Quando si osserva un’offerta pubblica di scambio come quella promossa da UniCredit nei confronti di Commerzbank, l’attenzione si concentra inevitabilmente sul rapporto di concambio, sul valore economico dell’offerta o sulle probabilità di successo dell’operazione. Eppure, fermarsi a questi aspetti significherebbe perdere di vista il quadro generale.

Quella guidata da Andrea Orcel non appare soltanto come una delle più importanti operazioni di fusione bancaria degli ultimi anni, ma rappresenta uno dei primi concreti tentativi di superare una delle principali debolezze strutturali dell’Unione europea: la frammentazione del sistema finanziario.

Negli ultimi vent’anni l’economia mondiale ha subito una trasformazione profonda. La globalizzazione dei mercati finanziari, la crescita delle economie asiatiche, l’affermazione delle grandi piattaforme digitali e l’enorme capacità di raccolta dei mercati statunitensi hanno modificato gli equilibri internazionali. Oggi le principali imprese del mondo necessitano di intermediari finanziari capaci di accompagnarne la crescita su scala globale, sostenendo acquisizioni miliardarie, emissioni obbligazionarie internazionali, operazioni di finanza strutturata e investimenti tecnologici sempre più rilevanti.

In questo scenario gli Stati Uniti hanno costruito un vantaggio competitivo difficilmente contestabile. Banche come JPMorgan Chase, Bank of America, Citigroup, Goldman Sachs e Morgan Stanley operano su un mercato domestico vastissimo, caratterizzato da un quadro normativo sostanzialmente uniforme, da un mercato dei capitali estremamente liquido e dal ruolo internazionale del dollaro quale principale valuta di riserva mondiale. La loro capacità patrimoniale, la dimensione dei bilanci e l’accesso ai capitali consentono di finanziare operazioni che spesso eccedono le possibilità dei principali istituti europei.

L’Europa, al contrario, pur disponendo della seconda valuta internazionale per importanza, continua a presentarsi come un mosaico di mercati nazionali. La politica monetaria è unica, la vigilanza bancaria è in larga parte centralizzata presso la Banca Centrale Europea e il quadro prudenziale è ormai ampiamente armonizzato. Tuttavia, il mercato dei capitali rimane frammentato, i regimi fiscali differiscono sensibilmente tra gli Stati membri, le procedure concorsuali non sono uniformi e le grandi banche continuano ad avere una dimensione prevalentemente nazionale.

Questa frammentazione costituisce oggi uno dei principali limiti competitivi dell’Unione europea.

Non è un caso che negli ultimi anni la Commissione europea abbia rilanciato con forza il progetto della Savings and Investments Union, evoluzione della precedente Capital Markets Union, con l’obiettivo di creare un mercato europeo dei capitali realmente integrato, capace di mobilitare il risparmio privato verso gli investimenti produttivi, favorire la crescita delle imprese europee e ridurre la dipendenza dai mercati finanziari extraeuropei. La stessa Commissione sottolinea come l’Unione europea disponga di ingenti risorse finanziarie private che, a causa della frammentazione dei mercati, non vengono allocate con la stessa efficienza osservabile negli Stati Uniti. In parallelo, la Banca Centrale Europea ha più volte evidenziato come le fusioni bancarie transfrontaliere possano contribuire ad accrescere l’efficienza, la resilienza e la capacità competitiva del sistema bancario europeo. European Commission European Central Bank

In tale contesto, la scelta di UniCredit assume un significato che va oltre la semplice espansione aziendale.

Commerzbank non rappresenta soltanto un importante istituto di credito. Essa costituisce uno dei principali finanziatori del Mittelstand tedesco, quella rete di imprese manifatturiere di media dimensione che rappresenta uno dei pilastri dell’economia europea. Integrare le competenze industriali e commerciali di UniCredit con il radicamento di Commerzbank nel sistema produttivo tedesco significherebbe creare un intermediario finanziario con una presenza stabile nelle due maggiori economie manifatturiere dell’Eurozona.

La sofisticata architettura finanziaria dell’operazione conferma come UniCredit persegua una strategia di lungo periodo. Attraverso l’acquisto progressivo di azioni e il ricorso a strumenti derivati con regolamento fisico, la banca ha costruito nel tempo una posizione rilevante senza ricorrere a un’immediata acquisizione totalitaria, preservando il proprio capitale, limitando l’impatto sul mercato e mantenendo un’elevata flessibilità regolamentare. Si tratta di una tecnica frequentemente utilizzata nelle grandi operazioni di finanza internazionale, ma raramente applicata con tale gradualità nel settore bancario europeo.

L’operazione incontra tuttavia una forte resistenza politica.

Il Governo federale tedesco, ancora azionista di Commerzbank a seguito degli interventi pubblici successivi alla crisi finanziaria del 2008, ha espresso la propria contrarietà, ritenendo l’offerta economicamente inadeguata e strategicamente non opportuna. Tale posizione evidenzia una tensione che attraversa l’intero processo di integrazione europea: mentre i mercati e le istituzioni comunitarie spingono verso una crescente integrazione finanziaria, gli Stati continuano spesso a considerare le grandi banche come strumenti di politica economica nazionale.

È proprio questa contraddizione a rendere l’operazione UniCredit-Commerzbank particolarmente significativa.

Essa rappresenta un banco di prova della reale volontà europea di completare il mercato unico anche nel settore bancario. Se un’acquisizione transfrontaliera tra due grandi istituti dell’Eurozona dovesse incontrare ostacoli prevalentemente politici, emergerebbe con chiarezza come l’integrazione finanziaria europea sia ancora incompleta.

La questione assume una rilevanza ancora maggiore se osservata nella prospettiva geopolitica.

Negli ultimi anni gli Stati Uniti hanno adottato imponenti programmi industriali, come l’Inflation Reduction Act, destinando centinaia di miliardi di dollari al sostegno della produzione e dell’innovazione tecnologica. Parallelamente, la Cina continua a finanziare con decisione i propri campioni nazionali attraverso un sistema bancario fortemente integrato con le politiche pubbliche. In questo scenario, l’Europa rischia di trovarsi stretta tra due modelli economici caratterizzati da una capacità di mobilitazione finanziaria nettamente superiore.

La disponibilità di grandi banche paneuropee potrebbe costituire una risposta almeno parziale a questa sfida. Intermediari di maggiori dimensioni sarebbero in grado di sostenere i programmi europei nei settori della transizione energetica, della digitalizzazione, dell’intelligenza artificiale, della difesa comune e delle infrastrutture strategiche, riducendo la dipendenza dai capitali provenienti da altre aree del mondo.

Naturalmente, sarebbe improprio sostenere che l’OPS di UniCredit sia stata progettata esclusivamente per realizzare questi obiettivi. Le motivazioni industriali e la creazione di valore per gli azionisti restano il fondamento dell’operazione. Tuttavia, essa si inserisce perfettamente in un contesto nel quale le istituzioni europee stanno cercando di rafforzare l’autonomia strategica dell’Unione anche attraverso mercati finanziari più integrati e intermediari di dimensione continentale.

Se il progetto dovesse giungere a compimento, il suo significato andrebbe ben oltre il destino delle due banche coinvolte.

Potrebbe rappresentare il primo passo concreto verso la nascita di autentici campioni bancari europei, capaci di competere con i grandi gruppi finanziari statunitensi e asiatici e di sostenere, con adeguata capacità patrimoniale, le ambizioni industriali e tecnologiche dell’Europa nel XXI secolo.

In questa prospettiva, la domanda più importante non è se UniCredit riuscirà ad acquisire Commerzbank, bensì se l’Europa sia finalmente pronta a considerare le proprie grandi banche non più come patrimoni nazionali da difendere, ma come infrastrutture finanziarie comuni sulle quali costruire la competitività economica dell’intero continente.

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