C’è un dato, nel rapporto Autumn 2025 della Commissione europea, che più degli altri fotografa lo stato dell’economia italiana: 0,4% di crescita attesa nel 2025. Un numero piccolo, minuscolo persino, soprattutto se confrontato con la dinamica di altri Paesi europei. Ma come sempre accade, il numero in sé non dice tutto. Contano il perché, il quando e il come. Contano i disallineamenti temporali, le scelte complessive e soprattutto il peso di una storia economica che continua a condizionare il presente.

L’Europa ci dice chiaramente che «la crescita dell’Italia rallenterà allo 0,4% nel 2025» e che il contributo della domanda interna sarà di circa un punto percentuale, mentre il settore estero sottrarrà ben 0,7 punti (European Commission, 2025).
Non è un caso. È il risultato di forze divergenti che operano in tempi diversi: alcune si manifestano subito, altre soltanto più avanti, altre ancora sono il frutto di scelte di bilancio che rispondono più al passato che al presente.


Il paradosso della tempistica: quando la crescita arriva troppo tardi

Uno dei punti più interessanti del rapporto è la dinamica degli investimenti. L’Italia sta beneficiando — e beneficerà ancora — degli investimenti finanziati con l’RRF, il Recovery and Resilience Facility. È lo stesso documento europeo a notarlo: «la crescita riprenderà nel 2026-27 grazie agli investimenti finanziati dall’RRF» (European Commission, Country Forecast Italy).

Ma questo solleva un problema strutturale:
la spinta arriva tardi, mentre il rallentamento è già in atto.

È il classico disallineamento temporale tipico dell’economia italiana: le politiche espansive — quando arrivano — lo fanno con un ritardo fisiologico rispetto alla necessità di sostenere la domanda interna. Nel 2025, infatti, la crescita è già frenata. I fondi ci sono, i progetti pure, ma l’impatto si vedrà soltanto a partire dal 2026.

E così, anche questa volta, l’Italia si muove in ritardo nel momento in cui servirebbe giocare d’anticipo.


Debito elevato, margine ridotto: la politica fiscale che non può “spingere”

Il cuore del problema, però, è il debito. Non quello di oggi: quello di ieri.
La Commissione prevede che il rapporto debito/PIL «raggiungerà il 137,2% nel 2027» (European Commission, Country Forecast Italy).
E soprattutto chiarisce che i futuri avanzi primari — per quanto positivi — non basteranno a ridurre in modo significativo il peso del debito.

È un messaggio preciso:
l’Italia non ha spazio per una politica fiscale espansiva degna di questo nome.

E allora ecco il punto: se non puoi spendere di più, se non puoi stimolare il ciclo, se devi rispettare il vincolo del 3% di deficit, la crescita rallenta. Non perché lo vuoi, ma perché non puoi fare altrimenti.

La Commissione prevede deficit al 3,0% nel 2025 e al 2,6% nel 2027. È una scelta di prudenza, certo. Ma è anche una scelta obbligata, perché un aumento del deficit peserebbe immediatamente sul debito — e dunque sugli interessi, che già oggi costituiscono una zavorra.

È il prezzo delle scelte passate: una forma di path dependency macroeconomica.


Domanda interna: avanza, ma con il freno tirato

La domanda interna contribuirà con circa +1 punto percentuale alla crescita del PIL nel 2025.
Ma anche qui occorre capire da dove nasce questa dinamica.

Consumatori e imprese restano prudenti; gli investimenti non residenziali crescono grazie ai fondi europei, mentre quelli legati alla casa rallentano dopo la fine degli incentivi più generosi.
In pratica: la domanda interna sostiene, ma non trascina.

E la ragione è semplice:
in un Paese con debito elevato, consumi e investimenti privati risentono dell’incertezza. Il futuro è percepito come più rischioso, e la cautela diventa un comportamento razionale.

La politica fiscale non può compensare questa prudenza. E così la domanda interna avanza, sì, ma con un’energia limitata.


Esportazioni nette: dalla promessa alla sottrazione

Se la domanda interna sostiene, il settore estero affonda.
La Commissione quantifica l’effetto in modo netto: –0,7 punti percentuali sul PIL nel 2025.
Le esportazioni di beni scendono, quelle di servizi salgono ma non compensano, mentre le importazioni crescono.

In termini semplici:
l’Italia importa più di quanto esporta, e questo drena crescita.

Qui la provenienza del risultato non è nelle scelte italiane, ma nel contesto globale: rallentamento europeo, domanda internazionale debole, competitività in erosione.
E come sempre accade, quando la domanda mondiale frena, i Paesi con crescita potenziale bassa — come l’Italia — ne risentono di più.


Debito, scelte e ritardi: le tre leve che frenano la crescita

Mettendo insieme tutti gli elementi del rapporto, emerge una dinamica chiara:

● Il debito passato riduce il margine presente

Costringendo il Paese a contenere la spesa, anche quando avrebbe bisogno di stimolare la crescita.

● Gli investimenti futuri arrivano in ritardo

E quindi non riescono a compensare il rallentamento del 2025.

● Le condizioni esterne sottraggono crescita

E l’Italia, con una produttività stagnante, è meno attrezzata di altri Paesi per contrastare lo shock esterno.

Il risultato è un equilibrio fragile:
la crescita non crolla, ma non decolla.

La Commissione lo conferma: la ripresa arriverà, ma lentamente, e solo quando gli investimenti del RRF entreranno stabilmente nel ciclo.


Conclusione: un Paese in attesa di sé stesso

L’Autumn Forecast 2025 ci restituisce l’immagine di un’Italia sospesa.
Un Paese in cui il futuro sembra sempre un po’ rinviato: gli investimenti che arriveranno, la crescita che ripartirà, le riforme che produrranno effetti nel tempo.

Intanto, però, il presente resta segnato da numeri modesti, da lacci di bilancio e da un debito che pesa come una tassa implicita sul domani.

C’è una frase del rapporto che sintetizza tutto:
«I surplus primari previsti non basteranno a ridurre il rapporto debito/PIL».
È la sintesi perfetta di un Paese che corre, ma non abbastanza veloce da superare il proprio passato.

L’Italia crescerà, certo.
Ma per adesso lo farà con il freno tirato, tra scelte obbligate, ritardi strutturali e un debito che continua a ricordarci che la storia economica non si cancella: si sconta.


Fonti principali (Commissione Europea)

  • European Commission, European Economic Forecast – Autumn 2025, IP/327 (2025).
  • European Commission, Country Forecast – Italy, Autumn 2025.
  • European Commission, DG ECFIN, Dataset sul debito pubblico e deficit 2024-2027.

Lascia un commento