L’enigma dell’occupazione che corre più del PIL, tra bassa produttività, salari fermi ed equilibrio povero

Negli ultimi due anni l’economia italiana ha offerto un’immagine solo in apparenza confortante: l’occupazione cresce a ritmi sostenuti, i livelli di impiego toccano nuovi massimi storici, la disoccupazione scende. Eppure, nello stesso periodo, il Prodotto interno lordo avanza con passo lento, quasi esitante. Ancora più sorprendente è la dinamica dei redditi: i salari reali restano compressi, quando non arretrano.

Più lavoro, dunque, ma non più ricchezza.
Un cortocircuito che non è frutto di una distorsione statistica, bensì il risultato coerente di trasformazioni profonde nella struttura produttiva, nel mercato del lavoro e nel quadro macroeconomico europeo in cui l’Italia si muove da oltre vent’anni.

Il dato di partenza: occupati in crescita, PIL in affanno

Tra la fine del 2022 e la fine del 2024 l’occupazione in Italia è aumentata di circa il 3%, pari a oltre 770 mila nuovi occupati. Nello stesso arco temporale, il PIL reale è cresciuto di appena l’1,1%. Una forbice che non trova precedenti recenti con questa intensità.

In un’economia “normale”, a più lavoro dovrebbe corrispondere più produzione, più valore aggiunto, più redditi. Ma questo automatismo si rompe quando cresce soprattutto un tipo di lavoro che produce poco valore per addetto. Ed è esattamente ciò che è accaduto.

Dove nasce il nuovo lavoro: servizi, edilizia, pubblico impiego

La nuova occupazione si è concentrata in pochi grandi comparti:

Commercio, trasporti, turismo e ristorazione,

Pubblica amministrazione, sanità e istruzione,

Costruzioni, anche grazie agli incentivi edilizi.

Secondo le stime dell’Osservatorio CPI, su 100 nuovi occupati:

circa 42 si collocano tra commercio, trasporti e ristorazione,

19 tra PA, sanità e scuola,

14 nelle costruzioni.

All’industria manifatturiera, cioè al cuore tradizionale della produzione di valore, ne vanno appena una decina. All’energia, meno ancora.

Questi settori “labour-intensive” hanno una caratteristica comune: assorbono facilmente forza lavoro, ma con una produttività media bassa. Generano reddito, ma poco; occupazione, molta; valore aggiunto, limitato. È qui che si annida la prima spiegazione della divergenza tra occupazione e PIL.

La grande assente: la produttività

Il problema vero è che la produttività del lavoro in Italia è ferma da oltre vent’anni. In alcuni periodi è addirittura arretrata. Significa che ogni lavoratore, in media, produce oggi poco più – o addirittura meno – di quanto producesse all’inizio degli anni Duemila.

Se aumentano i lavoratori ma non aumenta ciò che ciascun lavoratore produce, il PIL può soltanto crescere lentamente. È esattamente ciò che stiamo osservando: più teste, non più valore per testa.

Più occupazione, ma non più ore “piene”

Un altro elemento spesso sottovalutato riguarda la qualità dell’occupazione. L’aumento del numero degli occupati non coincide perfettamente con un uguale aumento delle ore lavorate equivalenti a tempo pieno (le cosiddette ULA).

La crescita del part-time, spesso involontario, dei contratti brevi e delle forme di lavoro a bassa intensità oraria fa sì che molti nuovi occupati lavorino meno ore e producano meno valore complessivo rispetto a un lavoratore full-time stabile. Anche questo contribuisce a spiegare perché il PIL non “segue” l’occupazione con la stessa forza.

Il salario come variabile di aggiustamento

Alla bassa produttività si accompagna un altro fatto cruciale: la stagnazione dei salari reali. L’Italia è uno dei pochissimi Paesi OCSE in cui i salari reali, rispetto agli anni Novanta, non mostrano una crescita significativa. L’ondata inflazionistica del 2021-2023 ha poi ulteriormente eroso il potere d’acquisto.

Il risultato è un equilibrio nuovo ma fragile:

si lavora di più,

si guadagna relativamente meno,

si produce poco valore aggiunto.

È l’immagine di un’economia che cresce per estensione, non per intensità.

Quando finisce la svalutazione della moneta, inizia quella del lavoro

Qui entra in gioco il quadro europeo. Per decenni l’Italia ha utilizzato la svalutazione della lira come strumento implicito di aggiustamento: quando la competitività calava, si svalutava la moneta. Le esportazioni tornavano convenienti, le importazioni più care, l’industria respirava.

Con l’ingresso nell’euro questo meccanismo si chiude definitivamente. Da quel momento, se un Paese perde competitività, ha solo due opzioni:

Il cortocircuito finale: più lavoro, meno ricchezza

Mettendo insieme tutti i tasselli, il quadro è coerente:

1. aumentare la produttività, investendo in tecnologia, organizzazione, capitale umano;

2. svalutare internamente, comprimendo salari e costo del lavoro.

L’Italia ha scelto soprattutto la seconda strada.
Non potendo più svalutare la moneta, ha svalutato il lavoro.

Contratti più leggeri, minore potere contrattuale, maggiore flessibilità, crescita del lavoro povero hanno retto la competitività nel breve periodo, ma al prezzo di bloccare la dinamica dei redditi.

L’euro ha distrutto l’industria italiana?

No, non in senso diretto. Ma ha funzionato come uno specchio impietoso. Le imprese capaci di muoversi verso produzioni ad alto valore aggiunto – meccanica avanzata, farmaceutica, agroindustria di qualità – hanno retto e in molti casi sono cresciute proprio dentro l’euro.

A soffrire sono state soprattutto le imprese:

sottocapitalizzate,

a basso contenuto tecnologico,

basate su lavoro standardizzato e margini ridotti.

Senza la protezione della svalutazione, intere filiere sono entrate in crisi o si sono ridimensionate. Ed è qui che nasce la deindustrializzazione selettiva: non una scomparsa totale dell’industria, ma un suo assottigliamento nei comparti meno avanzati.

Architettura UE: vincolo esterno o alibi?

L’architettura dell’eurozona ha imposto disciplina fiscale, minori margini di deficit, politiche spesso restrittive. Tutto questo ha aggravato le difficoltà nei momenti di crisi. Ma quello che è mancato non è tanto lo spazio macroeconomico, quanto una politica industriale coerente di lungo periodo: investimenti pubblici stabili, sostegno sistematico a innovazione, ricerca, dimensione d’impresa, capitale umano.

Il vincolo europeo ha reso più costoso rinviare le riforme. L’Italia, tuttavia, ha spesso scelto il rinvio.

l’occupazione cresce nei settori dove il lavoro è facile da assorbire ma povero di valore;

la produttività resta stagnante;

il PIL cresce poco;

i salari reali restano compressi;

l’industria si difende solo nei segmenti più avanzati, mentre arretra altrove.

Non è un’anomalia statistica.
È un equilibrio povero, nel quale l’economia riesce a creare posti di lavoro ma non riesce a trasformarli in crescita robusta e redistribuibile.

Conclusione: il vero nodo non è il numero dei posti, ma la qualità del modello

L’Italia può continuare ancora per qualche tempo su questa traiettoria: più occupazione, bassa produttività, redditi deboli. Ma si tratta di una dinamica fragile, esposta a ogni shock esterno – energetico, finanziario, geopolitico.

Il punto vero non è quanta occupazione si crei, ma che tipo di lavoro, con quale produttività, in quali settori, con quali salari.

Finché la crescita continuerà a poggiare sulla quantità anziché sulla qualità, il Paese resterà intrappolato in una formula che suona rassicurante solo nei titoli:

> record di occupati, ma povertà di crescita.

Fonti principali

Osservatorio CPI – Università Cattolica,
Perché l’occupazione in Italia è cresciuta molto nonostante la bassa crescita del PIL, 2024

ISTAT, Conti nazionali, produttività del lavoro, occupazione e ULA

OCSE (OECD), Productivity Statistics e Employment Outlook

Banca Centrale Europea, salari reali, competitività e costo del lavoro

Commissione Europea, Country Report Italia

Il Sole 24 Ore, articoli e analisi 2023-2024 su PIL, occupazione e produttività

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