1. La scena e l’attore: l’Italia nel 1990

C’è un’Italia che si trascina fuori dagli anni ’80 con le ossa rotte. L’inflazione a due cifre è stata domata, ma il debito pubblico ha superato il 100% del PIL. La lira è una moneta incerta, traballante come il potere dei governi che si succedono a ritmo incalzante.

Eppure, proprio in questo contesto, il Governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi, nel gennaio 1990 decide qualcosa che scuote le fondamenta della politica economica nazionale: trasferisce la lira dalla banda larga alla banda stretta dello SME (Sistema Monetario Europeo). Una decisione tecnica solo in apparenza. In realtà, fu un vero atto di potere monetario, che condizionò l’intero assetto fiscale, politico e sociale dell’Italia.


2. Cos’era la banda stretta? E perché fu cruciale?

Il Sistema Monetario Europeo prevedeva che ogni valuta oscillasse entro un margine rispetto a un tasso di cambio centrale fissato in ECU (la proto-moneta europea). L’Italia partecipava con una banda larga del ±6%.

Passare alla banda stretta del ±2,25%, come fecero Germania e Francia, significava di fatto ancorare la lira al marco tedesco, rinunciando quasi completamente alla flessibilità valutaria. Il cambio diventava un obiettivo rigido, da difendere ad ogni costo, anche con tassi d’interesse reali molto elevati e sacrifici sul fronte occupazionale e produttivo.

Ciampi lo fece senza passare per il Parlamento, non avendone l’obbligo.


3. Il ruolo della Banca d’Italia: tecnica o indirizzo politico?

La Costituzione della Repubblica Italiana non riconosce alla Banca d’Italia alcuna funzione normativa o d’indirizzo politico. Essa è, o dovrebbe essere, un organo tecnico ausiliario.

Eppure, già dagli anni ’80, la Banca d’Italia si era ritagliata un ruolo crescente di guida delle politiche economiche, specialmente dopo il cosiddetto “divorzio” tra il Tesoro e la Banca d’Italia, avvenuto nel 1981.

Va chiarito che non si trattò di un atto formale o di legge, ma di una decisione politica, avanzata da Beniamino Andretta, Direttore Generale del Tesoro, tramite una lettera inviata a Carlo Azeglio Ciampi, allora Governatore della Banca d’Italia.

In quella missiva si chiedeva che la Banca centrale cessasse di acquistare i titoli di Stato invenduti sul mercato primario, pratica che, pur non prevista dalla normativa vigente, si era affermata occasionalmente in passato per garantire il buon esito delle aste.

Ciampi aderì, in un contesto in cui si stava rafforzando l’idea che la stabilità dei conti pubblici dovesse essere assicurata anche attraverso un maggiore affidamento alle regole di mercato.

È importante sottolineare che le modalità di emissione monetaria sono sempre rimaste di competenza della Banca d’Italia, con o senza “divorzio”: la politica non ha mai avuto potere diretto sull’emissione. Tuttavia, con il venir meno dell’intervento automatico sul mercato primario, il Tesoro si trovò più esposto ai tassi di interesse determinati dalla domanda di mercato, e ciò contribuì significativamente all’aumento del costo del debito pubblico negli anni successivi.


4. Ciampi sapeva di invadere un campo non suo?

La risposta, dalle sue parole e dal contesto, è sì: lo sapeva perfettamente, ma lo giustificava in nome di un’idea più alta: la “disciplina monetaria come forma di moralizzazione della politica”.

Nei suoi scritti e nei discorsi successivi, Ciampi rivendicò con orgoglio quella decisione, descrivendola come un atto di “serietà nazionale”. Nel discorso del 31 maggio 1990, pronunciato in occasione delle “Considerazioni finali” della Banca d’Italia, disse:

“È nostro dovere perseguire la stabilità monetaria con tutti gli strumenti a disposizione. Il passaggio alla banda stretta rafforza la credibilità dell’Italia in Europa e sui mercati.”

Nelle Memorie (2010), pubblicate pochi anni prima della sua morte, fu ancora più esplicito:

“La scelta della banda stretta non fu un azzardo ma una necessità. Occorreva dare un segnale forte: la Banca d’Italia era il presidio dell’affidabilità del Paese.”

E ancora:

“Sapevo che avremmo affrontato difficoltà politiche. Ma la moneta non è negoziabile. La stabilità non è oggetto di voto. È un dovere.”

Con queste parole, Ciampi affermava un principio rivoluzionario (o restauratore): la moneta esce dalla disponibilità del potere politico e si fa regola morale, oggetto di culto civile. La moneta come istituzione superiore all’indirizzo parlamentare.


5. L’invasione tecnica che cambiò la fiscalità

Ma se la moneta non è più manovrabile, tutta la politica fiscale deve adattarsi alla camicia di forza imposta dalla Banca centrale. E così avvenne:

  • Tagli alla spesa pubblica;
  • Svalutazione competitiva bloccata;
  • Riforme pensionistiche e del lavoro;
  • Austerità preventiva per rientrare nei parametri di Maastricht.

La politica fiscale diventava ancella della politica monetaria, senza più possibilità di agire in chiave anticiclica. E questa subordinazione fu imposta da un organo tecnico non eletto, senza alcun mandato democratico diretto.


6. Auriti e la moneta come strumento giuridico e collettivo

La lettura di Giacinto Auriti offre un contrasto radicale a quella di Ciampi. Per Auriti, la moneta è un contratto sociale il cui valore deriva non dalla scarsità né dal metallo, ma dall’accettazione collettiva.

Ecco cosa scrive in “Il Paese dell’Utopia”:

“La sovranità monetaria appartiene al popolo, perché il valore della moneta è un valore indotto dalla collettività. Privare lo Stato del potere di emettere moneta significa privarlo della sua identità politica.”

Auriti, quindi, avrebbe letto il passaggio alla banda stretta come un atto di espropriazione collettiva, in favore di un’élite tecnico-finanziaria, non responsabile verso gli elettori, e priva di mandato popolare.

E così fu: la politica economica italiana entrò in un regime di vincolo esterno permanente, culminato con l’euro, l’indipendenza della BCE e la definitiva separazione tra moneta e decisione politica.


7. Conclusione: chi governa davvero?

La domanda che emerge da questa ricostruzione non è solo tecnica, ma profondamente politica e costituzionale:

Quando un Governatore prende decisioni che costringono i governi a tagliare pensioni, aumentare le tasse o riformare il lavoro… sta ancora agendo da tecnico?

E ancora:

Se la moneta è governata da un’élite separata dal circuito democratico, è ancora uno strumento al servizio del bene comune?

Carlo Azeglio Ciampi fu uomo di rigore, di etica e di europeismo. Ma in nome di questi ideali accettò e promosse una ridefinizione silenziosa dei confini della responsabilità pubblica, facendo della stabilità monetaria una nuova religione civile, al prezzo del consenso democratico e del controllo parlamentare.

Il dibattito è ancora aperto. Ma i fatti parlano: da allora, la politica fiscale italiana si è adattata a una cornice rigida, imposta da altrove.


📚 Fonti

  • Ciampi, Memorie, Il Mulino, 2010
  • Banca d’Italia, Considerazioni finali 1990
  • Giacinto Auriti, Il paese dell’utopia, 2001
  • Fabio Gobbi, L’Italia e l’euro, Il Mulino, 2003
  • Luciano Gallino, Il colpo di Stato di banche e finanza, Einaudi, 2011
  • Stefano Lucarelli – Riccardo Bellofiore, La moneta e il potere, 2012
  • Intervista a Carlo Azeglio Ciampi su “Il Sole 24 Ore”, 1999
  • Archivio storico Corriere della Sera, articoli 1990–1993

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