Quando Giacinto Auriti richiamava la Rerum Novarum di Leone XIII con la formula “tutti proprietari e non proletari”, non si limitava a utilizzare una frase ad effetto. Egli individuava, all’interno della dottrina sociale della Chiesa, un principio ordinatore: l’uomo non deve essere ridotto a soggetto passivo del sistema economico, né a semplice forza-lavoro, né a terminale subordinato di strutture che producono ricchezza senza riconoscergli la titolarità del valore che egli contribuisce a generare.
È opportuno precisare subito un punto metodologico. L’espressione “tutti proprietari e non proletari” è attribuita alla lettura auritiana della Rerum Novarum e viene richiamata in testi dedicati ad Auriti, ma non coincide, nella forma letterale, con una citazione testuale dell’enciclica di Leone XIII. Essa ne rappresenta piuttosto una sintesi interpretativa, costruita intorno a un nucleo effettivamente presente nel documento del 1891: la difesa della proprietà privata, la possibilità per il lavoratore di migliorare la propria condizione, la necessità che il salario e il lavoro non restino prigionieri di una condizione permanente di dipendenza. La Rerum Novarum afferma infatti che, togliendo all’operaio la libertà di investire le proprie mercedi, si sottrae al lavoratore “il diritto e la speranza” di migliorare il proprio stato; aggiunge poi che l’uomo, proprio perché razionale, deve avere non soltanto l’uso dei beni, ma anche un diritto stabile di proprietà.
La portata di questa impostazione è più profonda di quanto appaia a prima vista. Leone XIII non difende la proprietà privata come privilegio dei già proprietari, ma come condizione di libertà della persona e della famiglia. La proprietà, nella sua prospettiva, non è soltanto un istituto patrimoniale; è uno strumento di autonomia, responsabilità e radicamento sociale. Quando l’enciclica afferma che la proprietà privata è conforme alla natura dell’uomo e alla pacifica convivenza sociale, e quando sostiene che lo Stato non può annientarla ma solo temperarne l’uso e armonizzarlo con il bene comune, essa costruisce una linea mediana tra il collettivismo che abolisce la proprietà e il capitalismo che la concentra in poche mani.
È in questo spazio teorico che si colloca la lettura di Auriti. Per il professore di Guardiagrele, il problema moderno non era soltanto che pochi possedessero la terra, le fabbriche o i mezzi di produzione. Il problema, più radicalmente, era che il popolo non fosse riconosciuto come proprietario del valore monetario che esso stesso rende effettivo mediante l’accettazione collettiva della moneta. In altri termini, Auriti trasferiva sul terreno monetario la questione proprietaria posta dalla dottrina sociale: se il lavoratore non deve restare proletario rispetto ai beni materiali, il cittadino non dovrebbe restare proletario rispetto alla moneta, cioè rispetto allo strumento generale degli scambi, della misura del valore e della partecipazione economica.
La formula auritiana “tutti proprietari e non proletari”, richiamata in relazione alla Rerum Novarum anche in presentazioni editoriali dell’opera L’Alternativa, consente dunque di comprendere la sua operazione concettuale: la proprietà non viene intesa solo come possesso individuale di beni materiali, ma come riconoscimento giuridico del soggetto umano rispetto al valore che nasce dalla comunità.
In questa prospettiva, Leone XIII e Auriti si incontrano su un punto essenziale: la critica alla separazione tra chi genera valore e chi ne detiene il controllo. Nella società industriale osservata da Leone XIII, la frattura era tra capitale e lavoro, tra una “fazione strapotente perché straricca”, capace di avere in mano produzione e commercio, e una moltitudine povera e debole. L’enciclica vedeva nella diffusione della proprietà uno dei modi per ridurre la distanza tra “somma povertà” e “somma ricchezza”.
Auriti, un secolo dopo, sposta la medesima frattura sul piano monetario. La sua domanda implicita diventa: chi è il titolare del valore della moneta? L’emittente, che materialmente la crea o la registra contabilmente, oppure il popolo, che attribuisce valore alla moneta accettandola come mezzo di pagamento? Da qui nasce il collegamento auritiano con la dottrina sociale: se la finalità è impedire che l’uomo sia proletarizzato, allora occorre interrogarsi anche sulla proprietà degli strumenti attraverso cui il valore sociale viene misurato, circolato e attribuito.
La novità di Magnifica Humanitas di Leone XIV consiste nel riprendere, in un contesto storico diverso, la stessa struttura di discernimento. La nuova enciclica è dedicata alla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale ed è stata firmata il 15 maggio 2026, nel 135º anniversario della Rerum Novarum. La Sala Stampa della Santa Sede ha esplicitamente collegato il documento alla tradizione inaugurata da Leone XIII.
Il parallelismo è dichiarato dallo stesso Leone XIV nel discorso di presentazione dell’enciclica. Il Papa ricorda che 135 anni prima Leone XIII aveva osservato la condizione degli operai, delle famiglie sradicate e delle nuove povertà generate dalla trasformazione industriale, comprendendo che la Chiesa non poteva restare distante. Subito dopo afferma che oggi l’umanità si trova davanti a una trasformazione di dimensioni simili, forse persino più grandi, perché l’intelligenza artificiale incide su molti ambiti della vita, sulle decisioni che modellano la convivenza e perfino sul modo in cui viene condotta la guerra.
Qui si apre il punto di contatto più interessante con Auriti. Leone XIII affronta la questione dell’operaio nell’epoca della macchina industriale. Auriti affronta la questione del cittadino nell’epoca della moneta bancaria e della sovranità monetaria sottratta alla percezione popolare. Leone XIV affronta la questione della persona nell’epoca dell’algoritmo, dei dati e dell’intelligenza artificiale. Cambia lo strumento storico dominante, ma resta identica la domanda di fondo: l’uomo rimane soggetto, oppure diventa oggetto di un sistema che utilizza il suo lavoro, la sua fiducia, i suoi dati, la sua intelligenza e perfino le sue relazioni senza riconoscergli una vera centralità?
La Magnifica Humanitas afferma che, nel tempo dell’intelligenza artificiale, la dignità umana rischia di essere oscurata da nuove forme di disumanizzazione e che occorre custodire quella “magnifica umanità” che nessuna macchina potrà mai sostituire.
Il cuore del documento non è quindi un rifiuto della tecnologia. Leone XIV riconosce che l’intelligenza artificiale può offrire benefici concreti, ma avverte che non può essere equiparata all’intelligenza umana. I sistemi artificiali possono imitare linguaggi, comportamenti e valutazioni; possono persino simulare empatia o comprensione, ma non comprendono ciò che producono, perché non abitano l’orizzonte affettivo, relazionale e spirituale in cui l’umano diventa sapiente.
Il parallelismo con Auriti non va forzato, ma va colto nella sua architettura concettuale. Auriti non parlava di intelligenza artificiale; Leone XIV non propone una teoria della proprietà popolare della moneta. Tuttavia entrambi reagiscono allo stesso rischio: che uno strumento creato dall’uomo finisca per dominare l’uomo. Per Auriti questo strumento era la moneta, nata socialmente dall’accettazione collettiva ma giuridicamente imputata ad altri soggetti. Per Leone XIV lo strumento è l’intelligenza artificiale, alimentata da dati, lavoro umano, conoscenza sociale e infrastrutture digitali, ma potenzialmente concentrata nelle mani di pochi centri di potere tecnologico.
Ne consegue che la formula “tutti proprietari e non proletari” può essere riletta oggi in tre livelli. Nel livello di Leone XIII significa che il lavoratore non deve essere condannato a vivere senza proprietà, senza risparmio, senza stabilità familiare e senza possibilità di elevazione sociale. Nel livello di Auriti significa che il cittadino non deve essere escluso dalla titolarità del valore monetario che contribuisce a fondare mediante l’accettazione collettiva. Nel livello di Leone XIV significa che la persona non deve essere ridotta a dato, profilo, funzione, consumatore predetto, lavoratore sostituibile o oggetto di decisioni algoritmiche.
È qui che il discorso diventa attualissimo. La nuova proletarizzazione non passa necessariamente solo attraverso l’assenza di proprietà materiale. Può passare attraverso l’assenza di controllo sugli strumenti fondamentali della vita sociale: ieri la terra e la fabbrica, poi la moneta e il credito, oggi i dati, gli algoritmi, le piattaforme e le infrastrutture dell’intelligenza artificiale. L’uomo può possedere formalmente beni e tuttavia essere sostanzialmente dipendente da sistemi che orientano il credito, il consumo, l’informazione, il lavoro e il giudizio sociale.
Leone XIV, nella struttura dell’enciclica, richiama infatti i principi della dottrina sociale della Chiesa: bene comune, destinazione universale dei beni, sussidiarietà, solidarietà e giustizia sociale. Questi principi servono a leggere le “cose nuove” del presente alla luce della dignità fondamentale della persona umana.
Questo passaggio è decisivo anche per comprendere Auriti. La proprietà popolare della moneta, nella sua prospettiva, non era una semplice rivendicazione contabile, ma una questione di ordinamento. Se la moneta è lo strumento che consente l’accesso ai beni, al credito, al lavoro, alla produzione e allo scambio, allora la sua titolarità non è un tema tecnico riservato agli specialisti: è una questione sociale primaria. Per Auriti, lasciare il popolo fuori dalla proprietà della moneta significava mantenerlo in una condizione di minorità giuridica rispetto al valore che esso stesso rende possibile.
Analogamente, nel tempo dell’intelligenza artificiale, lasciare la persona fuori dal controllo dei dati, delle decisioni automatizzate e delle infrastrutture algoritmiche può produrre una nuova forma di subordinazione. Non si tratta più soltanto di salario ingiusto o di rendita monetaria. Si tratta della possibilità che la libertà umana venga progressivamente anticipata, orientata, condizionata e sostituita da sistemi opachi, capaci di incidere sulla reputazione, sull’accesso al lavoro, sul credito, sulla comunicazione e persino sulla percezione della realtà.
Da Leone XIII a Leone XIV, passando per Auriti, emerge dunque una linea comune: la centralità dell’uomo contro l’assolutizzazione dello strumento. Leone XIII rifiuta tanto il collettivismo che annulla la proprietà quanto il capitalismo che concentra la ricchezza. Auriti rifiuta un sistema monetario nel quale il popolo, pur generando valore attraverso l’accettazione, non viene riconosciuto come proprietario originario. Leone XIV rifiuta un paradigma tecnocratico nel quale l’intelligenza artificiale, invece di servire la persona, rischia di ridefinirla secondo categorie funzionali, produttive e computazionali.
In buona sostanza, il punto di contatto non è la coincidenza delle soluzioni, ma l’identità del problema antropologico. Ogni epoca produce il proprio strumento dominante. Nell’Ottocento industriale era la macchina produttiva. Nel Novecento e nel passaggio alla finanziarizzazione era la moneta-creditizia e bancaria. Nel XXI secolo è l’algoritmo intelligente, fondato su dati e capacità computazionale. In tutti e tre i casi la questione decisiva è stabilire se lo strumento rimane ordinato alla persona o se la persona viene ordinata allo strumento.
Per questa ragione, l’intuizione auritiana conserva una forza provocatoria nel confronto con Magnifica Humanitas. Dire “tutti proprietari e non proletari” oggi non significa soltanto auspicare una più ampia distribuzione dei beni materiali. Significa chiedere che gli uomini non siano esclusi dalla titolarità sostanziale del valore che essi generano: valore economico, monetario, informativo, relazionale, digitale. Significa affermare che il popolo non può essere considerato soltanto massa di lavoratori, consumatori, utenti, debitori, produttori di dati o destinatari di decisioni tecniche. Deve rimanere soggetto giuridico, morale e sociale.
Naturalmente occorre evitare sovrapposizioni improprie. Leone XIII non formula una teoria monetaria auritiana. Leone XIV non parla di proprietà popolare della moneta. Auriti, a sua volta, sviluppa una dottrina giuridico-monetaria che non coincide automaticamente con il magistero ecclesiale. Tuttavia, sul piano interpretativo, il parallelismo è legittimo se viene mantenuto entro il suo corretto perimetro: tutti e tre i discorsi si oppongono alla riduzione dell’uomo a funzione di un sistema.
La Rerum Novarum difende l’operaio dalla proletarizzazione materiale. Auriti difende il cittadino dalla proletarizzazione monetaria. Magnifica Humanitas difende la persona dalla proletarizzazione digitale e algoritmica. Questa è la linea di continuità più feconda.
Il messaggio finale può essere formulato così: non basta che l’uomo usi gli strumenti della civiltà; occorre che non ne diventi servo. Non basta che il lavoratore riceva un salario, se resta escluso da ogni forma di proprietà. Non basta che il cittadino usi la moneta, se non viene riconosciuto il fondamento sociale del suo valore. Non basta che l’utente utilizzi l’intelligenza artificiale, se i suoi dati, le sue scelte, il suo lavoro e la sua libertà vengono assorbiti da strutture opache e concentrate.
In questo senso, Leone XIII, Auriti e Leone XIV possono essere letti come tre momenti di una medesima questione: restituire all’uomo la titolarità della propria vita sociale. Proprietà, moneta e tecnologia non sono realtà neutre quando determinano la posizione concreta della persona nel mondo. Esse diventano strumenti di libertà solo se restano ordinate al bene comune, alla dignità umana e alla responsabilità della comunità.
La grande lezione che si può trarre da questo confronto è che la vera alternativa alla proletarizzazione non è semplicemente possedere qualcosa, ma non essere posseduti dagli strumenti che regolano la vita collettiva. È questo il punto in cui la formula auritiana trova oggi una nuova attualità: tutti proprietari e non proletari, cioè tutti soggetti e non oggetti; tutti partecipi del valore e non semplici terminali del sistema; tutti uomini nella pienezza della propria dignità, e non funzioni economiche, monetarie o algoritmiche.
Il prof. Auriti è stato maestro anche in questo, precursore, che aveva già capito che i grandi catalizzatori di interessi economici tendevano ad eliminare i proprietari, assorbendo le piccole proprietà e arrogandosi il diritto di gestire indisturbati i sistemi che sovraintendono la gestione del digitale.
Fonti essenziali
Leone XIII, Rerum Novarum, 15 maggio 1891, testo ufficiale della Santa Sede.
Leone XIV, Magnifica Humanitas. Sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, 15 maggio 2026, testo ufficiale della Santa Sede.
Leone XIV, Discorso per la presentazione della Lettera Enciclica Magnifica Humanitas, Aula del Sinodo, 25 maggio 2026.
Sala Stampa della Santa Sede, comunicazione sulla presentazione e promulgazione dell’enciclica Magnifica Humanitas, 25 maggio 2026.
Giacinto Auriti, L’Alternativa (1973-1980), richiamo editoriale alla formula “tutti proprietari e non tutti proletari” in rapporto alla Rerum Novarum.

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