La decisione della Banca centrale europea di lasciare invariati i tassi di interesse all’inizio di febbraio ha sancito una fase di stabilità monetaria che dura ormai da diversi mesi. Il tasso sui depositi resta al 2 per cento, così come invariati rimangono il tasso di rifinanziamento principale e quello sulle operazioni marginali, confermando una pausa dopo il lungo ciclo di allentamento avviato nel 2024. Una pausa che, letta superficialmente, potrebbe suggerire una stabilità generalizzata del costo del credito. Ma l’osservazione dei dati sui mutui racconta una storia più articolata.

Per capire l’attuale configurazione dei tassi è utile ricostruire, anche solo per sommi capi, la traiettoria del tasso ufficiale. Dopo aver toccato il massimo nel settembre 2023, con il tasso sui depositi al 4 per cento, la BCE ha progressivamente ridotto il costo del denaro nel corso del 2024 e del 2025, fino a raggiungere l’attuale livello del 2 per cento, mantenuto invariato da giugno dello scorso anno.

Tabella 1 – Tasso sui depositi BCE (principali tappe)

DataTasso sui depositi
Settembre 20234,00%
Giugno 20243,75%
Dicembre 20243,00%
Aprile 20252,25%
Giugno 2025 – Febbraio 20262,00%

Questa discesa ha avuto un impatto diretto sui tassi di mercato a breve termine e, di conseguenza, sui mutui a tasso variabile, tipicamente indicizzati all’Euribor. Dopo la forte compressione registrata nella prima fase dei tagli, i tassi variabili hanno progressivamente rallentato la loro discesa fino a stabilizzarsi, coerentemente con una politica monetaria che ha smesso di ridurre il costo del denaro. I dati dell’area euro mostrano infatti che, tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026, il tasso medio sui nuovi mutui a tasso variabile si è mantenuto pressoché invariato, segnalando che il canale di trasmissione a breve ha ormai incorporato per intero le decisioni della BCE.

Diverso è il comportamento dei mutui a tasso fisso, che rispondono a una logica più complessa e meno direttamente ancorata al tasso ufficiale. Qui il riferimento fondamentale non è l’Euribor, bensì l’IRS, l’Interest Rate Swap, o Eurirs. Si tratta del tasso implicito nei contratti swap attraverso i quali gli operatori scambiano flussi a tasso variabile contro flussi a tasso fisso su scadenze medio-lunghe. In termini semplici, l’IRS rappresenta il prezzo di mercato del denaro nel lungo periodo e incorpora aspettative su inflazione, crescita economica, rischio e orientamento futuro della politica monetaria.

È proprio l’andamento dell’IRS a spiegare un fenomeno che, negli ultimi mesi, ha attirato l’attenzione degli osservatori: un lieve aumento dei tassi medi applicati ai mutui, nonostante il tasso ufficiale della BCE sia rimasto invariato. I dati mostrano che tra novembre e dicembre 2025 il tasso medio sui nuovi mutui per l’acquisto di abitazioni è salito di alcuni punti base. Un movimento contenuto, ma significativo dal punto di vista analitico.

Tabella 2 – Tassi medi sui nuovi mutui (Italia, valori indicativi)

PeriodoTasso medio complessivo
Novembre 20253,30%
Dicembre 20253,37%
Gennaio 2026~3,35–3,40%

Questo aumento non segnala un’inversione del ciclo monetario, bensì una ricalibrazione del costo del credito a lungo termine. Quando l’IRS sale, anche in misura modesta, le banche si trovano a sostenere un costo più elevato per coprire il rischio di tasso sui mutui fissi, e tale costo tende a riflettersi sulle condizioni applicate ai nuovi finanziamenti. È una dinamica che può manifestarsi anche in presenza di tassi ufficiali stabili, perché l’IRS guarda avanti, non al presente.

La percezione dei mercati bancari gioca qui un ruolo decisivo. In una fase caratterizzata da inflazione sotto controllo ma da incertezze persistenti sul medio periodo – dalla geopolitica alle politiche fiscali, fino al progressivo ritiro delle misure straordinarie di sostegno – il premio per il rischio sui tassi a lunga scadenza rimane elevato. Il mercato richiede una remunerazione maggiore per impegnare capitali su orizzonti temporali lunghi, e l’IRS riflette questa esigenza.

L’effetto non si limita ai mutui a tasso fisso. Sebbene il variabile continui a essere formalmente determinato da Euribor più spread, l’aumento dei tassi swap può esercitare un’influenza indiretta anche su questa tipologia di finanziamento. Le banche, infatti, tendono a gestire in modo unitario il pricing dei mutui, cercando di mantenere un differenziale coerente tra fisso e variabile per evitare squilibri nella composizione del portafoglio e una concentrazione eccessiva del rischio. In questo senso, l’IRS non entra nella formula del tasso variabile, ma può condizionarlo attraverso le politiche di spread e le strategie commerciali.

Nel complesso, il quadro che emerge è quello di una trasmissione monetaria non meccanica, ma mediata dal mercato e dalle aspettative. La BCE controlla il breve termine e ne ha stabilizzato il costo; il lungo termine, invece, resta terreno di confronto tra percezioni, rischio e prospettive macroeconomiche. La lieve risalita dei tassi sui mutui osservata negli ultimi mesi non è quindi un’anomalia, bensì il riflesso naturale di questa doppia dimensione temporale. Non un paradosso, ma la conferma che, nel credito, il presente conta meno del futuro che il mercato immagina.


Fonti

  • Banca Centrale Europea, Monetary Policy Decisions e Key ECB Interest Rates, 2023–2026
  • Banca Centrale Europea, Euro area bank interest rate statistics (MIR)
  • ABI, Rapporto mensile sul credito, novembre 2025 – gennaio 2026
  • Banca d’Italia, Il mutuo ipotecario in parole semplici
  • Eurosystem / Bank Lending Survey, 2025–2026

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