una parte del racconto che oggi circola sui social e su numerosi siti internet.
Valeriano non fece uccidere Lorenzo perché la sua attività a favore dei poveri stava mettendo in crisi la struttura economica e sociale dell’Impero. Il provvedimento riguardava tutta la Chiesa e colpiva in modo particolare i suoi vescovi, presbiteri e diaconi.
Non risulta neppure che Lorenzo sia stato convocato personalmente dall’imperatore. La tradizione parla generalmente del prefetto di Roma o, comunque, dell’autorità incaricata di applicare il provvedimento imperiale.
Questo non esclude che la persecuzione avesse anche un evidente interesse economico. La confisca dei beni era espressamente prevista e rappresentava uno degli strumenti utilizzati per colpire i cristiani. Non possiamo, però, affermare che Valeriano volesse sottrarre a Lorenzo il denaro con il quale egli stava rendendo economicamente indipendenti i poveri e gli schiavi.
Questa parte della storia non è documentata.
Lorenzo amministrava veramente i beni della Chiesa?
La tradizione descrive Lorenzo come uno dei sette diaconi di Roma e, in seguito, lo ha indicato come arcidiacono e amministratore dei beni della Chiesa.
La funzione è credibile. Fin dalle origini, infatti, il diaconato cristiano era strettamente legato all’assistenza della comunità e, in particolare, delle persone più fragili.
Negli Atti degli Apostoli si racconta che furono scelti sette uomini affinché nessuno venisse trascurato nella distribuzione quotidiana del cibo. Il problema riguardava soprattutto le vedove, che in quella società rischiavano di rimanere prive di qualsiasi protezione economica.
Possiamo, quindi, ragionevolmente ritenere che Lorenzo partecipasse alla gestione dei beni della comunità cristiana e alla loro distribuzione in favore dei poveri.
Non abbiamo, tuttavia, documenti contemporanei che descrivano con precisione le sue funzioni o che lo indichino come unico responsabile finanziario della Chiesa romana. In altri termini, conosciamo il compito che normalmente veniva attribuito ai diaconi, ma non possediamo il rendiconto delle attività svolte personalmente da Lorenzo.
Soprattutto, non esiste una fonte antica che dimostri che egli concedesse denaro ai poveri affinché potessero avviare un’attività economica oppure che utilizzasse sistematicamente le donazioni per acquistare la libertà degli schiavi.
È vero che il riscatto dei prigionieri e delle persone ridotte in schiavitù diventò una delle attività svolte dalla Chiesa antica. Ma questo dato generale non può essere automaticamente attribuito a Lorenzo.
Sarebbe certamente interessante descriverlo come un precursore del microcredito, capace di utilizzare il denaro non soltanto per assistere i poveri, ma anche per renderli indipendenti. Sarebbe, però, una nostra interpretazione e non una verità ricavata dalle fonti.
Da dove nasce la storia dei poveri come tesoro?
Il celebre episodio nel quale Lorenzo presenta i poveri come il vero tesoro della Chiesa compare nel De officiis di Ambrogio, vescovo di Milano.
L’opera fu scritta intorno al 390, quindi oltre centotrent’anni dopo la morte di Lorenzo.
Ambrogio racconta che, quando gli furono richiesti i beni della Chiesa, Lorenzo promise che li avrebbe mostrati. Il giorno successivo radunò i poveri e, indicandoli, disse:
«Questi sono i tesori della Chiesa».
Ambrogio aggiunge che Lorenzo aveva preferito utilizzare l’oro della Chiesa per aiutare i poveri anziché conservarlo e consegnarlo ai persecutori. Ambrogio, De officiis, II, 28, 140-142
La distanza di oltre un secolo dagli avvenimenti ci impedisce di considerare Ambrogio un testimone diretto. Non sappiamo, pertanto, se Lorenzo pronunciò veramente quelle parole.
Ciò non significa che il racconto sia privo di valore. Significa, più semplicemente, che dobbiamo considerarlo una tradizione già presente nella comunità cristiana alla fine del IV secolo e utilizzata da Ambrogio per spiegare quale dovesse essere, secondo lui, la funzione dei beni posseduti dalla Chiesa.
Il contesto nel quale Ambrogio racconta la storia di Lorenzo è molto importante.
Lo stesso Ambrogio aveva fatto fondere alcuni oggetti sacri per utilizzare l’oro ottenuto nel riscatto dei prigionieri. Questa decisione gli aveva procurato numerose critiche. Egli rispose affermando un principio molto chiaro:
«La Chiesa possiede dell’oro non per conservarlo, ma per distribuirlo e soccorrere chi ne ha bisogno».
In termini concreti, Ambrogio sosteneva che non avrebbe avuto senso conservare calici e oggetti preziosi mentre esseri umani morivano di fame o rimanevano prigionieri.
L’oro non doveva essere custodito per il semplice fatto di appartenere alla Chiesa. Doveva essere utilizzato per salvare le persone.
È all’interno di questo ragionamento che Ambrogio richiama la figura di Lorenzo e racconta la presentazione dei poveri come vero tesoro della comunità cristiana.
Il riferimento al riscatto dei prigionieri è, quindi, certamente presente nell’opera di Ambrogio. Non possiamo, però, trasformarlo nella prova che centotrent’anni prima Lorenzo riscattasse sistematicamente gli schiavi.
«Dispersit, dedit pauperibus»
Nelle immagini dedicate a san Lorenzo compare spesso uno scrigno sul quale è riportata la frase:
Dispersit, dedit pauperibus; iustitia eius manet in saeculum saeculi.
La traduzione può essere resa nel seguente modo:
«Ha distribuito, ha dato ai poveri; la sua giustizia rimane nei secoli».
Anche in questo caso occorre fare una precisazione.
La frase non fu pronunciata da Lorenzo. Si tratta di un versetto del Salmo 112 secondo la numerazione ebraica, corrispondente al Salmo 111 nella numerazione greca e latina.
La tradizione cristiana lo ha successivamente collegato alla figura di Lorenzo perché esprimeva perfettamente il significato attribuito alla sua vita e al suo servizio verso i poveri.
La presenza della frase nell’iconografia ha, quindi, un grande valore religioso e simbolico, ma non rappresenta la prova delle specifiche attività economiche svolte dal santo.
Lorenzo morì veramente sulla graticola?
La graticola è diventata il simbolo di san Lorenzo. È presente quasi sempre nelle statue, nei dipinti e nelle immagini che lo rappresentano.
Ambrogio racconta che Lorenzo fu sottoposto al fuoco e gli attribuisce la celebre battuta rivolta ai suoi carnefici: una parte del suo corpo sarebbe stata ormai cotta e poteva essere girata.
Alcuni anni dopo, tra la fine del IV e l’inizio del V secolo, il poeta cristiano Prudenzio riprese e sviluppò il racconto nel secondo inno del Peristephanon. La sua opera contribuì in modo decisivo alla diffusione della rappresentazione di Lorenzo che resiste alle fiamme e vince moralmente i propri persecutori. Prudenzio, Peristephanon, II, pp. 35-54
Le fonti più vicine agli avvenimenti, però, non parlano della graticola.
La Depositio martyrum indica soltanto il giorno e il luogo della sepoltura. La lettera di Cipriano descrive il provvedimento di Valeriano e il martirio di Sisto II, ma non racconta in quale modo fu ucciso Lorenzo.
Per questo motivo alcuni storici hanno ritenuto più probabile che Lorenzo fosse stato decapitato, come avveniva normalmente per gli esponenti della Chiesa colpiti dal provvedimento imperiale.
Anche questa, però, rimane un’ipotesi.
Non sarebbe scientificamente corretto respingere la graticola come leggenda per sostituirla con una decapitazione presentata come certa. La conclusione più prudente è che Lorenzo fu martirizzato a Roma il 10 agosto del 258, mentre non possiamo stabilire con sicurezza la modalità della sua morte.
La tradizione della graticola è comunque molto antica, perché risulta già chiaramente presente alla fine del IV secolo.
Non trova invece conferma nelle fonti esaminate il racconto secondo il quale Lorenzo sarebbe stato prima posto sulla graticola e successivamente decapitato. Questa unione delle due versioni sembra rappresentare un’aggiunta successiva.
Le stelle cadenti
Anche il collegamento tra il martirio e le stelle cadenti appartiene alla tradizione popolare.
Quelle che osserviamo nei giorni vicini al 10 agosto sono le Perseidi, uno sciame di meteore che si verifica quando la Terra attraversa la zona nella quale sono presenti i detriti lasciati dalla cometa 109P/Swift-Tuttle.
Le scie luminose sono state associate alle scintille della graticola o alle lacrime versate per il martirio di Lorenzo perché il fenomeno si presenta nello stesso periodo in cui ricorre la sua festa.
Il collegamento è, quindi, poetico e religioso. Non ha, naturalmente, un’origine storica.
Due modi diversi di intendere la ricchezza
Una volta chiariti gli aspetti storici, rimane la parte forse più interessante della storia di Lorenzo.
Da un lato vi era l’Impero, che considerava i beni dei cristiani come ricchezze da individuare, sequestrare e trasferire nelle casse pubbliche. Il provvedimento di Valeriano colpiva le persone, la loro posizione sociale e il loro patrimonio.
Dall’altro lato troviamo la concezione espressa da Ambrogio attraverso la figura di Lorenzo.
La Chiesa poteva certamente possedere dell’oro. Ma quell’oro non trovava la propria giustificazione nella semplice conservazione. Aveva un senso soltanto se veniva utilizzato per nutrire chi aveva fame, assistere i poveri, liberare i prigionieri e proteggere chi non era in condizione di difendersi.
Ciò significa che il valore di una ricchezza non dipendeva soltanto dal suo ammontare, ma anche dall’utilizzo che ne veniva fatto.
Non siamo ancora di fronte a una teoria economica nel significato moderno del termine. Lorenzo non elaborò un programma di redistribuzione del reddito e non mise in discussione, almeno sulla base delle fonti disponibili, l’intera organizzazione economica romana.
Il messaggio che emerge dalla tradizione è comunque molto chiaro: la ricchezza di un’istituzione non può essere separata dalla sua funzione sociale.
Un oggetto d’oro conservato all’interno di una chiesa aveva certamente un valore economico e religioso. Ma se quello stesso oro poteva salvare una persona, il valore della vita doveva prevalere sul valore dell’oggetto.
Lorenzo mise veramente in crisi il sistema?
Secondo alcune ricostruzioni diffuse oggi, Lorenzo avrebbe distribuito il denaro ai poveri mettendoli nella condizione di produrre autonomamente ricchezza. Gli schiavi avrebbero potuto acquistare la propria libertà e i plebei avrebbero smesso di dipendere dalle famiglie più ricche.
In questo modo sarebbe venuta meno la base sulla quale poggiava la piramide sociale romana e l’imperatore avrebbe deciso di intervenire.
È un’interpretazione moderna, costruita utilizzando categorie economiche e sociali che non troviamo nelle fonti antiche.
Non sappiamo quante risorse amministrasse Lorenzo. Non sappiamo quante persone assistesse e non abbiamo documenti che dimostrino l’esistenza di un suo programma rivolto all’indipendenza economica dei poveri.
Non possiamo, quindi, affermare che abbia messo in crisi il sistema economico romano.
Possiamo però sostenere qualcosa di diverso.
La storia di Lorenzo, così come fu raccontata dalla comunità cristiana, mise in discussione il modo con il quale il potere misurava la ricchezza.
L’autorità romana cercava oro, argento, monete e beni da confiscare. Lorenzo, secondo la tradizione riportata da Ambrogio, indicò delle persone.
L’Impero cercava il patrimonio della Chiesa. Lorenzo avrebbe mostrato la comunità per la quale quel patrimonio esisteva.
Da una parte vi era la ricchezza intesa come possesso. Dall’altra la ricchezza intesa come strumento al servizio dell’uomo.
Il vero significato della storia di Lorenzo
Definire Lorenzo “il santo che finanziava i poveri” è sicuramente efficace, ma non è storicamente dimostrabile.
Possiamo definirlo il diacono che, secondo una tradizione già consolidata alla fine del IV secolo, utilizzò i beni della Chiesa in favore dei poveri e rifiutò di consegnarli ai persecutori.
La differenza può sembrare sottile, ma è sostanziale.
Nel primo caso trasformiamo Lorenzo in un economista moderno, attribuendogli attività e obiettivi dei quali non abbiamo prova. Nel secondo caso rispettiamo le fonti e, nello stesso tempo, conserviamo intatta la forza del suo messaggio.
La storia di Lorenzo ci porta a riflettere su una domanda che rimane attuale: quando possiamo considerare veramente ricca una comunità?
Quando possiede un grande patrimonio oppure quando utilizza le proprie risorse per impedire che qualcuno venga lasciato indietro?
Un bilancio ci indica il valore dei beni posseduti, l’ammontare delle disponibilità finanziarie e la consistenza del patrimonio. Non può, però, dirci da solo quale sia la funzione svolta da quella ricchezza.
Per comprendere questo aspetto dobbiamo guardare alle persone.
Non sappiamo se Lorenzo pronunciò realmente la frase che gli attribuisce Ambrogio. Sappiamo, però, che la comunità cristiana riconobbe in quelle parole il significato della sua testimonianza.
Lorenzo non mise in crisi l’economia dell’Impero romano. Mise in discussione, almeno nella memoria che ci è stata tramandata, il suo modo di considerare la ricchezza.
Il potere cercava il tesoro dentro uno scrigno.
Lorenzo lo indicò nelle persone.
Fonti essenziali
- Cipriano di Cartagine, Epistula 80/81, sul provvedimento di Valeriano e sul martirio di Sisto II.
- Depositio martyrum, contenuta nella Cronografia del 354, per la commemorazione di Lorenzo sulla via Tiburtina.
- Ambrogio di Milano, De officiis, I, 41, 205-207; II, 28, 136-143.
- Prudenzio, Peristephanon, II.
- Atti degli Apostoli, 6, 1-6.
- Salmo 112,9 secondo la numerazione ebraica; Salmo 111,9 secondo la numerazione greca e latina.

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