Il dibattito italiano sui salari è affetto da una patologia concettuale cronica: si confonde il piano della rivendicazione giuridica con quello delle condizioni materiali di possibilità. Ne deriva un paradosso: si sciopera per ottenere ciò che il sistema economico, così com’è strutturato, non è in grado di sostenere stabilmente.
Per comprendere questa frattura non servono slogan, ma definizioni corrette. Perché nel diritto – e nell’economia politica – chi sbaglia le definizioni sbaglia inevitabilmente le soluzioni.
1. Salario e produttività: una relazione, non un atto di volontà
Il salario non è un atto morale, né una concessione discrezionale. È, in senso stretto, una quota del valore prodotto. Questo significa una cosa molto semplice e spesso rimossa dal dibattito pubblico:
i salari possono crescere in modo duraturo solo se cresce il valore prodotto per ora lavorata.
Qui entra in gioco la produttività. Ma anche su questo concetto occorre fare chiarezza.
2. Produttività del lavoro e PTF: due concetti che non coincidono
La produttività del lavoro misura quanta produzione si ottiene per ora lavorata. È un indicatore parziale.
La Produttività Totale dei Fattori (PTF), invece, misura qualcosa di più profondo:
quanto il sistema economico riesce a produrre a parità di lavoro e capitale.
In termini tecnici – come spiegano ISTAT, OCSE e FMI – la PTF è ciò che resta una volta sottratti gli effetti di:
- più ore lavorate;
- più macchinari e capitale fisico.
È un residuo statistico, ma un indicatore sistemico. Dentro la PTF “si annidano”:
- organizzazione delle imprese;
- qualità del management;
- diffusione effettiva delle tecnologie;
- funzionamento della giustizia civile;
- tempi e incertezza della burocrazia;
- allocazione del credito;
- concorrenza reale.
(Fonti: OCSE, Productivity Growth in OECD Countries; ISTAT, Conti della produttività; FMI, Italy – Selected Issues).
3. Il vero problema italiano: PTF stagnante da decenni
Qui emerge il nodo strutturale.
L’Italia non soffre solo di bassi salari: soffre di PTF stagnante da oltre vent’anni.
Questo dato – certificato da OCSE, Banca d’Italia e ISTAT – implica una verità scomoda:
anche quando si investe, il sistema fatica a trasformare investimenti e lavoro in maggiore valore.
Non è (solo) un problema di “pochi investimenti”, ma di inefficienza sistemica.
Ed è per questo che:
- gli aumenti salariali diventano conflittuali;
- le imprese competono sui costi invece che sul valore;
- la contrattazione collettiva perde forza reale.
4. Investimenti passati e produttività presente: il nesso esiste, ma non basta
La letteratura economica è chiara: investimenti insufficienti negli anni passati hanno contribuito al ritardo attuale della produttività.
Il meccanismo è noto:
- stock di capitale obsoleto;
- scarso capital deepening (poco capitale moderno per ora lavorata);
- ritardo nell’adozione di tecnologie digitali e organizzative.
(Fonti: OCSE, Compendium of Productivity Indicators; Banca d’Italia, Questioni di Economia e Finanza).
Ma la stessa letteratura avverte:
più investimenti non garantiscono automaticamente più produttività, se la PTF resta bloccata.
Qui cade un altro alibi: non basta “mettere soldi”, se il sistema non li usa bene.
5. Gli scioperi: legittimi, ma centrati sull’oggetto sbagliato
Lo sciopero è uno strumento costituzionalmente garantito. Il punto non è la sua legittimità, ma la coerenza dell’obiettivo.
Negli ultimi anni, gran parte dell’azione sindacale si è concentrata su:
- aumenti salariali nominali;
- salario minimo legale come soluzione sistemica.
Ma se la causa strutturale della stagnazione salariale è anche la PTF stagnante, allora la rivendicazione rischia di essere:
- giuridicamente corretta,
- economicamente inefficace.
In termini rigorosi:
si chiede redistribuzione senza affrontare il problema della produzione del valore da redistribuire.
Questo non delegittima il conflitto, ma ne denuncia il disallineamento rispetto alla diagnosi reale.
6. Negli ultimi tre anni lo Stato ha provato a ridurre il gap di produttività?
Qui occorre onestà intellettuale.
Sì, negli ultimi tre anni sono state adottate norme che mirano – direttamente o indirettamente – a ridurre il gap tra produttività potenziale e reale, soprattutto nell’ambito del PNRR.
Tra le principali:
- Riforma della giustizia civile (PNRR)
Riduzione dei tempi del processo come infrastruttura economica (certezza, investimenti, credito).
(Fonte: Ministero della Giustizia, PNRR; Commissione UE). - Nuovo Codice dei contratti pubblici – D.Lgs. 36/2023
Digitalizzazione e semplificazione degli appalti per ridurre costi di transazione.
(Fonte: Relazione illustrativa al Codice). - Semplificazione amministrativa e digitalizzazione della PA (PNRR)
Riduzione delle frizioni burocratiche che deprimono la PTF.
(Fonte: Dipartimento Funzione Pubblica). - Transizione 4.0 e 5.0
Incentivi agli investimenti tecnologici e all’efficienza energetica.
(Fonti: MEF, MIMIT; D.L. 19/2024 conv. L. 56/2024). - Legge annuale sulla concorrenza 2023 (L. 193/2024)
Migliore allocazione delle risorse e diffusione dell’innovazione.
(Fonte: Presidenza del Consiglio).
Queste norme esistono. Ma – ed è il punto cruciale – molte sono recenti e il loro impatto pieno è atteso entro il 2026. La storia italiana insegna che la norma senza attuazione resta un atto simbolico.
7. La vera rimozione: nessuno sciopera sulla PTF
Qui sta la contraddizione finale.
Si sciopera:
- contro il caro vita,
- per il salario minimo,
- per aumenti contrattuali.
Non si sciopera:
- sui tempi della giustizia;
- sull’organizzazione del lavoro;
- sulla qualità del management;
- sull’uso effettivo delle tecnologie;
- sull’allocazione del credito improduttivo.
Eppure è lì che si annida la produttività.
Conclusione
La stagnazione salariale italiana non è un’anomalia morale, ma un esito sistemico.
Contestare questo dato con sole rivendicazioni nominali significa spostare il conflitto sul piano sbagliato.
Una strategia sindacale coerente con l’evidenza scientifica dovrebbe:
- difendere i salari,
- ma anche pretendere riforme che aumentino la PTF,
- perché senza aumento del valore prodotto, ogni aumento salariale resta fragile, temporaneo o inflazionistico.
Finché questa contraddizione non verrà affrontata, continueremo a discutere di salari come se fossero la causa, mentre restano – tecnicamente e giuridicamente – un effetto.

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