Nel triennio 2022–2024, i mercati finanziari internazionali hanno espresso con forza tutta la loro funzione di sismografi della realtà sistemica. Tra inflazione in accelerazione, politiche monetarie restrittive, shock geopolitici e una nuova ondata protezionistica di marca statunitense, le borse hanno oscillato tra paure razionali e razionalità miopica. L’indice azionario, oggi più che mai, non è solo il luogo della domanda e dell’offerta di strumenti finanziari, ma un riflesso pulsante del rapporto tra capitale e potere, tra algoritmo e governance.

L’anno 2022 ha rappresentato uno spartiacque. In uscita dall’emergenza pandemica, le principali banche centrali – la Federal Reserve in primis – hanno inasprito la leva dei tassi d’interesse per contenere un’inflazione ormai fuori controllo. Il costo del denaro è salito bruscamente, comprimendo i multipli azionari e deprimendo la propensione al rischio. Le performance negative degli indici sono state trasversali:

  • S&P 500: –19%
  • Nasdaq: –33%
  • MSCI World: –17,7%
  • Hang Seng: –36%
  • Shanghai Composite: –21,8%

Accanto alla componente monetaria, va segnalato l’effetto amplificatore dello shock geopolitico: la guerra in Ucraina ha esacerbato la crisi energetica, determinando un impatto diretto sui listini europei e un crollo della fiducia globale.

Se il 2022 ha incarnato il momento della rottura, il biennio successivo ha mostrato i tratti della resilienza selettiva. A fronte di un recupero degli indici globali (MSCI World: +24,4% nel 2023 e +19,2% nel 2024), si è assistito a una polarizzazione estrema dei guadagni. Il rally dei mercati, in particolare negli Stati Uniti, è stato infatti alimentato quasi esclusivamente da un manipolo di titoli tecnologici: i cosiddetti Magnificent Seven.

La concentrazione di capitalizzazione ha generato un’illusione ottica di crescita: l’indice sale, ma il mercato non è partecipato. È un capitalismo azionario ad alta entropia, dove il valore non si distribuisce secondo la produttività reale, ma si addensa nei nodi della rete tecnologica. Si realizza così un’economia di piattaforma che ricorda i distretti digitali di cui parlava già Carlota Perez, ma in un contesto di egemonia algoritmica.

All’alba del 2025, la dinamica di concentrazione ha mostrato le sue prime incrinature. Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha innescato una nuova stagione protezionistica, con l’introduzione di dazi del 100% sui prodotti stranieri. La guerra commerciale con la Cina si è riaccesa, portando a un crollo generalizzato dei listini asiatici e a una perdita secca di 9.500 miliardi di dollari in capitalizzazione nei mercati globali in appena tre giorni.

A livello strutturale, la nuova incertezza ha avuto effetti asimmetrici:

  • Il Nikkei 225 ha perso in una singola seduta oltre il 12%, riportando alla memoria il 1987.
  • Le banche italiane e tedesche hanno subito forti ribassi, scontando il rischio sistemico derivante dalla frammentazione europea.

Il mercato ha mostrato una volta di più come l’ampiezza delle variazioni non sia solo funzione della volatilità implicita, ma anche del grado di concentrazione e di leva finanziaria presente nei portafogli istituzionali.

Sulla base delle analisi empiriche, risulta che:

  • Le borse asiatiche, in particolare Hong Kong e Shanghai, sono quelle che hanno risentito delle maggiori variazioni di ampiezza. Ciò è dovuto alla natura meno liquida e più speculativa di questi mercati, oltre che all’instabilità istituzionale percepita.
  • I mercati europei presentano una volatilità crescente, legata all’assenza di una vera politica fiscale comune e alla debolezza strutturale delle banche.
  • Wall Street, pur mostrando resilienza, è sempre più dipendente da un pugno di titoli: in caso di shock localizzati su questi asset, la reazione può essere amplificata.

Il triennio osservato non può essere letto solo in chiave ciclica. Esso rappresenta un laboratorio storico in cui il mercato ha mostrato tutta la sua fragilità, ma anche la sua funzione anticipatrice. La finanza, nel suo oscillare tra boom e crisi, riflette le contraddizioni di un mondo sempre più interdipendente, ma privo di architetture etiche e monetarie condivise.

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