Nell’articolo “Una bufala da cinquecentolire”, pubblicato su www.giacintoauriti.com, viene chiarito un punto che molti continuano a fraintendere del pensiero di Giacinto Auriti: l’essenza della emissione monetaria non risiede nel chi emette, ma nel come e a che titolo lo fa.
Auriti non fu un semplice sostenitore dell’emissione statale; fu piuttosto un giurista che volle riportare la moneta nella sfera della proprietà del popolo, rifiutando tanto l’emissione bancaria quanto quella statale, se fondate entrambe sull’errore dell’indebitamento.

Lo snodo dell’emissione: chi emette e a che titolo

Auriti spiegava che l’emittente — sia esso Stato o banca — può tecnicamente creare moneta, ma la questione decisiva è a titolo di cosa la emette.
Se l’emissione avviene a titolo di prestito, la moneta nasce come debito per chi la riceve e credito per chi la emette.
Le banche centrali operano esattamente così: creano moneta solo a fronte di un indebitamento. Ma, ammoniva Auriti, lo stesso rischio vale anche per lo Stato, se l’emissione resta accompagnata dall’obbligo di restituzione tramite imposte, tasse o interessi indiretti. In tal caso, lo Stato non restituisce sovranità al popolo: la sostituisce.

L’illusione dell’emissione “gratuita” dello Stato

Molti si fermano alla formula: “lo Stato dovrebbe emettere moneta senza debito”.
Auriti sarebbe d’accordo solo in parte.
Perché, anche se lo Stato emettesse senza pretendere interessi, rimarrebbe il problema della proprietà: la moneta continuerebbe a essere dello Stato, non del cittadino. Il popolo la riceverebbe come beneficiario ma non come proprietario.
Questo è il primo errore che il pensiero auritiano invita a superare: la moneta non deve appartenere a chi la emette, bensì a chi ne crea il valore, cioè a chi la accetta.

Il corrispettivo sinallagmatico: il valore reale della moneta

C’è poi un secondo aspetto, più profondo, che l’articolo “Una bufala da cinquecentolire” lascia intendere e che alcune considerazioni centrano con precisione:

Chi emette moneta senza un corrispettivo sinallagmatico, si appropria senza contropartita della produzione dei cittadini.

Se l’emissione non corrisponde a un atto reale di scambio, chi la compie si appropria — gratuitamente — del valore che i cittadini generano col proprio lavoro.
Auriti vedeva in questo meccanismo il fondamento del sistema usurario moderno: non il tasso di interesse in sé, ma l’atto di emissione come appropriazione.
La banca, infatti, crea denaro dal nulla e lo presta: si fa pagare un valore reale (beni, case, produzione) in cambio di un valore convenzionale.
Ma se lo Stato facesse lo stesso, emettendo moneta senza produrre valore, per poi riprenderla in forma di tributo, l’effetto non cambierebbe: si tratterebbe di un trasferimento forzoso di ricchezza dal cittadino all’ente pubblico, perché è sempre bene ricordare che dal punto di vista temporale, nasce sempre prima la produzione e susseguentemente la tassazione sulla produzione.

La tassazione come restituzione apparente

È qui che il pensiero auritiano si fa radicale.
Quando una moneta emessa dallo Stato torna indietro attraverso il pagamento delle tasse, si dimostra che non è stata data gratuitamente: è stata solo anticipata.
Il cittadino l’ha accettata come strumento di scambio, ma l’ha poi dovuta restituire.
In termini giuridici, è come se la moneta fosse un prestito imposto, non un dono sociale.
Auriti direbbe che in questo modo “il popolo resta debitore e lo Stato resta creditore”, anche se non ci sono interessi espliciti. Il debito, in forma nascosta, resta nella struttura del sistema.

L’alternativa: l’emissione a titolo di proprietà

L’unica via coerente con il pensiero di Auriti è quella di un’emissione a titolo di proprietà del cittadino.
Ciò significa che, al momento dell’emissione, il valore della moneta viene riconosciuto come appartenente al popolo, non a chi la stampa.
Solo così la moneta cessa di essere debito e diventa credito sociale.
In questa prospettiva, lo Stato non è padrone della moneta, ma mero strumento tecnico di emissione — come un notaio che certifica un atto di proprietà già esistente.

L’errore di fondo del dibattito attuale

Oggi il dibattito sull’emissione monetaria — anche fra i sostenitori della cosiddetta “sovranità monetaria” — tende a spostarsi sul piano politico: chi deve emettere, la banca o lo Stato?
Auriti rispondeva su un piano più profondo: non importa chi emette, ma a che titolo.
Finché l’emissione produce un debito, finché chi riceve la moneta la deve “restituire” in qualche forma, il sistema resta fondato sull’usura, anche se in apparenza è pubblico e democratico.
Solo quando la moneta nasce come proprietà del cittadino, l’economia può dirsi libera.

Conclusione: il vero senso della sovranità

L’articolo “Una bufala da cinquecentolire” ( http://www.giacintoauriti.com/notizie/198-una-bufala-da-cinquecentolire.html ) non parla solo di una vecchia banconota, ma richiama l’errore di chi confonde la forma dell’emissione con la sostanza della sovranità.
L’emissione statale non è di per sé soluzione, se resta vincolata a un debito collettivo.
Auriti ci invita a un passo ulteriore: riconoscere che il valore della moneta nasce dalla fiducia e dal lavoro del popolo — dunque il popolo deve esserne proprietario originario.
Solo così l’emissione non è più un atto di potere, ma un atto di giustizia.


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