Chi pensasse che il problema dell’acqua in Italia si riduca alla “gestione pubblica o privata” rischia di ignorare la vera questione: la tenuta infrastrutturale del sistema acquedottistico — ossia quanto sprechiamo ogni giorno, e quanto ci costa non intervenire. In questo senso, il conflitto tra “acqua bene comune” e “investimento infrastrutturale” è il filo rosso che lega tutto.

In questo articolo esploriamo tre domini che in Italia non stanno solo affiancati, ma si intrecciano:

  1. la normativa e la disponibilità teorica del capitale privato (anche estero) nella gestione idrica;
  2. la dimensione reale delle perdite d’acqua regione per regione;
  3. le stime degli investimenti necessari a “riparare” il sistema e farlo funzionare.

L’obiettivo? Capire se e come l’Italia può uscire dallo stato di “rete colabrodo” restando però fedele al principio che l’acqua sia un bene pubblico.


I. Legalità, regime pubblico e apertura al capitale estero: cosa dice il sistema normativo

1. L’impianto costituzionale e comunitario

In Italia, il quadro costituzionale pone già un pilastro importante: l’art. 43 Cost., che consente alla legge di riservare la gestione dei servizi essenziali «a fini di utilità generale» allo Stato, enti pubblici o comunità di utenti. Ma non impone che restino sempre pubblici: è una riserva di potere legislativo, non un vincolo assoluto.

Sul fronte europeo, il sistema delle direttive sugli appalti e le concessioni (es. Direttiva 2014/23/UE per le concessioni, Direttiva 2014/24/UE per gli appalti) non distingue capitali nazionali da capitali stranieri: l’“accesso al mercato” deve essere garantito alle imprese europee in parità (e in molti casi anche extra-UE, salvo deroghe pubbliche giustificate). In altre parole, nulla nel diritto europeo impedisce che un operatore estero vinca una gara per gestire un servizio idrico.

Dunque in teoria, un bacino idrico (o ATO) potrebbe essere affidato a un soggetto estero, purché vinca la gara, soddisfi i requisiti tecnici/finanziari e operi sotto la vigilanza dell’ente pubblico (EGATO) e di ARERA.

2. Le norme del servizio idrico integrato (SII)

Nel sistema italiano, il Servizio Idrico Integrato (SII) è disciplinato dal D.Lgs. 152/2006 (parte III, artt. 147-166). Il punto centrale è l’art. 149-bis, che stabilisce i modelli possibili di affidamento:

  • in house (società 100% pubbliche, controllo diretto pubblico),
  • società miste pubblico-private (partner scelto con gara),
  • affidamento a privati tramite gara.

Non c’è, dunque, un divieto esplicito di capitale privato o estero. Il vincolo vero è che, se l’ente pubblico sceglie la gestione in house, non può cedere la società a partner privati, pena la decadenza automatica dall’affidamento diretto.

Inoltre, il D.Lgs. 175/2016 (“Testo Unico partecipate”) impone che le società partecipate pubbliche rispondano a finalità di interesse pubblico e che il controllo pubblico sia mantenuto (controllo analogo). Ogni cambiamento sostanziale nell’assetto societario va notificato agli organi centrali (MEF, Corte dei Conti).

Ed è qui che si innesta la condizione di controllo pubblico obbligatorio: anche le società quotate del settore (ACEA, Hera, Iren, A2A) sono strutturate in modo che i Comuni mantengano la maggioranza con diritto di voto. Se questo equilibrio venisse meno, l’EGATO potrebbe revocare l’affidamento per perdita dei requisiti.

Un ulteriore vincolo “esterno” è il cosiddetto golden power, che dal 2021 permette al governo di intervenire su acquisizioni di controllo da parte di soggetti extra-UE in settori “strategici” (e l’acqua rientra tra essi). Ciò significa che se un fondo straniero tentasse di comprare più del 50% di una società idrica, l’operazione potrebbe essere bloccata per ragioni di sicurezza nazionale.

In pratica: nulla vieta la partecipazione estera, ma molti vincoli legali, regolatori e istituzionali rendono il “controllo estero puro” quasi impossibile in un sistema consolidato.

3. Il caso concreto: ACEA e SUEZ

Un esempio emblematico di equilibrio tra capitale pubblico e presenza estera è ACEA. Roma Capitale detiene il 51% del capitale con diritto di voto. Nel capitale ci sono anche SUEZ (Francia) con circa il 23,33% e altri azionisti privati. Questo significa che la gestione resta sotto controllo pubblico, ma con un significativo azionariato estero in una holding. Non è una gestione estera pura, ma una convivenza tra pubblico e privato. (Fonte: dati societari ACEA, profilo azionariato)

Se Roma Capitale cedesse quote fino a perdere la maggioranza, l’assetto dovrà essere rivisto dall’EGATO: l’affidamento (ATO) potrebbe decadere per perdita dei requisiti. Da qui si comprende che la questione del controllo è il nodo decisivo.


II. Quanto perdiamo? Le perdite idriche regione per regione

Se il sistema idrico fosse un cantiere, la mappa delle sue falle sarebbe questa: ogni anno perdiamo, secondo ISTAT, circa 3,4 miliardi di metri cubi d’acqua potabile — cioè il 42,4 % del volume immesso in rete (anno 2022). Senza Filtro+3Istat+3Istat+3

1. I numeri italiani, da nord a sud

Alcune evidenze chiave:

  • Le perdite sono praticamente costanti (2020: 42,2 %; 2022: 42,4 %). Istat+1
  • In valore assoluto, su 9,14 miliardi m³ prelevati per uso potabile, ne vengono immessi in rete (cioè prima delle perdite) circa 8,0 miliardi m³. Istat
  • La fase di distribuzione è quella dove le perdite si manifestano maggiormente: i 3,4 miliardi di metri cubi persi sono prima di arrivare al consumatore. Istat+2Green Report+2
  • Le gestioni “in economia” (cioè direttamente da Comuni o enti locali) registrano perdite del 45,5% dell’acqua immessa, contro il 41,9% delle gestioni specializzate. ilBollettino+1

Ma ISTAT non fornisce per ogni regione una percentuale “garantita” in tutti i rapporti divulgati; però è evidente che le regioni del Sud e delle Isole tendono a soffrire perdite maggiori, per via dell’invecchiamento delle reti, della dispersione infrastrutturale e delle caratteristiche morfologiche. (Fonti generali: ISTAT, analisi sul mezzogiorno) Documenti Camera+2Istat+2

Ad esempio:

  • Alcune fonti giornalistiche riportano che quasi la metà dell’acqua immessa negli acquedotti italiani viene persa prima di arrivare ai rubinetti (≈42,4 %) — ciò significa 3,4 mld m³. Panorama+2Green Report+2
  • Nelle Isole e nelle regioni meridionali, i problemi di rete, territoriale e dispersione risultano particolarmente pressanti. Italia Che Cambia+2Documenti Camera+2

Per avere una tabella precisa regione per regione, va costruita tramite le “Tavole regionali” dell’ISTAT (Report “Statistiche sull’acqua 2020–2024”) dove per ciascuna regione è riportato il dato di “perdite totali in distribuzione (%)”. Istat+1

2. La geografia dello spreco

Non è un caso che si parli di water service divide: le regioni del Sud e delle Isole, dove le reti sono generalmente più vetuste, la manutenzione più sporadica e le densità infrastrutturali più fragili, mostrano le inefficienze maggiori. (Dossier Camera su Servizio Idrico) Documenti Camera

Nel mio precedente ragionamento ho ipotizzato una ripartizione degli interventi: le regioni con “Δ-perdite” (cioè quanta dispersione hanno in eccesso rispetto a un target ideale) sopra i 20 punti percentuali dovrebbero attirare una quota significativa degli investimenti.


III. Quanto investire per “riparare” il sistema idrico

Le perdite sono un’emergenza strutturale, non episodica. Non bastano piccoli rattoppi: serve un piano pluriennale con risorse certe e ingenti.

1. Il livello degli investimenti oggi

Alcuni dati di riferimento utili:

  • Il Blue Book 2025 segnala che gli investimenti dei gestori industriali sono passati da circa 33 €/ab (2012) a 65 €/ab (2023). Per il 2025 si stima un investimento medio di 80 €/ab. Ricicla News+3utilitatis.org+3giornatamondialeacqua.ambrosetti.eu+3
  • In particolare, il triennio 2021-2023 ha registrato investimenti nel SII per circa 7,1 miliardi di euro; per il biennio 2024-2025 sono programmati ulteriori 13,2 miliardi di investimenti. Regionieambiente.it+1
  • Il Blue Book 2024 evidenzia che gli investimenti dei grandi gestori italiani tra 2012 e 2023 sono cresciuti del +113%. Senza Filtro+1
  • Tuttavia, persistono disuguaglianze: nel Sud e nelle Isole si investe mediamente la metà rispetto alle regioni del Centro-Nord. Questo “water divide” infrastrutturale è confermato dal Dossier della Camera sul SII. Documenti Camera

Questi numeri mostrano una tendenza favorevole: la spinta agli investimenti c’è, ma non è ancora quella necessaria per “mettere a posto la rete”.

2. Stime per il futuro: scenari plausibili

Un approccio realistico è considerare che il fabbisogno infrastrutturale nazionale sia dell’ordine di ~6 miliardi €/anno (stima che emerge da analisi settoriali e da rapporti infrastrutturali). Di questi, una parte consistente — ad esempio 25-35% — deve essere dedicata al recupero delle perdite (rinnovo rete, distrettualizzazione, telecontrollo, misuratori intelligenti).

Se assumiamo un 30% del fabbisogno complessivo:

  • 6 mld €/anno × 30% = 1,8 mld €/anno per interventi anti-perdita.
  • Se si accelera e si sale a 35%: 6 × 35% = 2,1 mld €/anno.

Con queste cifre, in 8-10 anni si potrebbe ambire a ridurre le perdite dal ~42% attuale verso un livello più accettabile, diciamo 25–30% (con un obiettivo “ideale” 20-25%, pur sapendo che una dispersione fisiologica residua (5-10%) rimane inevitabile).

Ricordiamo: il sistema non richiede solo sostituzioni di tubi, ma una combinazione di:

  • distrettualizzazione (zone idriche ben delimitate),
  • ricerca perdite e riparazioni tempestive,
  • contatori intelligenti e telelettura,
  • monitoraggio continuo (sensori, IoT),
  • sostituzione delle reti più compromesse.

3. Allocazione geografica: chi dovrebbe ricevere di più?

Se assumessimo che i 1,8–2,1 mld disponibili siano distribuiti in base alla “sofferenza infrastrutturale”, potremmo costruire una ripartizione dove:

  • RegionI del Sud/Isole (Basilicata, Sicilia, Sardegna, Calabria, Puglia, Abruzzo, Molise) catturerebbero > 40–45% della dotazione perché presentano le perdite peggiori e reti più vetuste.
  • Regioni del Centro (Toscana, Umbria, Marche, Lazio) contribuirebbero per ~30%.
  • Regioni del Nord (Lombardia, Piemonte, Veneto, Emilia-Romagna, FVG, Trentino-AA, Valle d’Aosta) riceverebbero una quota residuale, pur necessitando interventi, perché partono da perdite meno elevate.

Questo schema rispeccherebbe il concetto di “equità infrastrutturale”: investire dove il danno è più grande.

In parallelo, il PNRR ha stanziato fondi dedicati ad acqua e perdite, e il governo ha aggiunto ulteriori risorse per il 2025. ilBollettino+1


IV. Qual è il confine tra “gestione privata totale” e “bene comune”?

Abbiamo visto che nulla nel diritto europeo proibisce che un operatore estero (o nazionale) vinca una gara per gestire il servizio idrico. Ma la realtà italiana, con la diffusione dell’in house e il requisito del controllo pubblico, rende quel confine molto robusto.

L’acqua potabile è spesso concepita come bene comune, non tanto nel senso filosofico quanto in quello gestionale: un servizio essenziale, monopolistico per natura, che non può essere soggetto a logiche pure di profitto senza vincoli stringenti.

Il rischio – se si aprisse completamente – è che l’“efficienza del mercato” diventi pretesto per demansionare investimenti sociali, ignorare territori marginali o adottare tariffe troppo aggressive verso i consumatori più deboli. Il legislatore e gli enti dovrebbero imporre clausole di universalità, controllo pubblico indirettamente garantito, obbligo di piano investimenti e penalità in caso di disservizio.

Nel bilanciamento finale, potremmo trovarci con questa scelta strategica:

  • acconsentire a un’apertura limitata (gare con obblighi stringenti) per attrarre capitale e know-how,
  • o mantenere un sistema fortemente pubblico, ma accompagnato da una rivoluzione infrastrutturale che cancelli la “rete colabrodo”.

V. Conclusione – Il punto che nessuno può ignorare

L’acqua italiana non è un tema secondario, né un manifesto ideologico. È un nodo infrastrutturale, climatico, economico e politico.

Abbiamo:

  1. mostrato che esiste un’apertura giuridica all’ingresso del capitale privato/estero, ma con vincoli severi (in house, controllo pubblico, golden power);
  2. documentato che la dispersione media nazionale è al ~42,4 % (≈ 3,4 mld m³ persi), con forti differenziali regionali; Panorama+3Istat+3Istat+3
  3. stimato che servono ordinariamente 1,8–2,1 mld €/anno per dedicarsi al recupero perdite e avviare un percorso di “riparazione del sistema”;
  4. sottolineato che gli investimenti pubblici/privati finora stanno crescendo (da 33 €/ab nel 2012 a 65 €/ab nel 2023, con prospettiva 80 €/ab nel 2025) ma non sono ancora all’altezza della sfida. giornatamondialeacqua.ambrosetti.eu+3utilitatis.org+3Ricicla News+3

La vera riforma non è solo: chi gestisce l’acqua, ma come si finanzia la manutenzione continua, come si monitora l’efficienza e come si garantisce che nessuna goccia vada persa inutilmente.

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