Nel dibattito economico contemporaneo la politica monetaria non è più soltanto uno strumento tecnico di regolazione del ciclo, ma è tornata a essere un nodo centrale del confronto politico e geopolitico. Le recenti tensioni tra l’amministrazione statunitense e la Federal Reserve, culminate nelle pressioni sul suo presidente Jerome Powell, rappresentano un passaggio che va ben oltre la dialettica interna americana. Esse chiamano in causa l’intero assetto della governance monetaria occidentale e, in particolare, le scelte future della Banca Centrale Europea e della Bank of England.

La Fed come baricentro del sistema monetario globale

Il dollaro rimane la principale valuta di riserva mondiale e la politica monetaria americana continua a esercitare un’influenza sistemica. Quando la Fed modifica il costo del denaro, non si limita a orientare l’economia statunitense, ma altera i flussi di capitale, i differenziali di rendimento, le dinamiche valutarie e, in ultima istanza, i rapporti di forza commerciali globali.

Se le pressioni dell’amministrazione Donald Trump dovessero tradursi in una riduzione anticipata e politicamente motivata dei tassi, il primo effetto sarebbe un indebolimento del dollaro. Questo non rappresenterebbe soltanto uno stimolo interno, ma una vera e propria trasmissione di politica monetaria all’estero, con conseguenze immediate per le economie più aperte e orientate all’export.

Dazi e cambio: una tenaglia sull’Eurozona

L’Eurozona si troverebbe in una posizione strutturalmente più fragile. Da un lato, dazi commerciali statunitensi colpiscono direttamente le esportazioni europee; dall’altro, un dollaro più debole determinerebbe un apprezzamento dell’euro qualora la BCE mantenesse una linea restrittiva o attendista.

In questo contesto, il rischio non è solo la perdita di competitività sui mercati internazionali, ma un effetto più sottile e pericoloso: un irrigidimento monetario involontario. Un euro forte riduce l’inflazione importata, comprime i margini delle imprese esportatrici e frena la crescita in un’area economica che già fatica a generare domanda interna autonoma.

È qui che la BCE entra in gioco non come attore “competitivo”, ma come istituzione difensiva.

La BCE: non una banca centrale mercantilista, ma una banca centrale vincolata

Contrariamente a una lettura semplificata, la BCE non può e non vuole usare i tassi per manipolare il cambio o sostenere direttamente la bilancia commerciale. Il suo mandato resta la stabilità dei prezzi. Tuttavia, in uno scenario in cui:

  • l’inflazione converge stabilmente verso o sotto il 2%,
  • la crescita rimane debole,
  • lo shock esterno dei dazi si somma a un apprezzamento dell’euro,

non intervenire diventerebbe una scelta attivamente restrittiva, difficilmente compatibile con il mandato stesso.

In questo senso, un taglio dei tassi da parte della BCE non costituirebbe una risposta ai dazi in quanto tali, ma una azione di compensazione macroeconomica: evitare che una combinazione di fattori esogeni produca una restrizione monetaria de facto.

Parlare di “immunizzazione” della bilancia commerciale sarebbe eccessivo. Più corretto è parlare di mitigazione del danno, di gestione dell’impatto sistemico di decisioni prese altrove.

La Bank of England: flessibilità maggiore, credibilità più fragile

La Bank of England si colloca in una posizione intermedia. Il Regno Unito è altamente esposto ai mercati finanziari globali e al ciclo dei capitali internazionali, il che rende la BoE più sensibile ai movimenti della Fed. Allo stesso tempo, l’esperienza post-Brexit ha mostrato quanto rapidamente la fiducia dei mercati possa incrinarsi se la politica monetaria appare subordinata a esigenze politiche di breve periodo.

Per questo, la BoE potrebbe seguire la Fed più rapidamente della BCE, ma lo farebbe con estrema cautela comunicativa, cercando di ancorare ogni decisione a dati macroeconomici solidi, in particolare sull’inflazione domestica.

Il nodo centrale: l’indipendenza come bene sistemico

Il punto forse più rilevante non riguarda il livello dei tassi, ma il precedente istituzionale. Se i mercati iniziassero a percepire che la Fed risponde direttamente a pressioni politiche, l’effetto sarebbe una destabilizzazione delle aspettative di inflazione e un aumento del premio per il rischio su scala globale.

Non è un caso che BCE e BoE abbiano difeso pubblicamente l’indipendenza della Fed: non per solidarietà personale verso Powell, ma per autoconservazione istituzionale. In un sistema finanziario integrato, la credibilità è contagiosa tanto quanto la sfiducia.

Conclusione

In uno scenario in cui una Fed politicamente condizionata abbassi i tassi mentre gli Stati Uniti innalzano barriere commerciali, la BCE sarebbe fortemente incentivata a ridurre il costo del denaro, non per sostenere artificialmente le esportazioni, ma per evitare che l’Eurozona subisca una restrizione monetaria e commerciale simultanea.

Non si tratterebbe di una guerra valutaria, né di una strategia mercantilista, ma di una risposta difensiva a uno shock asimmetrico. Una risposta che, tuttavia, evidenzierebbe ancora una volta quanto l’architettura monetaria globale resti dipendente dalle scelte – e dalle tensioni politiche – del suo principale attore.


Fonti

  • Reuters, Federal Reserve policy and political pressure
  • European Central Bank, Monetary Policy Statements and Projections
  • Bank of England, Monetary Policy Reports
  • IMF, Global Financial Stability Report
  • BIS, Annual Economic Report

Lascia un commento