Quando l’Unione Europea ha presentato le nuove regole fiscali, le reazioni si sono divise tra entusiasmo e scetticismo.
C’era chi le definiva una “rivoluzione intelligente”, chi un “compromesso inevitabile”, chi un “ritorno mascherato al passato”.
E poi c’è l’analisi del CEPR: sobria, lucida, chirurgica.
Un invito a guardare dietro la facciata, là dove le regole prendono forma e — spesso — rivelano le loro fragilità.
Le nuove norme fiscali dell’UE, entrate in vigore nel 2024, camminano su una linea sottilissima:
tra l’essere un capolavoro di ingegneria istituzionale e il diventare l’ennesima iterazione di un sistema che non funziona mai come dovrebbe.
La promessa del nuovo sistema: flessibilità, realismo, “ownership”
Per anni il Patto di Stabilità è stato accusato di essere rigido, meccanico, quasi indifferente alla realtà economica dei Paesi membri.
Le nuove regole cercano di correggere questa distorsione:
- non più vincoli uniformi (3% e 60% erano rimasti come simboli, non come logica operativa),
- ma piani fiscali personalizzati,
- basati su un unico indicatore operativo: la spesa netta.
L’idea è semplice e potente:
se ogni Paese costruisce insieme alla Commissione il proprio percorso,
allora il rispetto delle regole diventa più probabile, più realistico, più condiviso.
È una logica che piace ai tecnici, e non soltanto a loro.
La “zona grigia”: la condizione iniziale non pubblica
Il CEPR non critica la filosofia delle nuove regole: critica la loro attuazione iniziale.
Prima di tutto perché la base di partenza — le traiettorie fiscali stilate dalla Commissione — non è stata pubblica.
E questo è un problema serio.
Significa che:
- nessuno può verificare se i Paesi siano stati trattati in modo omogeneo,
- nessuno può valutare la coerenza dei criteri applicati,
- nessuno può escludere trattamenti più morbidi o più severi concessi caso per caso.
La trasparenza non è un dettaglio: è il pilastro che distingue una regola da una pratica amministrativa discrezionale.
Quando il punto di partenza è invisibile, qualsiasi confronto oggettivo diventa impossibile.
La discrezionalità della Commissione: una virtù che può diventare un rischio
Il nuovo modello assegna alla Commissione Europea un ruolo centrale:
- decide quali spese possono essere escluse,
- stabilisce la traiettoria di aggiustamento,
- valuta la credibilità del piano,
- interpreta le clausole di flessibilità,
- giudica le deviazioni.
Tutto questo è, in teoria, necessario per adattare le regole alla complessità della realtà economica.
Ma, come nota il CEPR, aumentare la discrezionalità significa anche aumentare il rischio di asimmetrie.
E non si parla soltanto di favoritismi intenzionali — prospettiva, tra l’altro, inutile e non realistica.
Si parla di asimmetrie strutturali, quelle che emergono quando:
- alcuni Paesi hanno maggiore peso politico,
- altri hanno amministrazioni più forti,
- altri ancora sono semplicemente più credibili agli occhi dei mercati.
La discrezionalità, da sola, non è un male.
Diventa un male quando non è accompagnata da regole chiare, benchmark pubblici, meccanismi verificabili.
E oggi questi elementi mancano.
Un esempio concreto: l’Italia e la differenza tra vecchie e nuove regole
Il CEPR non cita esplicitamente l’Italia, ma il suo caso è esemplare.
■ Vecchie regole (Patto di Stabilità)
L’Italia, con un debito attorno al 136%, avrebbe dovuto ridurre ogni anno circa 3,8 punti di PIL di debito.
In 5 anni → −19 punti.
Un percorso del genere non è mai stato realistico.
La riduzione sarebbe stata ottenibile solo con:
- fortissimi avanzi primari,
- tagli alla spesa pubblica profondissimi,
- oppure aumenti di tasse devastanti.
Un modello che esisteva solo sulla carta.
■ Nuove regole (2024)
Il CEPR osserva che le nuove norme permettono, nel breve periodo, perfino aumenti del debito, se il piano è valutato sostenibile.
Ed è ciò che è già accaduto:
la Commissione ha accettato scenari con debito italiano in lieve salita.
Questo è un punto cruciale:
- le nuove regole sono più morbide del vecchio 1/20,
- ma questa morbidezza dipende interamente da una valutazione tecnica non pubblica.
Ciò che prima era automatico (e impossibile),
ora è negoziabile (ma non trasparente).
Il rischio di asimmetrie: non complotti, ma incentivi
Il CEPR è chiaro:
non c’è nessun disegno nascosto, nessuna regia invisibile.
L’asimmetria non nasce da volontà oscure,
ma dal semplice fatto che Paesi diversi partono da posizioni diverse.
Paesi come Germania o Olanda:
- debito basso,
- credibilità finanziaria elevata,
- amministrazioni molto solide.
→ ottengono facilmente percorsi molto morbidi.
Paesi come Italia, Spagna, Grecia:
- debito alto,
- crescita bassa,
- più vulnerabili ai mercati.
→ avranno percorsi più monitorati, più condizionati, più rigidi.
Non perché qualcuno lo voglia,
ma perché questo è l’effetto naturale di un modello costruito su valutazioni qualitative.
È l’equivalente economico della teoria di Pareto:
un sistema può essere “efficiente” nel suo complesso,
ma può produrre equilibri che favoriscono chi ha già un vantaggio iniziale.
Il lungo periodo: cosa accade davvero?
Il CEPR non fa previsioni sul lungo periodo, ma offre un’indicazione fondamentale:
la bontà del nuovo sistema non dipenderà dalle sue formule, ma da:
- volontà politica,
- trasparenza,
- coerenza applicativa,
- capacità degli Stati di mantenere i propri impegni.
E qui entra in gioco un principio logico ineludibile:
“La flessibilità è un dono se chi la riceve è forte,
una trappola se chi la riceve è fragile.”
Per un Paese come l’Italia:
- se la crescita resta bassa,
- se il debito resta alto,
- se la stabilità politica è debole,
le nuove regole possono diventare più difficili da rispettare di quanto sembri oggi.
Perché la discrezionalità premia la credibilità.
E la credibilità non è distribuita equamente.
Conclusione
Le nuove regole fiscali dell’UE sono un esercizio di equilibrio.
Hanno la potenzialità per essere un capolavoro di adattamento istituzionale,
finalmente più moderno del vecchio Patto di Stabilità.
Ma possono anche trasformarsi nel ritorno mascherato ai problemi di ieri,
se trasparenza e coerenza applicativa non accompagneranno la loro evoluzione.
Il CEPR ci invita a considerare una verità semplice e razionale:
una regola buona è una regola verificabile.
Una regola non verificabile diventa — inevitabilmente — un atto di fiducia.
E in Europa, la fiducia è sempre stata una moneta preziosa,
ma anche una risorsa scarsa.
Fonti
- CEPR – VoxEU: The EU’s new fiscal rules: A fine line between brilliant masterpiece and another chapter of déjà vu
- Commissione Europea, documenti tecnici sulle regole fiscali 2024
- Eurostat, dati su debito e deficit degli Stati membri
- Consiglio UE, regolamento 2024/… sulle nuove regole fiscali

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