Epifania significa manifestazione: non semplice apparizione, ma svelamento di ciò che già è, latente, operante, necessario. In questa luce, la moneta non nasce nel gesto tecnico della stampa, né nel bit che lampeggia nel silicio del computer. Essa si manifesta prima, molto prima, nel pensiero collettivo degli uomini. È epifania di una fiducia condivisa, di un patto implicito, di una relazione sociale che precede ogni supporto materiale.
Seguendo uno stile che potremmo ricondurre alla prosa riflessiva e civile, la moneta va sottratta alla gabbia dell’economicismo e restituita alla sua natura originaria: parola sociale, simbolo, spirito incarnato. Essa è un bene comune immateriale, perché vive nella coscienza degli uomini prima ancora che nella carta filigranata o nella stringa digitale. Come ogni realtà simbolica, non appartiene a chi la produce materialmente, ma a chi la riconosce e la usa come strumento di relazione.
In questo orizzonte si colloca il pensiero radicale e ancora oggi scomodo di Giacinto Auriti, il quale ha avuto il coraggio di affermare che la moneta è proprietà di chi le attribuisce valore, non di chi la emette. Auriti rovescia il paradigma dominante: la moneta non è una cosa che genera valore per il fatto di esistere, ma un segno che vale perché una comunità lo riconosce come tale. È la fiducia collettiva a generare valore, non l’atto amministrativo dell’emissione.
Se la moneta è manifestazione del pensiero umano, allora essa è spirito prima che materia. È logos condiviso, convenzione viva, atto di fede laica nella possibilità dello scambio e della cooperazione. Ridurla a proprietà di chi si incarica di manifestarla fisicamente — la banca centrale, l’istituzione finanziaria, l’algoritmo — significa commettere un errore ontologico prima ancora che politico. È come attribuire la proprietà della lingua a chi stampa i dizionari, o quella della musica a chi fabbrica gli strumenti.
La cartamoneta, così come la moneta digitale, non è che il sacramento visibile di una realtà invisibile: il consenso sociale. L’errore moderno è stato quello di confondere il segno con la sostanza, il mezzo con il fine, la manifestazione con l’essenza. Da qui nasce l’ingiustizia strutturale: quando chi controlla il mezzo pretende di possedere l’essenza, espropriando la comunità del proprio stesso pensiero.
Auriti ci invita a riconoscere che la moneta, in quanto bene comune immateriale, deve tornare alla sua funzione originaria: servire la società, non dominarla. Se è vero che essa nasce nello spirito degli uomini, allora non può essere sequestrata da apparati che ne rivendicano la proprietà in virtù di un monopolio tecnico. La tecnica manifesta, ma non crea; rende visibile, ma non fonda il valore.
L’epifania della moneta, oggi più che mai, chiede di essere compresa. In un mondo in cui il denaro sembra smaterializzarsi nei circuiti digitali, diventa ancora più evidente che la sua vera sostanza non è nel supporto, ma nel pensiero che lo precede. Riconoscere questo significa restituire dignità politica e spirituale alla comunità umana, riaffermando che ciò che nasce dal pensiero collettivo non può essere proprietà di pochi, ma patrimonio di tutti.

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