C’è un filo rosso che attraversa i rapporti del Fondo Monetario Internazionale: una crescita globale che procede, sì, ma con un passo sempre più corto, quasi esitante.
Il FMI, nel World Economic Outlook, proietta per il 2025 una crescita mondiale del 3,2%, destinata a calare verso il 3,1% nel 2026. Numeri che in passato avrebbero entusiasmato, oggi descrivono una normalità fragile, fatta di incertezze politiche, tensioni commerciali, limiti strutturali.

Questi dati non mentono — ma non dicono tutto.
Perché la crescita del PIL è un indicatore utile, ma non è mai stata una misura completa del benessere umano. Ed è qui che la discussione si fa interessante.


L’efficienza non è benessere: il chiaroscuro del Pareto ottimale

Gli economisti hanno un concetto elegante, il Pareto ottimale, spesso frainteso nel dibattito pubblico.
Tecnicamente, una situazione è Pareto ottimale quando non si può migliorare la condizione di qualcuno senza peggiorare quella di qualcun altro.

Ma — ed è una precisazione fondamentale —
il Pareto ottimale non è una misura di giustizia, né di benessere, né di equità.
È una condizione di efficienza che può verificarsi anche in sistemi caratterizzati da profonde disuguaglianze.

Questo significa che il mondo potrebbe essere vicino a una forma di equilibrio efficiente (in senso tecnico),
pur offrendo opportunità molto diverse tra regioni, classi sociali e generazioni.

È un equilibrio che non nasce da complotti, ma da strutture e incentivi che tendono a preservare i vantaggi accumulati: un sistema che si autoregola, più che uno che si organizza.


Il limite naturale della crescita: quando il PIL inizia a rallentare

C’è una legge non scritta dell’economia: la crescita rallenta man mano che ci si sviluppa.
Lo mostrano i modelli classici (Solow), la letteratura sulla “secular stagnation” e i dati storici di tutte le economie mature.

È una dinamica osservabile:

  • i rendimenti marginali del capitale diminuiscono,
  • l’innovazione diventa più qualitativa che quantitativa,
  • le popolazioni invecchiano,
  • le risorse naturali e sociali diventano più care o più scarse.

Il FMI non usa termini filosofici, ma la sostanza è quella:
la crescita globale sta entrando in una fase di moderazione strutturale.

Non un crollo, ma un rallentamento fisiologico.


Il benessere non è ostaggio del PIL

Qui entra in gioco una delle idee più potenti dell’economia contemporanea:
il benessere può continuare a crescere anche quando il PIL non lo fa.

E non è una forzatura teorica:
lo dimostrano studi sul benessere soggettivo, il “paradosso di Easterlin”, l’approccio delle capacità di Amartya Sen, gli indicatori dell’OCSE.

Il benessere cresce con:

  • salute,
  • istruzione,
  • sicurezza sociale,
  • qualità delle relazioni,
  • tempo libero,
  • qualità ambientale,
  • stabilità emotiva.

Tutti ambiti che possono migliorare anche senza un aumento della produzione materiale.

È qui che la crescita economica e la crescita umana si separano, e forse è qui che si gioco il futuro.


La crescita come “predazione”: una metafora, non un’accusa

È necessario essere rigorosi:
la parola “predazione” non è un concetto tecnico della scienza economica.
Ma descrive efficacemente — come metafora — una realtà riconosciuta da molte scuole economiche:

la crescita globale degli ultimi due secoli si è basata sull’utilizzo intensivo delle risorse naturali e sulle asimmetrie di potere economico.

Le forme tecniche sono altre:

  • “estrattivismo”,
  • “dipendenza strutturale”,
  • “asimmetrie nelle catene globali del valore”,
  • “vantaggi comparati rigidi”,
  • “path-dependence istituzionale”.

In sostanza:
le economie avanzate hanno beneficiato di materie prime a basso costo, lavoro a basso salario, e posizioni dominanti nelle infrastrutture finanziarie e tecnologiche globali.
Non è un complotto: è l’esito naturale di interessi che si allineano.

Questa dinamica, per quanto non intenzionale, tende a preservare gli equilibri esistenti, proprio come un ecosistema che favorisce le specie già adattate meglio.


Verso un nuovo equilibrio: quando la crescita materiale si ferma e comincia quella umana

Se la crescita globale rallenta, e il FMI lo conferma, non è necessariamente un destino negativo.
Potrebbe essere l’inizio di una nuova fase:

economia stabile, benessere in crescita.

Una fase in cui:

  • l’efficienza cede il passo alla qualità,
  • la quantità lascia spazio alla sostenibilità,
  • la produzione si misura insieme — e non contro — la vita.

Il PIL continuerà a crescere lentamente, perché così funziona la maturità economica.
Ma la qualità della vita potrà crescere a un ritmo diverso, forse più umano, più resiliente, più completo.

Forse, per la prima volta, capiremo che non serve crescere all’infinito per vivere meglio.


Conclusione

La montagna della crescita del PIL è sempre meno ripida.
Il benessere, invece, ha un altro sentiero: più lento, più complesso, ma ancora in salita.
Il recente quadro del FMI ci mostra un mondo che cresce, sì, ma che chiede qualcosa di più:
non solo più produzione, ma più senso.
Non solo più quantità, ma più qualità.

È lì, in quel cambio di prospettiva, che l’economia smette di essere la scienza del “quanto” e diventa finalmente la scienza del “come” e del “per chi”.

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