Il confronto tra il governo italiano e la Banca Centrale Europea sulle riserve auree detenute dalla Banca d’Italia è stato presentato dall’informazione mainstream come una semplice disputa tecnica riguardante la proprietà dell’oro nazionale. In realtà ciò che è avvenuto potrebbe avere implicazioni teoriche e giuridiche molto più profonde di quanto sia stato percepito nel dibattito pubblico.

Paradossalmente, proprio il tentativo della BCE di impedire una possibile appropriazione statale delle riserve auree italiane ha finito per aprire, forse inconsapevolmente, una breccia concettuale e giuridica verso il riconoscimento della proprietà popolare del patrimonio monetario strategico.

La vicenda nasce dal memorandum indirizzato ai parlamentari di Fratelli d’Italia e dal successivo emendamento alla legge di bilancio relativo alle 2.452 tonnellate d’oro detenute dalla Banca d’Italia. La formulazione originaria parlava esplicitamente di oro appartenente “allo Stato italiano in nome del popolo”. La BCE reagì immediatamente sostenendo che un simile riferimento avrebbe potuto entrare in conflitto con i trattati europei e con il principio di indipendenza della banca centrale.

Nel proprio parere ufficiale dell’8 dicembre 2025 la BCE chiarisce infatti che un eventuale trasferimento delle riserve fuori dal bilancio della Banca d’Italia e verso lo Stato potrebbe aggirare il divieto di finanziamento monetario dei governi previsto dall’articolo 123 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea. In altre parole, Francoforte temeva che dichiarare l’oro “dello Stato” potesse aprire la strada a future richieste di utilizzo fiscale delle riserve auree.

È a questo punto che avviene il passaggio decisivo.

Per evitare lo scontro frontale con la BCE, il riferimento allo “Stato italiano” viene eliminato e sostituito con la formula “appartiene al popolo italiano”. La BCE, pur continuando a esprimere perplessità sulla finalità concreta della disposizione, accetta implicitamente questa nuova formulazione purché le riserve restino contabilmente iscritte nel bilancio della Banca d’Italia e continuino a essere gestite nell’ambito dell’Eurosistema.

Ed è proprio qui che si apre la questione più interessante.

Nel tentativo di evitare il riconoscimento della proprietà statale dell’oro, la BCE ha finito per tollerare e legittimare, almeno indirettamente, il riconoscimento della proprietà popolare delle riserve strategiche. Si tratta di una differenza giuridica enorme.

Lo Stato è infatti una persona giuridica astratta. È una costruzione normativa creata per organizzare l’esercizio della sovranità. Anche la BCE stessa è un’entità giuridica artificiale. Il popolo, invece, rappresenta il soggetto umano originario della sovranità, come afferma la stessa Costituzione italiana quando stabilisce che “la sovranità appartiene al popolo”.

Questo significa che la nuova formulazione introduce implicitamente un principio molto diverso da quello statalista tradizionale. L’oro non viene più ricondotto alla proprietà dello Stato come apparato istituzionale, ma alla comunità umana sostanziale che costituisce il fondamento originario della sovranità.

La conseguenza teorica di questa scelta è potenzialmente enorme.

L’oro detenuto dalla Banca d’Italia non è infatti un semplice bene patrimoniale passivo. Nel bilancio della banca centrale esso costituisce uno degli attivi strategici che contribuiscono alla solidità e alla credibilità della moneta emessa. Anche se l’euro non è convertibile in oro, le riserve auree continuano a rappresentare una componente fondamentale della struttura patrimoniale che sostiene la funzione monetaria dell’Eurosistema.

Nel bilancio di una banca centrale gli attivi patrimoniali — tra cui l’oro — trovano contropartita nelle passività monetarie: banconote emesse, riserve bancarie e base monetaria. La moneta moderna è formalmente una passività della banca centrale, sostenuta dalla credibilità e dalla consistenza dei suoi attivi strategici.

Da qui nasce il nodo più delicato dell’intera vicenda.

Se l’oro viene riconosciuto come appartenente al popolo italiano, allora anche la funzione monetaria che quell’oro contribuisce indirettamente a sostenere assume inevitabilmente una dimensione popolare. La BCE ha voluto impedire che l’oro diventasse patrimonio disponibile dello Stato, ma così facendo ha implicitamente lasciato aperta una strada molto più profonda: il riconoscimento che il fondamento patrimoniale della funzione monetaria appartiene originariamente al popolo e non alle istituzioni che lo amministrano.

Naturalmente questo non significa che il popolo possa rivendicare individualmente quote materiali dell’oro o pretendere una convertibilità diretta della moneta. La stessa architettura europea impedisce che le riserve vengano trasferite al Tesoro o utilizzate liberamente dalla politica fiscale. Le riserve restano infatti una proprietà indisponibile, custodita e amministrata da istituzioni monetarie indipendenti.

Ma proprio questo punto rende la questione ancora più interessante.

La BCE ha implicitamente riconosciuto una distinzione fondamentale tra proprietà sostanziale e gestione tecnica. Le istituzioni monetarie possono amministrare le riserve, custodirle, utilizzarle nella funzione monetaria e garantirne la stabilità, senza però coincidere con il titolare originario del patrimonio strategico che amministrano.

In questa prospettiva la banca centrale assume il ruolo di amministratore fiduciario e non di proprietario sostanziale. La gestione tecnica viene delegata a istituzioni specializzate, ma la titolarità originaria resta ricondotta al popolo quale soggetto umano della sovranità.

È proprio qui che si apre la breccia teorica più rilevante.

Per decenni il sistema monetario europeo ha cercato di separare rigidamente la moneta dalla sovranità popolare diretta, affidandone il controllo a istituzioni tecnocratiche indipendenti. Tuttavia, nel momento in cui viene accettata la formula “oro del popolo italiano”, diventa molto più difficile sostenere che il patrimonio monetario strategico appartenga esclusivamente agli apparati istituzionali o ai meccanismi tecnici dell’Eurosistema.

La BCE ha cercato di evitare la statalizzazione dell’oro, ma potrebbe aver involontariamente aperto il varco verso una concezione ancora più radicale: quella secondo cui la moneta e il patrimonio strategico che la sostiene trovano la propria legittimazione ultima non nello Stato come entità astratta né nelle istituzioni finanziarie indipendenti, ma nel popolo stesso.

Si tratta di una proprietà non disponibile, non privatizzabile e non liberamente appropriabile dalla politica, ma pur sempre ricondotta alla collettività quale titolare originario della sovranità.

Ed è probabilmente proprio questa implicazione, ancora largamente inesplorata, a rendere la vicenda dell’oro italiano molto più importante di quanto sia apparso nel dibattito pubblico immediato.

Però, come diceva il Prof. Auriti, al riconoscimento formale deve seguire quello sostanziale, perché proprietario di un patrimonio è chi ha diritto a percepirne la rendita. Dunque è vero che il patrimonio non può essere individualizzato e rimane collettivo, ma la rendita invece può, anzi deve essere individualizzata.

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