Un rapporto che racconta molto più delle tasse
Quando si parla di pressione fiscale, si tende a pensare immediatamente alle imposte dirette, alle aliquote IRPEF, al peso dei contributi in busta paga. Ma dietro quella percentuale — oggi stimata intorno al 42,6% del PIL, secondo il MEF e la NADEF 2025 — si nasconde un racconto più profondo: quello di un Paese che cresce poco, spende molto e convive con un debito pubblico che continua a dettare le condizioni della politica economica.
La formula è semplice:

Ma la realtà che esprime è tutt’altro che lineare. Quel rapporto cresce non solo quando aumentano le imposte, ma anche quando il denominatore — il PIL — ristagna. E negli ultimi due anni è successo esattamente questo: le entrate sono aumentate, ma la crescita economica è rimasta debole, quasi immobile.
Le radici dell’aumento: entrate in crescita, economia ferma
Nel 2023 la pressione fiscale italiana era pari al 41,4%, nel 2024 è salita al 42,1%, e nel 2025 si avvia verso il 42,6%.
A trainare l’aumento, secondo i dati del Ministero dell’Economia, sono stati principalmente:
- le imposte dirette (+3–4%), trainate dall’IRPEF su salari e pensioni, spinte dall’inflazione e dai rinnovi contrattuali;
- i contributi sociali (+5–6%), cresciuti per effetto del rialzo delle retribuzioni lorde e dell’occupazione nominale, nonostante il taglio temporaneo del cuneo fiscale;
- le imposte indirette (IVA, accise) sostanzialmente stabili, frenate dai consumi in rallentamento.
In parallelo, il PIL nominale è aumentato di poco più del 2% annuo, troppo poco per compensare l’espansione del gettito.
Ne risulta una dinamica tipica dei periodi di stagnazione: le entrate fiscali crescono più rapidamente della ricchezza prodotta, e la pressione fiscale sale anche senza nuove tasse.
Il peso del debito e il ritorno del costo del denaro
L’altro elemento cruciale è la spesa per interessi sul debito pubblico, tornata a livelli che non si vedevano da un decennio.
Dopo anni di tassi bassissimi, la stretta monetaria della BCE ha riportato il costo medio del debito sopra il 4%.
| Anno | Spesa per interessi (mld €) | % PIL |
|---|---|---|
| 2022 | 60 | 3,0 % |
| 2023 | 68 | 3,3 % |
| 2024 | 73 | 3,5 % |
| 2025 (stima) | 75–77 | 3,6–3,7 % |
In soli tre anni, oltre 15 miliardi di euro in più solo per pagare gli interessi.
Questa voce, pur non rientrando nella “spesa primaria”, sottrae spazio a investimenti, welfare e riduzioni fiscali: una pressione invisibile che si traduce nella necessità di mantenere alto il gettito.
L’effetto indiretto del Superbonus: debito oggi, tasse domani
In questo scenario si inserisce l’eredità del Superbonus 110%, misura straordinaria nata per rilanciare l’edilizia post-pandemia.
Dal punto di vista contabile, i crediti d’imposta concessi non sono spesa diretta, ma minori entrate fiscali. Tuttavia, la loro cedibilità e monetizzabilità ha costretto Eurostat a contabilizzarli come deficit immediato, e quindi come nuovo debito.
Il costo complessivo dei bonus edilizi ha superato i 160 miliardi di euro, di cui oltre 60–70 miliardi effettivamente convertiti in maggiore debito.
Agli attuali tassi di interesse (circa 4%), questo comporta 2,5–3 miliardi di spesa per interessi ogni anno.
Non è l’unico fattore dell’aumento della pressione fiscale, ma è certamente un pezzo della catena causale:
più debito → più interessi → meno spazio di bilancio → necessità di mantenere alto il gettito.
In altri termini, il Superbonus non ha alzato direttamente le tasse, ma ha contribuito — in differita — a rendere più difficile abbassarle.
Evasione, rigidità e debolezza strutturale
A rendere il quadro ancora più complesso interviene la persistente evasione fiscale, stimata dal MEF in 83,6 miliardi di euro annui (dati 2024).
Un’economia sommersa che vale oltre l’11% del PIL costringe chi paga a sostenere un carico maggiore: una sorta di “tassa sull’onestà”.
Il sistema fiscale italiano, inoltre, concentra il peso su lavoro e imprese: il cuneo fiscale supera il 45%, uno dei più alti in Europa.
E mentre la produttività cresce poco, il prelievo resta alto, generando un equilibrio instabile tra gettito e crescita.
Un equilibrio precario
In sintesi, l’aumento della pressione fiscale italiana degli ultimi due anni si spiega con una combinazione di fattori:
| Fattore | Contributo stimato all’aumento (2023→2025) | Effetto |
|---|---|---|
| Maggior gettito IRPEF e contributi sociali | +0,7 p.p. | Entrate in crescita nominale |
| PIL reale debole | +0,3 p.p. | Effetto denominatore |
| Aumento interessi sul debito | +0,2 p.p. (indiretto) | Servizio del debito più costoso |
| Eredità Superbonus | +0,1–0,2 p.p. (indiretto) | Più debito → più interessi |
| Totale stimato | ≈ +1,1 punti di pressione fiscale | da 41,4 % a 42,5–42,6 % |
Conclusione: l’Italia del “peso fiscale costante”
L’Italia non è un Paese che tassa di più perché ama tassare, ma perché non può permettersi di tassare di meno.
La combinazione di crescita anemica, debito elevato e spesa rigida costringe lo Stato a camminare su un filo sottile: ogni riduzione di gettito rischia di tradursi in nuovo debito, ogni crescita di spesa in nuovi interessi.
E così la pressione fiscale resta alta, non tanto per decisione politica, quanto per inerzia strutturale.
Ridurre questo carico richiederà tempo, crescita reale e una revisione profonda della spesa pubblica: perché senza una base economica più ampia, nessun alleggerimento fiscale può essere sostenibile.
Fonti principali
- Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF), Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva, ed. 2024
- MEF, NADEF 2025 – Nota di aggiornamento al DEF
- ISTAT, Conti economici nazionali, terzo trimestre 2025
- Banca d’Italia, Relazione annuale 2024
- OCSE, Revenue Statistics 2025
- Eurostat, Government Finance Statistics
- Corte dei Conti, Referto sulla finanza pubblica 2025

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