Ci sono idee che nascono troppo presto. Idee che, nel momento in cui vengono formulate, appaiono incompatibili con il pensiero dominante, vengono considerate eccentriche, talvolta persino irricevibili e finiscono per essere relegate ai margini del dibattito pubblico. Non necessariamente perché siano errate, ma perché pongono domande che il sistema del loro tempo non è ancora disposto ad affrontare. La vicenda intellettuale e giuridica del professor Giacinto Auriti sembra appartenere proprio a questa categoria.
Per oltre trent’anni il suo nome è stato associato alla proprietà popolare della moneta, al valore indotto, alle iniziative giudiziarie contro la Banca d’Italia e alle critiche rivolte all’architettura monetaria contemporanea. La storia istituzionale del Paese sembrava aver archiviato definitivamente quelle vicende. Le sue conclusioni non sono state recepite dall’ordinamento monetario vigente e il sistema dell’euro continua oggi a funzionare secondo i Trattati europei e le regole dell’Eurosistema. Eppure, a distanza di oltre trent’anni dalla denuncia promossa contro Carlo Azeglio Ciampi, qualcosa di inatteso sembra essere accaduto.
Per comprendere la portata di questo cambiamento occorre ricordare chi fosse realmente Auriti. Molto spesso viene descritto esclusivamente come teorico monetario. In realtà era anzitutto professore di Filosofia del Diritto. La sua analisi non nasceva dalla tecnica bancaria o dalla politica monetaria, ma dall’applicazione delle categorie giuridiche al fenomeno monetario. Proprietà, valore, consenso, accettazione e legittimazione costituivano il nucleo della sua riflessione. La celebre affermazione secondo cui «chi crea il valore della moneta non è chi la emette ma chi la accetta» rappresenta probabilmente la sintesi più efficace del suo pensiero. Secondo Auriti il valore monetario non nasce dall’atto materiale di emissione ma dall’accettazione collettiva dello strumento monetario. È la comunità che attribuisce alla moneta capacità liberatoria, potere di acquisto e funzione economica. Da questa premessa discendeva la teoria della proprietà popolare della moneta.
Per molti anni tale impostazione è stata presentata come una semplice teoria. Auriti, tuttavia, non la considerò più tale dopo l’esperimento del SIMEC. L’esperimento realizzato a Guardiagrele rappresentò, nella sua visione, un vero laboratorio scientifico del diritto. Il SIMEC, pur essendo formalmente un certificato convenzionale, acquisì capacità di circolazione e potere di acquisto perché una comunità di soggetti decise di accettarlo negli scambi. Per Auriti quella esperienza costituiva la dimostrazione concreta che il valore non nasceva dall’emissione ma dall’accettazione. Fu proprio a partire dal SIMEC che egli iniziò a parlare non più soltanto di teoria ma di tesi della proprietà popolare della moneta e del valore indotto. Il ragionamento era lineare: se il valore viene generato dalla collettività che accetta la moneta, la proprietà originaria di quel valore non può appartenere all’emittente ma deve appartenere alla collettività stessa.
Era una conclusione destinata a scontrarsi frontalmente con l’impostazione delle istituzioni monetarie dell’epoca. Non sorprende quindi che il confronto con la Banca d’Italia guidata da Carlo Azeglio Ciampi si sia sviluppato proprio attorno al tema della proprietà del valore monetario. La posizione dell’Istituto fu netta. Nelle ricostruzioni e nelle difese dell’epoca la teoria della proprietà popolare della moneta veniva considerata incompatibile con il quadro normativo vigente e il valore della moneta veniva ricondotto all’ordinamento giuridico che ne disciplina l’emissione e la circolazione. La questione sembrava definitivamente chiusa. Tuttavia la storia possiede una caratteristica particolare: non sempre conferma le conclusioni alle quali una determinata epoca ritiene di essere giunta; talvolta conferma invece le domande che quella stessa epoca aveva ritenuto irrilevanti.
Quando Auriti elaborò la teoria del valore indotto e della proprietà popolare della moneta, il sistema monetario non disponeva di alcuna disposizione normativa che affrontasse esplicitamente il tema della titolarità sostanziale degli asset monetari strategici. La questione veniva considerata assorbita dall’assetto istituzionale esistente. In quel contesto storico le istituzioni monetarie, gran parte del mondo accademico e la stessa giurisprudenza ritenevano che il problema individuato da Auriti fosse privo di rilevanza pratica. Auriti, tuttavia, continuò a sostenere una tesi diversa. La sua attività scientifica, la sua elaborazione giuridica, l’esperimento del SIMEC e la continua divulgazione del concetto di valore indotto erano finalizzati proprio a dimostrare che il problema della proprietà del valore non fosse affatto secondario ma costituisse uno degli elementi centrali per comprendere il fenomeno monetario.
Per molti anni questa impostazione rimase sostanzialmente estranea al dibattito istituzionale. Poi è arrivato il 2026. Con la Legge di Bilancio è stata introdotta una disposizione interpretativa secondo cui le riserve auree detenute e gestite dalla Banca d’Italia appartengono al popolo italiano. Pochi mesi dopo, nella Relazione ai Partecipanti del 31 marzo 2026, il Governatore Fabio Panetta ha richiamato espressamente tale disposizione, affermando che le riserve auree detenute e gestite dalla Banca d’Italia appartengono al popolo italiano e precisando contemporaneamente che nulla cambia nelle funzioni istituzionali dell’Istituto e nel suo ruolo all’interno dell’Eurosistema. Successivamente, nelle Considerazioni Finali del 29 maggio 2026, Panetta ha nuovamente richiamato il ruolo delle riserve strategiche e dell’oro quale elemento fondamentale di fiducia, stabilità e credibilità del sistema monetario.
A prima vista potrebbe sembrare una semplice puntualizzazione normativa. In realtà il passaggio appare molto più significativo. Per la prima volta l’ordinamento italiano separa formalmente il concetto di proprietà da quello di gestione relativamente al principale asset monetario strategico della Repubblica. La disposizione legislativa individua nel popolo italiano il titolare della riserva aurea, mantiene in capo alla Banca d’Italia la funzione di gestione e colloca tale gestione all’interno dell’ordinario quadro operativo dell’Eurosistema, realizzando così una separazione formale tra proprietà e amministrazione che merita particolare attenzione.
È qui che il parallelismo con Auriti diventa inevitabile. Non perché Panetta abbia accolto la teoria della proprietà popolare della moneta. Una simile affermazione sarebbe storicamente e documentalmente scorretta. Panetta non ha mai sostenuto che l’euro appartenga ai cittadini, non ha mai messo in discussione l’Eurosistema e non ha mai affermato che la moneta sia di proprietà della collettività. Tuttavia il Governatore ha preso atto di una norma che introduce formalmente una distinzione tra proprietà e amministrazione di un bene monetario strategico. Ed è proprio questo il punto che rende la vicenda storicamente interessante.
Auriti aveva sostenuto che il problema fondamentale della moneta non fosse esclusivamente l’emissione ma il rapporto tra il soggetto che genera valore, il soggetto che ne è proprietario e il soggetto che ne esercita l’amministrazione. Oggi l’ordinamento riconosce esplicitamente che il proprietario dell’oro e il gestore dell’oro possono essere soggetti diversi. È un passaggio che negli anni Novanta sarebbe apparso quasi impensabile.
La riflessione diventa ancora più interessante se si osserva il ruolo che l’oro continua a svolgere nel sistema monetario contemporaneo. È certamente vero che le moderne valute non sono più convertibili in oro. È altrettanto vero, però, che le banche centrali continuano a detenere immense riserve auree, valutarie e finanziarie. Non si tratta di una scelta casuale. L’oro continua a rappresentare uno degli elementi fondamentali della credibilità patrimoniale delle banche centrali. Le riserve costituiscono una componente essenziale della fiducia che i mercati, gli investitori e gli operatori economici ripongono nelle istituzioni monetarie. In altre parole, la funzione monetaria contemporanea continua a trovare parte della propria forza e della propria credibilità nell’esistenza di un patrimonio strategico sottostante.
È proprio a questo punto che emerge la questione che richiama maggiormente il pensiero auritiano. Se il principale asset monetario strategico della Repubblica appartiene al popolo italiano, quale rapporto esiste tra questa proprietà e le funzioni monetarie che trovano parte della propria legittimazione patrimoniale nella presenza di tale asset? È una domanda che la norma non affronta, è una domanda che Panetta non affronta ed è una domanda alla quale l’ordinamento non fornisce una risposta esplicita. Ma è una domanda che esiste. Ed è precisamente il tipo di domanda che Auriti poneva oltre trent’anni fa.
Forse è proprio qui che emerge il significato storico più profondo dell’intera vicenda. Non è stato Auriti ad adeguare la propria teoria all’ordinamento. È l’ordinamento che, nel corso del tempo, ha introdotto una formulazione giuridica che rende oggi attuale una domanda che Auriti aveva posto molti anni prima. Quando il legislatore afferma che il principale asset monetario strategico della Repubblica appartiene al popolo italiano e quando il Governatore della Banca d’Italia prende formalmente atto di tale disposizione nelle proprie relazioni ufficiali, il sistema monetario si trova a confrontarsi con una questione che per decenni aveva considerato marginale.
Da questo punto di vista le dichiarazioni di Panetta assumono un significato che va oltre il loro contenuto immediato. Il Governatore non aderisce alle tesi auritiane e non modifica l’architettura monetaria europea. Egli prende però atto di una realtà giuridica che il legislatore ha ormai codificato. Ed è proprio questa presa d’atto che rende il parallelismo storico con Auriti particolarmente significativo. Per oltre trent’anni il professore abruzzese ha sostenuto che il problema della proprietà del valore non potesse essere ignorato. Oggi lo stesso ordinamento, attraverso la disciplina dell’oro, riconosce che il tema della titolarità sostanziale di un bene monetario strategico merita una precisa qualificazione giuridica.
Forse è ancora presto per comprendere tutte le conseguenze di questa evoluzione. Ma una cosa appare ormai evidente. La domanda posta da Auriti negli anni Novanta non è stata cancellata dalla storia. Al contrario, il trascorrere del tempo e l’evoluzione dell’ordinamento sembrano averla riportata al centro del dibattito. Ed è probabilmente questa la ragione per cui, a distanza di oltre trent’anni dalla denuncia contro Ciampi, le recenti dichiarazioni di Panetta non vengono lette soltanto come una precisazione amministrativa sull’oro della Banca d’Italia, ma come l’ultimo capitolo di una discussione che affonda le proprie radici nella lunga riflessione giuridica sviluppata da Giacinto Auriti sul rapporto tra valore, proprietà e moneta.
Fonti
Banca d’Italia, Relazione del Governatore Fabio Panetta ai Partecipanti, 31 marzo 2026.
Banca d’Italia, Considerazioni Finali del Governatore Fabio Panetta, 29 maggio 2026.
Legge di Bilancio 2026 – disposizione interpretativa sulle riserve auree della Banca d’Italia.
Documentazione ufficiale della Banca d’Italia sulle riserve auree italiane.
Giacinto Auriti, Il valore indotto della moneta.
Giacinto Auriti, scritti e conferenze sulla proprietà popolare della moneta.
Documentazione storica e testimonianze sull’esperimento SIMEC di Guardiagrele.
Atti e ricostruzioni del contenzioso Auriti – Banca d’Italia.

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