L’accordo di partenariato tra Unione Europea e MERCOSUR è uno dei più ampi e complessi trattati commerciali mai negoziati dall’Unione. La sua lunga gestazione, iniziata alla fine degli anni Novanta, lo colloca in una fase storica profondamente diversa da quella in cui fu concepito: un’epoca segnata da crisi energetiche, tensioni geopolitiche, transizione ecologica e ripensamento della globalizzazione. Per questo motivo l’accordo non può essere valutato né come un semplice successo diplomatico né come una minaccia assoluta, ma come un dispositivo economico che produce effetti differenziati e richiede strumenti di governo adeguati.
Dal punto di vista giuridico ed economico, l’accordo UE–MERCOSUR non dà vita a una nuova forma di integrazione sovranazionale. Non si tratta di un mercato comune, né di un’unione doganale in senso pieno, ma di un accordo di libero scambio avanzato, inserito in un più ampio partenariato politico e di cooperazione. Gli Stati mantengono intatta la loro sovranità fiscale, monetaria e sociale. L’obiettivo è la liberalizzazione progressiva degli scambi di beni e servizi, accompagnata da regole su investimenti, appalti pubblici, proprietà intellettuale e sviluppo sostenibile. In altre parole, si amplia il perimetro del commercio regolato, senza creare un ordinamento economico comune.
Il cuore dell’intesa è rappresentato dalla riduzione ed eliminazione dei dazi doganali su oltre il novanta per cento degli scambi tra le due aree. Per l’Unione europea questo significa migliorare l’accesso ai mercati sudamericani per i beni industriali ad alto valore aggiunto, spesso penalizzati in passato da barriere tariffarie elevate. Per i Paesi del MERCOSUR, invece, l’accordo consolida l’accesso al mercato europeo per prodotti agricoli e agroindustriali, attraverso un sistema di quote e periodi transitori pensato per attenuare gli impatti più bruschi. Proprio su questo terreno si concentrano le principali tensioni politiche, poiché le quote, pur limitate in termini percentuali sul mercato complessivo dell’UE, incidono in modo selettivo su comparti e territori specifici.
Le valutazioni macroeconomiche elaborate dalla Commissione europea e dai centri di ricerca incaricati si basano su modelli di equilibrio generale computabile. Questi modelli simulano uno scenario di piena attuazione dell’accordo nel lungo periodo, ipotizzando condizioni di stabilità e assenza di shock esterni. I risultati convergono su un dato essenziale: l’impatto sul prodotto interno lordo dell’Unione europea è positivo, ma quantitativamente contenuto. Le stime parlano di un incremento compreso tra lo 0,1 e lo 0,2 per cento del PIL nel lungo periodo. In valori assoluti, ciò equivale a qualche decina di miliardi di euro su un’economia che supera i sedicimila miliardi. Si tratta dunque di un beneficio reale, ma modesto, inferiore agli effetti prodotti da normali oscillazioni cicliche o da interventi di politica fiscale di media entità.
Se si restringe l’analisi al caso dell’Italia, il quadro appare ancora più prudente. Le simulazioni indicano un incremento del PIL nell’ordine di pochi decimi di punto percentuale, pari a circa due miliardi di euro a regime. I benefici potenziali si concentrano soprattutto nei settori manifatturieri orientati all’export, come la meccanica strumentale, la componentistica industriale, la chimica e la farmaceutica, oltre a una parte dell’agroalimentare di qualità che può trarre vantaggio dalla tutela delle indicazioni geografiche. Al tempo stesso, l’accordo espone a maggiore pressione competitiva comparti agricoli a basso margine e alcune filiere zootecniche, già caratterizzate da costi elevati e da una struttura produttiva frammentata.
Proprio la protezione delle indicazioni geografiche rappresenta uno degli elementi più spesso citati a favore dell’accordo, soprattutto in un Paese come l’Italia. La tutela di denominazioni storiche e simboliche consente di difendere il valore economico e culturale del made in Europe nei mercati sudamericani, contrastando pratiche di imitazione e appropriazione indebita. Tuttavia, anche questo aspetto va letto senza enfasi eccessiva. La protezione delle IG rafforza soprattutto le filiere già strutturate e orientate all’export, mentre lascia sostanzialmente invariata la condizione di ampie porzioni dell’agricoltura nazionale che operano sul mercato interno o in segmenti poco internazionalizzati.
Un capitolo particolarmente delicato riguarda l’ambiente e lo sviluppo sostenibile. L’accordo richiama gli impegni internazionali sul clima, la tutela delle foreste e i diritti dei lavoratori, ma affida la loro attuazione a meccanismi di cooperazione e dialogo piuttosto che a sanzioni automatiche. Questo limite non è secondario. L’efficacia delle clausole ambientali dipenderà dalla capacità dell’Unione europea di applicare coerentemente le proprie normative interne, di monitorare le catene di fornitura e di intervenire tempestivamente in caso di violazioni. In assenza di un enforcement credibile, il rischio è che le enunciazioni di principio restino scollegate dagli effetti reali sul territorio.
Il punto decisivo, tuttavia, emerge quando si supera la dimensione puramente macroeconomica e si guarda alla distribuzione degli effetti. L’aumento del PIL, per quanto misurabile, non coincide automaticamente con un aumento del benessere diffuso. I benefici dell’accordo tendono a concentrarsi in settori capitalizzati, finanziariamente solidi e già integrati nelle catene globali del valore. I costi, invece, si manifestano in modo più frammentato, colpendo territori e comparti meno attrezzati a reggere la concorrenza internazionale. Senza politiche di accompagnamento, strumenti di credito produttivo e una visione di sviluppo territoriale, il rischio è quello di accentuare squilibri già esistenti.
In conclusione, l’accordo UE–MERCOSUR non è né una minaccia sistemica né una soluzione miracolosa. È un accordo coerente con la logica del libero scambio regolato, che produce un modesto vantaggio macroeconomico complessivo, ma pone interrogativi seri sulla sua sostenibilità sociale e territoriale. Valutarlo esclusivamente in termini di PIL significa adottare una misura parziale e, in ultima analisi, fuorviante. La vera questione non è se l’accordo faccia crescere l’economia in senso statistico, ma se le istituzioni europee e nazionali siano in grado di governarne gli effetti, trasformando una crescita quantitativa limitata in sviluppo reale e coesione economica.
Fonti essenziali
- Commissione europea – DG Trade, EU–Mercosur Sustainability Impact Assessment, LSE Consulting.
- Commissione europea, Impact Assessment accompanying the EU–Mercosur Trade Agreement.
- Parlamento europeo – EPRS, briefing sugli impatti macroeconomici e settoriali dell’accordo.
- CEPR, studi CGE sugli effetti degli accordi commerciali dell’UE.

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