La revisione al ribasso delle previsioni di crescita del PIL italiano da parte della Commissione europea non è un esercizio statistico. È una diagnosi.
E come tutte le diagnosi serie, non serve a cercare un colpevole immediato, ma a capire dove si è rotto il circuito della crescita e cosa bisogna fare per rimettere in moto un sistema che da troppo tempo avanza con il freno a mano tirato.

La Commissione colloca la crescita del PIL italiano allo 0,4% per il 2025 e allo 0,8% per il 2026. Numeri che non fanno notizia, ma che fanno problema.
Perché segnalano un Paese che vive in una zona grigia: non arretra, ma non avanza. E quando non avanzi per troppo tempo, di fatto retrocedi rispetto agli altri. Questa è la realtà.

Ed è proprio dentro questa realtà che dobbiamo leggere la politica fiscale italiana.
La politica fiscale non è un circuito chiuso. È un sistema di leve che influenza un’economia reale, fatta di tempi, capacità produttiva, vincoli, ritardi strutturali. E se non si capisce questo, tutto il resto diventa solo dibattito.


L’occupazione in crescita come vincolo, non solo come successo

Negli ultimi anni l’occupazione è cresciuta. Questo è un dato positivo e non va minimizzato.
Ma è un dato che va letto insieme ad altri: la produttività non cresce allo stesso ritmo.
Questo crea un vincolo. Un vincolo reale.
Perché quando la capacità produttiva si avvicina ai suoi limiti, ogni tentativo di stimolo della domanda rischia di diventare inflazione, non crescita.

Quindi non è corretto pensare che “più spesa pubblica” equivalga automaticamente a “più crescita”. Non funziona più così — se mai ha funzionato in passato.
Funziona così: più spesa pubblica mirata = più capacità futura.
Tutto il resto è un moltiplicatore che si scarica sull’inflazione, non sull’economia reale.

E questa distinzione — spesso ignorata — è invece decisiva.


La spesa pubblica non è uno strumento universale

Da anni si ripete che la politica fiscale deve “sostenere la ripresa”.
Ma sostenere non significa espandere indiscriminatamente.
Significa scegliere.

Scegliere dove intervenire, scegliere cosa rafforzare, scegliere cosa lasciare andare.
Infrastrutture, digitalizzazione, ricerca, formazione avanzata, filiere produttive strategiche: sono questi gli ambiti in cui la spesa genera capacità produttiva, non solo domanda.
Sono questi i luoghi dove 1 euro di oggi diventa 5 euro tra dieci anni.

E la verità è che l’efficacia della spesa pubblica è funzione di due variabili essenziali:

  1. la qualità della spesa
  2. la velocità di attuazione

L’Italia, storicamente, è carente in entrambe.


Gli effetti del passato nei dati di oggi

Una cosa che si dice troppo poco è questa:
la crescita prevista oggi riflette le scelte di politica economica dei governi precedenti.
Non per un giudizio politico, ma per una legge del tempo economico, che non si piega ai cicli elettorali.

Gli investimenti pubblici hanno un tempo di maturazione che può superare i 3–5 anni.
Le riforme strutturali richiedono almeno due cicli economici per dispiegare i loro effetti.
E perfino i tagli fiscali producono risultati ritardati, perché necessitano di fiducia, di orizzonti stabili, di certezza regolatoria.

Quindi no: non è corretto attribuire al governo attuale né il merito né la colpa dello 0,4%.
È corretto attribuirgli — questo sì — la traiettoria che vedremo dal 2027 in avanti.

E vale anche la cosa speculare: gli effetti che vediamo oggi derivano in larga parte da politiche che risalgono ai governi precedenti. Alcune buone, altre meno buone.
Ma chi governa oggi eredita un percorso già tracciato, che può correggere ma non ribaltare nell’immediato.


Il nodo strutturale: produttività e capacità di esecuzione

L’Italia soffre soprattutto di due problemi:

  1. produttività stagnante
  2. capacità amministrativa limitata

La produttività stagnante riduce la crescita potenziale.
La capacità amministrativa limitata rallenta l’attuazione degli investimenti.

Quindi anche quando un governo sceglie la direzione giusta, la lentezza del sistema riduce la forza dell’impatto.
Questo spiega perché molti effetti non si vedono subito — e a volte non si vedono affatto.

La politica fiscale italiana somiglia spesso a un’auto che accelera su una strada piena di buche: puoi premere il piede quanto vuoi, ma se la strada è sconnessa la velocità non aumenta.


Quanto dipende dal passato e quanto dall’attuale governo?

Questa è la domanda che torna sempre.
E la risposta richiede una chiarezza assoluta.

1. NON è possibile attribuire percentuali precise ai governi.

È metodologicamente scorretto.

2. È possibile affermare che:

  • la maggior parte dei dati previsionali di oggi dipende dal ciclo di politiche degli ultimi 5–7 anni;
  • il governo attuale ha un’influenza limitata nell’immediato, ma significativa nel medio periodo.

3. Ed è possibile dire un’ultima cosa, ed è la più importante:

se la spesa non cambia qualità, la traiettoria non cambia direzione.


Conclusione: una finestra stretta, ma ancora aperta

L’Italia non è un Paese “bloccato”. È un Paese che si muove lentamente. E che rallenta ogni volta che confonde la quantità della spesa con la qualità del suo impatto.
Gli spazi di manovra oggi sono stretti, molto stretti. Ma non sono chiusi.

E questo è il punto: non serve discutere se occorra spendere di più.
Serve decidere dove spendere.
Perché non basta sorreggere il presente: bisogna costruire la capacità del futuro.

Gli effetti dei governi passati sono nei dati di oggi.
Gli effetti dei governi attuali saranno nei dati di domani.
Ed è proprio questo che rende la politica fiscale così importante: non determina il tempo in cui viviamo, ma quello in cui vivremo.


Fonti

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