Retorica e poesia “nell’accordo” in un emendamento nella legge di Bilancio

Da decenni, l’oro detenuto dalla Banca d’Italia costituisce una delle principali riserve ufficiali italiane: circa 2.452 tonnellate di lingotti e monete, di valore collettivo e strategico per la stabilità del sistema finanziario nazionale. Banca d’Italia+2Borsa Italiana+2
Quel tesoro — benché di portata nazionale e di fatto “a garanzia” dell’economia italiana — non è mai stato formalmente “proprietà del popolo”, né prima, né dopo la norma approvata in Parlamento.

Perché: la proprietà giuridica appartiene alla Banca d’Italia

  • Le riserve auree sono iscritte nel bilancio dell’istituto centrale: è la Banca d’Italia, non lo Stato o una rappresentanza di “popolo”, ad averne la titolarità contabile e giuridica. static.bullionstar.com+2Banca d’Italia+2
  • La legge che disciplina l’adesione dell’Italia al sistema europeo di banche centrali (SEBC) e le sue normative — ad esempio il Decreto Legislativo che regola la partecipazione dell’istituto alla rete europea — confermano che compito di detenere e gestire le riserve ufficiali spettano alla Banca d’Italia. Banca d’Italia+2Banca d’Italia+2
  • Le riserve — oro e valuta estera — sono dunque patrimonio dell’istituto centrale, gestito da quest’ultima in nome dell’interesse pubblico, ma non “patrimonio pubblico dello Stato” nel bilancio dello Stato, né tantomeno “bene comune del popolo” come soggetto giuridico collettivo. GQ Italia+2Corriere della Sera+2

In termini di diritto, dunque, parlare di “oro del popolo” è una semplificazione poetica, ma giuridicamente inappropriata.


La norma recente: un cambio di parola, non di fatti

Con la nuova proposta di legge — e il dibattito parlamentare che l’ha seguita — si è voluto sancire che “le riserve auree custodite dalla Banca d’Italia appartengono allo Stato, in nome del popolo italiano”. Adnkronos+2Corriere della Sera+2

Ma se si analizza con attenzione:

  • La norma non trasferisce l’oro fuori dal bilancio della Banca d’Italia.
  • Non attribuisce allo Stato (o a un soggetto pubblico diverso) la gestione, la custodia, o la competenza gestionale: queste restano saldamente in capo alla Banca d’Italia, come previsto dalle norme sul SEBC. Corriere della Sera+2static.bullionstar.com+2
  • Non introduce nuove regole per l’utilizzo dell’oro, né prevede che possa essere venduto, destinato a spesa pubblica, o usato come garanzia statale per debiti: la sua funzione rimane quella tipica di riserva centrale — stabilità, copertura, assicurazione contro crisi valutarie o economiche. Banca d’Italia+1

In sostanza: la norma cambia le parole — “Stato/Popolo” invece di “Banca d’Italia” — ma non cambia la sostanza giuridica e operativa.

Quindi anche oggi, come ieri, l’oro resta bene dell’istituto centrale, gestito da esso, e non patrimonio disponibile per lo Stato.


Le conseguenze (e perché l’operazione è pericolosamente simbolica)

Scrivere che l’oro “appartiene al popolo” può avere impatti reali — anche solo nel piano della percezione — e per questo va denunciato come un uso retorico artificioso, potenzialmente pericoloso. Ecco perché:

  • Chi legge può credere che quello “dell’oro” sia un bene collettivo a disposizione dello Stato, con possibile effetto sull’idea che si possa “usarlo” per debito o spesa pubblica.
  • L’equivoco può essere strumentalizzato: dare l’impressione che un “tesoro nazionale” sia disponibile per finanziare provvedimenti politici, magari con appelli patriottici.
  • In un contesto europeo, dove la normativa garantisce l’indipendenza delle banche centrali, tentativi — anche simbolici — di sovrapporre “popolo/stato politico” a “banca centrale istituzionale” mettono a rischio l’equilibrio tra politica fiscale e politica monetaria. Eur-Lex+2Banca d’Italia+2
  • Danno pericolosi precedenti: se domani si volesse applicare davvero la retorica — trasferimento di proprietà, vendita, utilizzo per il bilancio — si avrebbe un conflitto immediato con le regole europee e l’indipendenza della banca centrale.

Insomma: la formula “oro del popolo” è affascinante per l’immaginario, ma pericolosa se presa come base per azioni concrete.


Conclusione: un falso giuridico di forma — e un rischio simbolico di sostanza

La verità è che né prima né oggi l’oro detenuto dalla Banca d’Italia è effettivamente di proprietà del “popolo italiano” in senso giuridico, patrimoniale o pratico.
La recente norma che cerca di attribuirne la proprietà allo Stato in nome del popolo rappresenta una dichiarazione simbolica, non un reale trasferimento di titolarità, controllo o disponibilità.

Chi spera che questo cambi qualcosa di concreto — vendita, utilizzo, finanziamento sociale — sta inseguendo una chimera. E chi sostiene oggi che l’oro “è tornato al popolo” adopera una metafora suggestiva, ma giuridicamente imprecisa.

In un tempo come il nostro, in cui i simboli si prestano a facili strumentalizzazioni, occorre che la parola “popolo” non copra la verità tecnica: l’oro resta dove è sempre stato, e la Banca d’Italia resta il suo custode legale — con la responsabilità esclusiva di gestirlo secondo le regole europee.


Fonti

  • “L’oro d’Italia, storia della riserva aurea di Banca d’Italia” Corriere della Sera+1
  • “Oro, accordo sulle riserve agli italiani: ma a gestirle resta la Banca d’Italia” Corriere della Sera+1
  • “Oro di Bankitalia, la manovra può trasferirlo allo Stato?” Adnkronos+1
  • “Oro: la proprietà giuridica riserve è della Banca d’Italia” Borsa Italiana+1
  • Statuto del SEBC e normativa italiana sulle riserve ufficiali (art. 31 SEBC e D.Lgs. partecipazione NCB) Banca d’Italia+1
  • Analisi su funzione e finalità delle riserve auree (garanzia di stabilità, copertura valute, riserva strategica) Banca d’Italia+1

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