Contributi finanziari, asimmetrie decisionali e limiti strutturali della governance internazionale

1. Introduzione: il paradosso fondativo dell’ONU

L’Organizzazione delle Nazioni Unite nasce con un’ambizione eminentemente moderna: sottrarre la pace e la sicurezza internazionale all’arbitrio degli Stati più forti, affidandole a un sistema multilaterale fondato su regole condivise.
Tuttavia, già nella sua architettura originaria è inscritta una tensione irrisolta: l’universalismo dichiarato convive con un’oligarchia decisionale.

l’ONU non è in grado di governare le questioni internazionali in modo uniforme e coerente perché il suo potere decisionale è strutturalmente disallineato rispetto sia alla rappresentanza democratica sia alla distribuzione reale dei contributi finanziari.


2. Dove risiede il potere: il Consiglio di Sicurezza

Il centro di gravità dell’ONU non è l’Assemblea Generale, bensì il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Qui siedono:

  • 15 Stati
  • di cui 5 permanenti con diritto di veto:
    Stati Uniti, Russia, Cina, Francia, Regno Unito

Il veto non è un dettaglio procedurale, ma un meccanismo costitutivo di potere negativo:
consente a un singolo Stato di annullare la volontà collettiva, anche quando questa rappresenta la quasi totalità della comunità internazionale.

Dal punto di vista della teoria democratica, questo equivale a una sospensione permanente del principio maggioritario.


3. Il dato empirico: chi finanzia davvero l’ONU

Grafico 1 – Contributi al bilancio regolare ONU (2025)

Il primo grafico mostra i 10 maggiori contributori al bilancio ordinario.

Osservazione chiave:

  • Stati Uniti (22%) e Cina (20%) da soli coprono oltre il 40% del bilancio
  • seguono Giappone e Germania, senza alcun potere di veto

Il contributo economico non è correlato al potere formale, ma coincide spesso con esso solo per i membri permanenti.


Grafico 2 – P5 vs Non-P5 (tra i principali contributori)

Questo grafico è concettualmente centrale.

  • I membri permanenti (P5) all’interno dei primi 10 contributori coprono circa il 52% del bilancio regolare
  • I Non-P5, pur includendo economie avanzate e democratiche, si fermano a poco più del 20%
  • Conclusione analitica:
  • una minoranza con veto concentra sia potere politico sia capacità finanziaria, mentre Stati ad alto contributo restano esclusi dai luoghi decisionali vincolanti.

4. Peacekeeping: chi paga, chi decide, chi rischia

Grafico 3 – Contributi al peacekeeping (2024–2025)

Nel bilancio delle missioni di pace:

  • gli Stati Uniti superano il 26%
  • la Cina sfiora il 19%
  • seguono Giappone e Germania

Tuttavia, le truppe sul terreno provengono in larga misura da Paesi non rappresentati nel Consiglio di Sicurezza.

Si produce così una tripla frattura:

  1. chi decide le missioni
  2. chi le finanzia
  3. chi ne sostiene il costo umano

Dal punto di vista etico-politico, questa è una delle contraddizioni più profonde del sistema ONU.


5. Assemblea Generale: democrazia senza potere

Nell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite vige il principio:

uno Stato, un voto

Formalmente democratico, sostanzialmente impotente:

  • le risoluzioni non sono vincolanti
  • non possono autorizzare l’uso della forza
  • non possono superare il veto


l’Assemblea rappresenta la legittimità, il Consiglio esercita il potere.
E i due non coincidono.


6. Uniformità impossibile: il problema della governance globale

Alla luce dei dati e della struttura istituzionale, emerge un punto dirimente:

L’ONU non può deliberare in modo uniforme perché non è progettata per farlo.

Le decisioni sulle crisi internazionali:

  • dipendono dall’allineamento (o meno) dei grandi contribuenti e dei membri permanenti
  • variano da conflitto a conflitto
  • producono una selettività dell’intervento che mina la credibilità dell’ordine internazionale

Non è incoerenza contingente, ma incoerenza strutturale.


7. Conclusione: riforma necessaria, riforma improbabile

L’ONU:

  • non è un governo mondiale
  • non è una democrazia sovranazionale
  • non è neutrale rispetto ai rapporti di forza

È piuttosto un meccanismo di gestione del conflitto tra potenze, utile ma intrinsecamente limitato.

Andrebbe riformata
Ma la riforma richiederebbe il consenso di chi trae vantaggio dall’assetto attuale

In assenza di riforma, l’ONU continuerà a svolgere un ruolo essenziale ma parziale:
amministrare il disordine, non governarlo.

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