C’è sempre un momento, nella storia delle nazioni, in cui l’ideologia si misura con la contabilità.
La Brexit, celebrata come il ritorno all’autonomia economica del Regno Unito, avrebbe dovuto rappresentare il trionfo di una nuova “indipendenza britannica”. Eppure, a distanza di quasi un decennio dal referendum del 23 giugno 2016, la contabilità pubblica racconta una storia diversa: non quella della libertà economica, ma piuttosto della dipendenza dai mercati finanziari e della perdita di equilibrio fiscale.

È importante chiarirlo subito: il Regno Unito non ha mai rinunciato alla propria moneta. La sterlina è rimasta la valuta nazionale anche durante gli anni di appartenenza all’Unione Europea, e la Bank of England ha sempre esercitato la piena autonomia nella politica monetaria.
Ciò che la Brexit ha realmente modificato non è stato l’assetto monetario, ma il quadro di cooperazione economica, normativa e commerciale che sosteneva la stabilità britannica.


1. Il contesto pre-Brexit: una stabilità imperfetta ma sostenibile

Nel periodo compreso tra il 2010 e il 2016, il Regno Unito appariva come un Paese solido, pur con un debito pubblico in crescita dopo la crisi del 2008.
Il rapporto debito/PIL oscillava attorno all’85-88 %, un valore alto ma gestibile, mentre i rendimenti dei titoli decennali (“gilt”) si attestavano su livelli storicamente bassi: circa l’1,3 % nel 2016, segno di fiducia e di credibilità fiscale.

Londra rappresentava allora il grande centro finanziario d’Europa, con un flusso costante di capitali in entrata, un tasso di crescita del PIL reale di circa +2,1 % annuo, e un mercato del lavoro in espansione.
In altre parole, il sistema britannico stava beneficiando della sua posizione “ponte” tra Europa e mondo anglosassone: una sovranità condivisa, ma produttiva.


2. L’illusione dell’autonomia e la realtà del debito

Con la Brexit, la narrazione cambiò radicalmente.
La promessa politica di “riprendere il controllo” sui confini e sull’economia non si tradusse in un vantaggio concreto. Al contrario, la nuova fase post-2016 coincise con una progressiva perdita di fiducia internazionale.

Il rapporto debito/PIL, che prima della Brexit sembrava in via di stabilizzazione, tornò a crescere costantemente, fino a superare il 96 % nel 2024 e sfiorare il 100 % nel 2025 (fonte: ONS, “Public Sector Finances, August 2025”).
Nel frattempo, l’area euro — spesso accusata di rigidità fiscale — ha mostrato un’evoluzione più equilibrata: il debito medio dei Paesi membri è sceso da 90,4 % nel 2016 a circa 88 % nel 2025 (Eurostat).

Questa divergenza percentuale, apparentemente modesta, rappresenta però una frattura profonda nel modello economico: l’Unione Europea, pur fra mille contraddizioni, ha mantenuto un percorso di consolidamento; il Regno Unito, invece, ha dovuto ricorrere sempre più spesso all’indebitamento per sostenere spesa pubblica, welfare e politiche di sussidio.


3. Il peso crescente del costo del denaro

Il secondo elemento di rottura è il costo dell’indebitamento.
La Gran Bretagna, che nel 2015 pagava interessi ridotti grazie a tassi prossimi all’1 %, si è trovata nel 2025 con rendimenti sui gilt decennali oltre il 4,7 % (ICA EW Chart of the Week, ottobre 2025).
Ciò significa che ogni nuovo miliardo di sterline emesso pesa oggi quasi quattro volte di più rispetto a dieci anni fa.

Mentre la Banca Centrale Europea ha potuto attenuare gli shock grazie agli acquisti di titoli pubblici (PEPP e TPI), la Bank of England, isolata e priva di una rete di protezione continentale, ha dovuto muoversi da sola tra inflazione e tassi.
Il risultato? Un premio di rischio sistemico: Londra paga oggi un interesse reale superiore a quello di Francia e Germania, pur avendo rating comparabili.

In sintesi, l’illusione di una piena sovranità economica si è tradotta, paradossalmente, in una minore sovranità finanziaria, poiché il mercato — non più l’Unione Europea — detta oggi le condizioni di rifinanziamento del debito britannico.


4. Crescita, produttività e commercio: il triangolo fragile della Brexit

A rendere più pesante l’eredità della Brexit è il tema della crescita.
Dopo il 2016, il PIL reale britannico ha rallentato drasticamente: da una media del +2,1 % annuo nel periodo pre-Brexit a +1,1 % nel periodo successivo (ONS, 2025).
Il Fondo Monetario Internazionale stima che la produttività del lavoro sia oggi inferiore del 4-5 % rispetto allo scenario controfattuale “senza Brexit”.

Le esportazioni verso l’Unione Europea, che nel 2015 rappresentavano il 45 % del totale, si sono ridotte di circa 10 punti percentuali in valore reale, mentre gli investimenti diretti esteri (IDE) sono crollati di oltre 60 % rispetto ai livelli pre-referendum.
Il Regno Unito, una volta hub finanziario e logistico per l’intero continente, si è trovato a competere da solo in un mercato globale più incerto, con costi doganali e barriere normative che hanno eroso margini e competitività.


5. Confronto sintetico con l’area euro

Indicatore macroeconomicoRegno Unito 2016Regno Unito 2024Area Euro 2016Area Euro 2024Tendenza UKTendenza UE
Rapporto Debito/PIL87 %97 %90 %88 %▲ +10 pp▼ –2 pp
Rendimento titoli 10 anni1,3 %4,7 %0,6 %2,8 %▲ +3,4 pp▲ +2,2 pp
Crescita reale media PIL2,1 %1,1 %1,9 %1,6 %▼ –1,0 pp▼ –0,3 pp
Investimenti esteri netti (IDE/PIL)+4,3 %+1,5 %+3,8 %+3,6 %▼ –65 %≈ stabile

Il quadro che ne emerge è eloquente: mentre l’Europa ha contenuto i danni della crisi energetica e dell’inflazione con una governance comune, il Regno Unito ha pagato il prezzo della solitudine istituzionale.
Non è soltanto una questione di numeri, ma di modello. L’eurozona ha riscoperto, nei momenti di tensione, la forza della solidarietà fiscale; Londra, invece, ha dovuto riscoprire la durezza dei mercati.


6. Il paradosso finale: meno Unione, più dipendenza

Il grande paradosso della Brexit è che, tentando di “uscire dal sistema”, il Regno Unito vi è rimasto ancora più incatenato, ma senza strumenti di influenza.
La sterlina debole ha aggravato l’inflazione importata, le famiglie hanno visto crescere le rate dei mutui, le imprese i costi di produzione.
Il debito è aumentato, il PIL si è indebolito e il costo del capitale ha reso più difficile ogni politica espansiva.

Il progetto politico di riacquistare una presunta “sovranità economica” si è rovesciato nel suo contrario: un sistema che spende di più, cresce di meno e paga interessi più alti.
E mentre l’area euro — dopo anni di austerità — discute di flessibilità, investimenti comuni e politica industriale, Londra si trova a combattere la battaglia opposta: quella per riconquistare la fiducia dei mercati.


Conclusione

Oggi la Brexit appare come una scelta di orgoglio pagata con interessi da usura.
Non perché l’idea di autonomia sia sbagliata in sé, ma perché è stata perseguita senza un progetto di sostenibilità economica e industriale.
Il Regno Unito ha difeso il proprio simbolo — la sterlina — ma ha perso la sostanza: la stabilità che solo un mercato integrato può offrire.

In ultima analisi, l’Europa ha mostrato che la cooperazione può essere un moltiplicatore di forza, mentre la Brexit ha dimostrato che la solitudine, in economia, è un moltiplicatore di fragilità.


Fonti

  • Office for National Statistics (ONS), Public Sector Finances: August 2025, Londra, 2025
  • Eurostat, Government debt to GDP ratio – Q1 2025, Bruxelles, 2025
  • IMF, United Kingdom – Article IV Consultation, 2025
  • Bank of England, Monetary Policy Report, settembre 2025
  • Financial Times, UK Gilt Yields and Fiscal Stability, ottobre 2025
  • ICAEW, Cost of Government Borrowing – Chart of the Week, ottobre 2025
  • Reuters, UK borrowing revisions after VAT data error, 8 ottobre 2025
  • Trading Economics / OBR, UK and Eurozone Government Debt to GDP historical series, 2005–2025

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