Negli ultimi dieci anni il petrolio ha smesso di essere soltanto una commodity.
È tornato a essere quello che è sempre stato nei momenti di stress sistemico: un indicatore sintetico dello stato del mondo. Quando il barile scende troppo, segnala che l’economia reale si sta raffreddando. Quando sale troppo, ci dice che la geopolitica ha preso il sopravvento sulla fisica. In mezzo, c’è la lunga zona grigia dell’instabilità controllata.
Dal 2016 al 2025, il prezzo medio del Brent – il riferimento globale – ha attraversato quasi tutte le condizioni possibili: abbondanza, scarsità, collasso della domanda, shock geopolitici, tentativi di gestione politica dell’offerta. I numeri, presi uno a uno, raccontano una storia che a guardarli isolatamente sembra incoerente; messi in sequenza, mostrano invece una logica ferrea.
Tra il 2016 e il 2019 il Brent si muove in un corridoio relativamente ordinato: tra i 50 e i 70 dollari al barile. È il mondo che tenta di tornare alla normalità dopo il crollo del 2014–2015, quando lo shale statunitense aveva improvvisamente rotto gli equilibri OPEC. Poi arriva il 2020, e il prezzo crolla sotto i 42 dollari di media annua: non perché il petrolio non serva più, ma perché l’economia globale si ferma. È un evento rarissimo, quasi sperimentale: la domanda collassa prima dell’offerta.
Il rimbalzo del 2021 e soprattutto l’impennata del 2022, con una media annua del Brent superiore ai 100 dollari, non sono un’anomalia speculativa. Sono la conseguenza diretta di un sistema energetico che scopre di essere più rigido di quanto credeva. La guerra in Ucraina non crea la scarsità: la rivela. Dal 2023 al 2025 il prezzo rientra, stabilizzandosi tra 70 e 80 dollari, per poi scendere ulteriormente nel 2025. Non perché il problema sia risolto, ma perché l’offerta globale – soprattutto extra-OPEC – torna a crescere più rapidamente della domanda.
Questa è la cornice globale. Ed è dentro questa cornice che va letto il caso Venezuela.
Venezuela: quando la geologia vince, ma l’industria perde
Il Venezuela è un paradosso energetico quasi perfetto.
Possiede le maggiori riserve petrolifere provate al mondo, concentrate in larga parte nella Fascia Petrolifera dell’Orinoco, ma produce oggi una quantità di petrolio che è una frazione di quella di paesi con riserve molto inferiori.
Qui è essenziale essere chiari: non siamo di fronte a una mancanza di petrolio, ma a una crisi di trasformazione industriale. Il greggio venezuelano è in gran parte extra-pesante. Non basta estrarlo: va diluito, trattato, migliorato, trasportato in infrastrutture complesse. Questo richiede capitale, continuità operativa, accesso a tecnologia e – soprattutto – tempo.
Dal 2015 al 2020 la produzione venezuelana crolla da oltre 2,3 milioni di barili al giorno a poco più di 500 mila. È un collasso che non ha precedenti in un paese con risorse così vaste e che non è in guerra. Le cause non sono mai singole: deterioramento degli impianti, fuga di competenze, mancanza di investimenti, sanzioni, problemi elettrici, logistica frammentata. Il sistema perde ridondanza, poi perde resilienza, infine perde capacità produttiva.
Il minimo del 2020 coincide, non a caso, con l’anno del crollo globale della domanda. Ma mentre il mondo rimbalza rapidamente, il Venezuela no. La sua risalita è lenta, faticosa, discontinua. Nel 2023 la produzione si colloca intorno ai 700–800 mila barili al giorno; nel 2024–2025 sale verso 900 mila – 1 milione. È un miglioramento reale, ma strutturalmente fragile.
Prezzo globale e prezzo Venezuela: due barili che non valgono lo stesso
Qui entra in gioco un punto spesso ignorato nel dibattito pubblico: non tutti i barili valgono uguale.
Quando diciamo che il Brent vale 80 dollari, stiamo parlando di un greggio relativamente leggero, facilmente raffinabile, scambiato in un mercato liquido e trasparente. Il petrolio venezuelano – tipicamente il Merey – è un’altra cosa. Più denso, più solforoso, più costoso da trasformare. A questo si sommano, negli ultimi anni, sconti legati al rischio commerciale e finanziario.
I dati degli ultimi dieci anni mostrano con chiarezza che il prezzo medio realizzato dal Venezuela è sistematicamente inferiore al Brent. Nel 2022, quando il Brent supera i 100 dollari di media annua, il petrolio venezuelano si colloca intorno ai 75–80 dollari. Nel 2023–2024, con un Brent tra 80 e 82 dollari, il Merey resta intorno ai 64–65 dollari.
Questo significa una cosa molto concreta: anche quando i prezzi globali sono alti, il Venezuela incassa meno di quanto suggerirebbero i titoli di giornale. E questo riduce la capacità di reinvestire, alimentando un circolo vizioso.
E se il Venezuela “ottimizzasse tutto”?
Qui bisogna uscire dal linguaggio politico ed entrare in quello ingegneristico.
In uno scenario realistico ma favorevole, con investimenti continui, accesso a diluenti, manutenzione stabile e un quadro internazionale meno restrittivo, il Venezuela potrebbe probabilmente:
- raggiungere 1,3–1,4 milioni di barili al giorno nel giro di 1–2 anni;
- spingersi verso 2–2,5 milioni solo nel medio-lungo periodo, diciamo entro un decennio.
Tornare ai 3 milioni e oltre del passato non è impossibile in senso fisico, ma è estremamente improbabile in senso industriale. Quelle condizioni storiche – capitale abbondante, infrastrutture giovani, integrazione completa nei mercati globali – non esistono più.
E il prezzo? Qui è fondamentale evitare un errore concettuale: più produzione venezuelana non significa automaticamente prezzi alti per il Venezuela. Al contrario. Un aumento significativo dell’offerta globale – anche di uno o due milioni di barili – tende a deprimere il prezzo internazionale di qualche dollaro. Le stime di mercato indicano effetti dell’ordine di –3 / –5 dollari al barile nel medio periodo, a parità di altre condizioni.
Tradotto: il Venezuela potrebbe produrre di più, ma non dominerebbe il mercato. Sarebbe un attore marginale in un sistema già ampio, e continuerebbe a vendere a prezzi inferiori al Brent.
Conclusione: il limite non è sotto terra
La lezione dei dati è semplice, e al tempo stesso scomoda.
Il Venezuela dimostra che nel XXI secolo le riserve non bastano.
Il petrolio non è più solo una questione di geologia, ma di capacità industriale continuativa. Senza investimenti stabili, competenze, infrastrutture e accesso ai mercati, anche il paese più ricco di petrolio può produrre come un medio esportatore.
Negli ultimi dieci anni il mondo ha riscoperto che l’energia è un sistema rigido, lento, e poco incline agli slogan. Il Venezuela ne è il caso limite: un gigante geologico con piedi industriali fragili. E finché questa asimmetria resterà, la sua produzione crescerà solo lentamente, e il suo petrolio continuerà a valere meno del barile “di riferimento” che vediamo scorrere sui ticker finanziari.

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