1. Definizione del problema

Occorre anzitutto definire con precisione l’oggetto dell’analisi. Il tema non è se, in un dato momento politico, “l’Italia venga venduta”, formula che appartiene alla semplificazione polemica, bensì se il sistema produttivo nazionale presenti una stabile esposizione alla acquisizione da parte di capitali esteri, e se tale esposizione abbia subito, dopo il 2022, una accelerazione quantitativa o qualitativa.

In questa prospettiva, il dato dei 255 casi richiamati dalla FIOM-CGIL è certamente rilevante, ma va correttamente collocato: esso riguarda 255 acquisizioni di maggioranza di imprese metalmeccaniche italiane da parte di soggetti esteri nel periodo novembre 2022-gennaio 2026, dunque un segmento settoriale specifico e non l’intero universo delle imprese italiane. Ne consegue che il dato FIOM non può essere assunto, da solo, come misura complessiva del fenomeno, ma come indicatore avanzato di una tendenza strutturale che investe soprattutto l’apparato manifatturiero.

2. Ricostruzione storica del fenomeno

Per avere una base comparabile, è opportuno assumere come punto di partenza il 2014, poiché è da lì che la serie di lungo periodo richiamata da KPMG e ripresa da varie analisi giornalistiche consente una ricostruzione omogenea. Nel decennio 2014-2023 le acquisizioni estere di imprese italiane sono state 2.948, mentre le acquisizioni compiute da imprese italiane all’estero sono state 1.673. In termini di composizione, ciò significa che le operazioni con target italiano hanno rappresentato circa il 63,8% del totale delle operazioni cross-border, contro il 36,2% delle operazioni Italia-su-estero. In buona sostanza, la traiettoria di lungo periodo mostra che l’Italia non è soltanto un paese che investe fuori dai propri confini, ma è, in misura prevalente, un paese il cui tessuto societario viene acquisito dall’estero.

Se si isola il periodo 2014-2022, cioè la fase antecedente al 2023, il totale delle acquisizioni estere di aziende italiane risulta pari a 2.584 operazioni. La media annua di questa prima fase è quindi di circa 287 operazioni all’anno. Il 2022, preso singolarmente, registra 421 operazioni inbound concluse da investitori esteri su target italiane, con un controvalore di circa 29 miliardi di euro, dato che già allora segnalava un anno particolarmente intenso. Ne consegue che il fenomeno non nasce con il governo Meloni: prima ancora del 2023, esso era già pienamente strutturato e quantitativamente elevato.

3. Individuazione della struttura sottostante

La lettura dei dati consente di superare la visione episodica. Il punto non è il singolo passaggio proprietario, bensì la struttura del capitalismo italiano: imprese spesso eccellenti sul piano produttivo, ma mediamente meno patrimonializzate, meno scalate sui mercati finanziari e più esposte alla necessità di apertura del capitale.

È opportuno rilevare che tale struttura produce un doppio effetto. Da un lato rende fisiologico l’ingresso di investitori esteri, soprattutto in presenza di successioni generazionali, necessità di crescita dimensionale o consolidamento di filiera; dall’altro rende il sistema nazionale più vulnerabile quando il controllo proprietario si sposta fuori dal perimetro italiano in settori strategici o ad alta intensità tecnologica. Non è un caso che, secondo l’indagine Mediobanca richiamata dal Corriere, le aziende medio-grandi a controllo estero siano passate dal 29,7% del fatturato a fine 2022 al 34,5% nel 2024: ciò indica non solo un aumento dei deal, ma un ampliamento del peso economico della proprietà estera nel sistema produttivo.

4. Individuazione della variabile determinante

La variabile decisiva è il capitale disponibile, non la sola nazionalità dell’acquirente. Quando il capitale nazionale non è sufficiente a sostenere crescita, transizione tecnologica, passaggio generazionale o consolidamento internazionale, il capitale estero tende a divenire la leva ordinaria di ristrutturazione proprietaria.

I dati successivi al 2022 confermano tale dinamica. Nel 2023 gli investitori esteri hanno concluso in Italia 364 operazioni, pari a circa il 30% delle 1.219 operazioni complessive dell’anno. Nel 2024 le acquisizioni di realtà italiane da parte di fondi o imprese straniere sono salite a 429, per 36,2 miliardi di euro, segnando il punto più alto del periodo recente. Nel 2025 il comparto degli investimenti esteri su target italiane è rimasto comunque molto elevato, con circa 420 operazioni per 18,9 miliardi di euro. In termini aggregati, il triennio 2023-2025 totalizza quindi 1.213 acquisizioni inbound, con una media annua di circa 404 operazioni.

5. Analisi sistemica delle conseguenze

A questo punto il confronto tra le due fasi diventa particolarmente istruttivo. La media annua del periodo 2014-2022 è, come detto, di circa 287 operazioni; la media annua del periodo 2023-2025 sale a circa 404 operazioni. L’incremento è quindi pari a circa +40,8%. In buona sostanza, non si può sostenere seriamente che il fenomeno sia nato dopo il 2022; si può però affermare, sulla base dei numeri disponibili, che negli anni successivi al 2022 il ritmo medio annuo delle acquisizioni estere di imprese italiane è cresciuto in modo sensibile.

Qui si innesta il dato FIOM-CGIL. Le 255 acquisizioni di maggioranza nella sola metalmeccanica tra novembre 2022 e gennaio 2026 equivalgono, se annualizzate, a circa 80,5 operazioni l’anno in un solo comparto. È opportuno osservare che questo numero non è direttamente comparabile con i dati KPMG sull’intera economia, ma ha una forza interpretativa specifica: mostra che la pressione acquisitiva si concentra in misura significativa sul nucleo industriale e tecnologico del Paese. Ne consegue che il problema non è soltanto quantitativo; è anche settoriale e ordinamentale, poiché la perdita di controllo in comparti manifatturieri strategici produce effetti su filiere, competenze, ricerca applicata e localizzazione del valore aggiunto.

Un ulteriore elemento sistemico riguarda la natura degli acquirenti. Nel 2024 i fondi di private equity e infrastrutturali hanno inciso per circa il 44% delle operazioni annunciate in Italia, in aumento rispetto al 40% del 2023; EY rileva inoltre che, nel numero complessivo delle transazioni cross-border che coinvolgono aziende italiane negli ultimi dieci anni, oltre il 60% è costituito da acquisizioni di target italiani da parte di soggetti esteri. Ciò conferma che il passaggio proprietario è sempre più spesso mediato da capitale finanziario organizzato, e non esclusivamente da operatori industriali tradizionali.

6. Ricomposizione ordinamentale finale

Possiamo allora affermare che il dato dei 255 casi FIOM-CGIL è corretto come indicatore settoriale, ma acquista pieno significato solo se inserito in una sequenza più ampia. Dal 2014 al 2022 il sistema italiano ha registrato 2.584 acquisizioni estere, con una media di 287 l’anno; dal 2023 al 2025 si registrano 1.213 acquisizioni, con una media di 404 l’anno, cioè circa il 41% in più rispetto alla media del periodo precedente. Nel frattempo, il peso delle imprese medio-grandi a controllo estero sul fatturato è salito dal 29,7% al 34,5% tra il 2022 e il 2024.

In termini sistemici, dunque, il punto non è dire che “il governo ha venduto 255 aziende”, formula impropria sotto il profilo tecnico; il punto è rilevare che l’Italia entra nel periodo successivo al 2022 con una struttura produttiva già esposta alla penetrazione del capitale estero e che, negli anni seguenti, tale dinamica mostra una intensificazione misurabile. La questione vera non è la nazionalità in sé del capitale, ma la capacità dell’ordinamento di conservare sul territorio governo della produzione, continuità delle filiere, potere tecnologico e funzione sociale dell’impresa.

Principio conclusivo

In buona sostanza, i 255 casi FIOM-CGIL non descrivono un’anomalia isolata, ma il segmento industriale di una tendenza più ampia: la proprietà estera in Italia non è un evento occasionale, bensì una dinamica strutturale che dopo il 2022 mostra un’accelerazione. Ne consegue che la vera misura della sovranità economica non è lo slogan, ma la capacità del sistema di trattenere controllo, produzione e valore.

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