Quando il turismo e i fondi UE sorreggono la crescita, ma la manifattura resta l’ago della bilancia

La fotografia economica dell’Europa del 2025 mostra un continente che cammina con gambe diseguali. Da una parte, la Spagna, che sorprende gli analisti con una crescita del PIL superiore al 0,7% nel secondo trimestre e una traiettoria annua stimata intorno all’1,8%. Dall’altra, l’Italia, che rallenta dopo un primo trimestre discreto e scivola di poco sotto lo zero, segnando un -0,1% congiunturale.
Due economie mediterranee, due modelli differenti, due destini che si incrociano nei limiti di un’Unione Europea che rallenta insieme ai suoi motori storici — Germania e Francia.


Spagna, il “caso mediterraneo” che sorprende l’Europa

La forza spagnola nasce da una combinazione apparentemente semplice ma, in realtà, costruita su basi politiche ed economiche precise: turismo record, utilizzo efficiente dei fondi europei e solidità della domanda interna.

Il 2025 è per la Spagna l’anno della consacrazione turistica: oltre 90 milioni di visitatori, un record storico secondo l’INE, alimentato da un’Europa che viaggia di più e da una situazione geopolitica che ha penalizzato le mete alternative del Mediterraneo orientale. Il turismo, che pesa per oltre il 12% del PIL, trascina con sé commercio, trasporti, edilizia e servizi finanziari. È il cuore pulsante di una ripresa che non è solo ciclica, ma anche psicologica: la fiducia dei consumatori spagnoli è ai massimi dal 2018, i salari reali crescono, e la disoccupazione — storicamente il tallone d’Achille della penisola iberica — scende sotto l’11%.

A questo si aggiunge l’effetto Next Generation EU. Madrid è il Paese europeo che meglio ha saputo trasformare le risorse del piano in cantieri, infrastrutture e digitalizzazione. Oltre il 70% dei fondi sono già impegnati o allocati, con un effetto moltiplicatore diretto sull’occupazione e sugli investimenti.
La combinazione di turismo, consumi e spesa pubblica efficiente ha fatto della Spagna un piccolo laboratorio di resilienza mediterranea.

Eppure, sotto la superficie, si intravedono crepe strutturali. La Spagna è oggi un’economia fortemente terziarizzata, con una manifattura che rappresenta appena il 15% del prodotto interno lordo. La sua apparente immunità al rallentamento industriale europeo — che colpisce soprattutto Germania e Italia — è più il frutto di un fortunato allineamento ciclico che di una robustezza di sistema.
Se la manifattura europea non dovesse risollevarsi nei prossimi anni, anche la Spagna pagherebbe il prezzo di un’Europa che esporta meno, investe meno e domanda meno servizi.


Italia, la crescita che non decolla

L’Italia, nel frattempo, arranca. Dopo un primo trimestre positivo (+0,3%), il secondo segna una lieve flessione. L’ISTAT parla di “stagnazione tecnica”, ma dietro i numeri si nasconde una realtà più complessa: consumi interni deboli, export in flessione e investimenti pubblici rallentati.

La domanda interna resta compressa da una combinazione di prudenza e sfiducia. L’inflazione, pur rientrata, ha lasciato ferite nei bilanci familiari. I salari reali crescono lentamente, e il risparmio precauzionale torna a salire.
Sul fronte esterno, la crisi industriale tedesca — tradizionale mercato di sbocco per i beni italiani — ha ridotto le esportazioni manifatturiere, in particolare nella meccanica e nella metallurgia. Anche il settore agroalimentare, penalizzato dai nuovi dazi statunitensi sulla pasta, ha risentito del clima commerciale globale.

Ma la questione centrale resta interna: la lentezza nell’attuazione del PNRR. A differenza della Spagna, l’Italia ha speso meno della metà delle risorse europee disponibili. Ritardi amministrativi, frammentazione istituzionale e inflazione nei costi delle opere hanno frenato la capacità di trasformare i fondi in crescita reale.
Il risultato è un Paese che cresce poco non per mancanza di risorse, ma per scarsa velocità di utilizzo di quelle esistenti.

A ciò si aggiungono i limiti strutturali noti: produttività stagnante, popolazione in calo, e un debito pubblico che sfiora il 140% del PIL. In questo contesto, ogni impulso di crescita tende a dissiparsi rapidamente.


Due modelli, un destino comune

La differenza fra Italia e Spagna non è tanto nei numeri — entrambi i Paesi restano lontani dai ritmi di crescita pre-pandemia — quanto nel modello di sviluppo.

La Spagna vive oggi una fase espansiva grazie alla forza dei servizi, ma rischia di restare prigioniera di una struttura economica fragile se l’industria europea non si rigenera. L’Italia, invece, soffre oggi proprio per la centralità della manifattura, ma nel lungo periodo conserva un potenziale più solido se riuscirà a innovarla.

In sintesi:

La Spagna è favorita dal ciclo, ma non può viverne per sempre.
L’Italia è penalizzata dal ciclo, ma ha ancora una base industriale su cui costruire.

Entrambe, tuttavia, condividono un destino europeo comune: la necessità di un nuovo equilibrio fra produttività, sostenibilità e coesione sociale. Senza una ripresa dell’industria continentale, anche le economie che oggi crescono grazie ai servizi finiranno per rallentare.
E se la manifattura è la spina dorsale d’Europa, la Spagna e l’Italia restano due vertebre dello stesso corpo — diverse nella funzione, ma entrambe essenziali al suo movimento.


Fonti principali

  • ISTAT – “Preliminary Estimate of GDP, Q2 2025”
  • INE (Instituto Nacional de Estadística) – “Contabilidad Nacional Trimestral, segundo trimestre 2025”
  • Eurostat – “GDP growth and economic indicators, Q2 2025”
  • FocusEconomics – “Spain GDP grows in Q2 2025; Italy stagnates amid weak exports”
  • Reuters / Investing.com – “Italy narrowly avoids recession as GDP stagnates”
  • European Commission – “Next Generation EU implementation reports 2025”
  • BNP Paribas Economic Research – “Italy: investment rebound supports GDP growth”, aprile 2025

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