C’è un paradosso che attraversa l’Europa e che oggi, più che mai, riemerge con forza in Germania dopo aver scosso l’Italia oltre dieci anni fa.
Il paradosso è questo: due Paesi con traiettorie demografiche simili — popolazioni che invecchiano, natalità in calo, aspettativa di vita in crescita — si ritrovano a vivere tempi diversi nella crisi del loro sistema pensionistico.
Perché?
Perché l’Italia ha dovuto intervenire con riforme lacrime e sangue nel pieno della crisi del debito, mentre la Germania ha potuto rimandare, cullandosi per anni nell’illusione che la sua forza economica bastasse a contenere l’onda d’urto demografica.
Ma oggi, i numeri dicono che anche Berlino sta entrando nella stessa tempesta.


Il dibattito tedesco: un futuro di lavoro più lungo

Negli ultimi mesi, la stampa internazionale ha diffuso la notizia secondo cui in Germania si starebbe pensando di portare l’età pensionabile a 73 anni.
È una formula che colpisce, ma che non corrisponde alla realtà normativa.
Al momento, non esiste alcuna proposta ufficiale per spingersi fino a tale soglia.
Ciò che è vero, invece, è che il dibattito politico e tecnico tedesco sta progressivamente spostando l’asticella oltre i 67 anni, già previsti come limite legale a partire dal 2031.

La riforma in corso, il “Rentenpaket II”, approvata nel 2024, rappresenta il tentativo di mantenere in equilibrio il sistema previdenziale senza scossoni traumatici.
Essa introduce un fondo generazionale — il Generationenkapital — alimentato da risorse pubbliche e investito sui mercati finanziari, con l’obiettivo di garantire nel lungo periodo una maggiore redditività ai contributi versati.
In sostanza, la Germania tenta una parziale “americanizzazione” del suo modello, aggiungendo una dose di capitalizzazione finanziaria a un impianto ancora fortemente a ripartizione.

Ma, come spesso accade, la realtà economica si muove più velocemente della prudenza politica.
La Bundesbank, il Consiglio degli Esperti Economici (Sachverständigenrat) e numerosi centri di ricerca hanno già segnalato che questa misura, da sola, non basterà.
Il fondo generazionale potrà produrre rendimenti nel lungo periodo, ma non compenserà l’effetto immediato dell’invecchiamento: meno lavoratori, più pensionati, più spesa sociale.
E così, sempre più voci — anche tra i moderati — iniziano a parlare di un progressivo innalzamento dell’età effettiva di pensionamento, in linea con la crescita della vita media.
Non una soglia fissa di 73 anni, dunque, ma un meccanismo mobile, che nel tempo potrebbe spingersi verso i 69 o i 70 anni.

È il segnale che anche la Germania, nonostante la sua solidità, sta scoprendo le stesse fragilità che l’Italia conobbe nel 2011.


L’Italia e la stagione delle riforme “lacrime e sangue”

L’Italia arrivò prima, ma non per lungimiranza: fu costretta.
Quando nel 2011 il governo Monti approvò la riforma Fornero (Legge n. 214/2011), lo fece nel pieno di una crisi di fiducia che aveva portato i tassi sui titoli di Stato a oltre il 7% e minacciava la tenuta stessa dell’euro.
Il nostro sistema pensionistico era considerato insostenibile: la spesa previdenziale superava il 15% del PIL, mentre il debito pubblico correva verso livelli record.

La riforma, durissima e immediata, alzò l’età pensionabile a 67 anni e introdusse l’adeguamento automatico all’aspettativa di vita, sancendo di fatto il principio che più a lungo si vive, più tardi si va in pensione.
Fu, per usare le parole di molti osservatori, una riforma “lacrime e sangue”, ma anche un atto di salvezza finanziaria.
Non si trattò solo di mettere in sicurezza i conti previdenziali, ma di riconquistare la fiducia dei mercati e delle istituzioni europee.

Negli anni successivi, i governi italiani tentarono di addolcire gli effetti della riforma con correttivi politici — le varie Quote 100, 102 e 103 — che offrirono uscite anticipate a determinate categorie di lavoratori, ma senza intaccare la struttura di fondo.
L’Italia aveva già fatto la parte più dolorosa del cammino.
Oggi la Germania si trova a dover percorrere la stessa strada, ma in un contesto macroeconomico molto diverso, dove la demografia è la vera emergenza silenziosa.


Due traiettorie demografiche gemelle

Dal punto di vista demografico, Italia e Germania sono due immagini speculari.
Entrambi i Paesi hanno un tasso di fertilità intorno a 1,2 figli per donna, ben al di sotto della soglia di sostituzione (2,1).
Entrambi vedono la quota di popolazione sopra i 65 anni superare il 23%, con proiezioni che la portano vicino al 30% entro il 2040.
E in entrambi i casi, il rapporto tra lavoratori attivi e pensionati è ormai prossimo a 2 a 1.

Questo significa che il problema non è mai stato se intervenire, ma quando.
E qui nasce la domanda cruciale:
se le traiettorie demografiche sono uguali, perché l’Italia ha dovuto agire prima della Germania?


L’interrogativo: il peso della finanza più che della demografia

La risposta non sta nei dati demografici, ma in quelli finanziari.
L’Italia, nel 2011, era vulnerabile al giudizio dei mercati.
Aveva un debito pubblico sopra il 120% del PIL, una crescita stagnante e un’economia troppo debole per sostenere un sistema previdenziale così costoso.
Il rischio di default costrinse Roma a intervenire subito: la riforma Fornero non fu un gesto di lungimiranza, ma una misura d’emergenza per salvare la credibilità del Paese.

La Germania, invece, godeva di un contesto diametralmente opposto.
Dopo le riforme Hartz del 2003-2005, aveva rafforzato la competitività del suo mercato del lavoro, ridotto la disoccupazione e mantenuto un debito sotto controllo.
Quando l’Italia crollava sotto il peso dello spread, Berlino accumulava surplus commerciali e godeva di tassi d’interesse negativi.
La forza della sua economia le ha permesso di rinviare il problema, spostando nel tempo la necessità delle riforme.
Non perché la demografia fosse migliore — anzi, era già simile — ma perché i conti pubblici reggevano.

In altre parole, l’Italia ha agito per necessità finanziaria, la Germania per ora può permettersi di agire per prudenza.
Ma la direzione è la stessa, e il tempo — come sempre — non è neutrale.


Il vero nodo: rendimenti troppo bassi e troppa ripartizione

Sotto la superficie del dibattito sull’età pensionabile si nasconde un problema strutturale comune: la bassa redditività dei sistemi previdenziali europei.
In Germania, il patrimonio dei fondi pensione occupazionali rappresenta circa il 17% del PIL; in Italia ancora meno.
Negli Stati Uniti, al contrario, gli asset previdenziali (piani 401k, IRA, fondi pensione) superano il 100% del PIL.
Il modello americano combina la Social Security pubblica con una potente componente capitalizzata che beneficia dei rendimenti dei mercati finanziari.

In Europa, invece, le pensioni si basano prevalentemente sulla ripartizione: i contributi dei lavoratori attivi finanziano le prestazioni correnti.
Questo sistema, in un contesto di crescita bassa e invecchiamento rapido, si regge solo aumentando le aliquote o l’età lavorativa.
È il motivo per cui, mentre negli USA un dollaro versato in un piano pensionistico può rendere due o tre volte di più nel lungo periodo, in Europa lo stesso contributo perde valore reale.
La Germania prova ora a correggere la rotta con il suo Generationenkapital, ma le dimensioni del fondo — circa 200 miliardi in dieci anni — restano insufficienti rispetto ai fabbisogni del sistema.


Due destini che si incrociano

Ecco perché, al di là delle apparenze, Italia e Germania stanno convergendo verso la stessa meta: lavorare più a lungo per garantire la sostenibilità dei propri sistemi.
L’Italia ha già pagato il prezzo politico del suo anticipo.
La Germania si prepara ora a pagarlo in un altro modo, più graduale ma inevitabile.

La differenza sta nel tempo: l’Italia ha dovuto reagire in fretta, per salvare i conti; la Germania reagirà lentamente, per salvare l’equilibrio.
Ma entrambe si muovono nella stessa direzione: più anni di lavoro, meno rendimenti, meno figli, più pensionati.


Conclusione: la demografia non fa sconti

Quando si parla di pensioni, l’errore più comune è credere che la sostenibilità dipenda solo dall’età pensionabile.
In realtà, dipende da un equilibrio più sottile tra tre forze: demografia, produttività e fiducia finanziaria.
L’Italia è stata travolta prima perché aveva perso fiducia nei mercati; la Germania rischia ora di esserlo perché sta perdendo forza demografica e produttiva.

L’una ha vissuto la riforma come una ferita, l’altra la vivrà come un inevitabile aggiustamento.
Ma entrambe stanno scoprendo che la vera variabile non è l’età, ma il tempo.
E il tempo, nel linguaggio dell’economia, è l’unica moneta che non si può stampare.


Fonti principali

  • Legge n. 214/2011 (Riforma Fornero) – Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, 27 dicembre 2011
  • Bundesministerium für Arbeit und Soziales (BMAS)Rentenpaket II, 2024
  • Bundesbank, Monthly Report, febbraio 2024 – Demographic pressures and pension sustainability
  • Reuters, Germany approves pension reform to incentivize later retirement, 4 settembre 2024
  • The Guardian, Germany’s retirement age debate divides coalition, 5 agosto 2025
  • IPE – Investment & Pensions Europe, German economist proposes formula to increase retirement age according to life expectancy, 2023
  • OCSE, Pension Markets in Focus 2024
  • ISTATRapporto Annuale 2024; Destatis (Statistisches Bundesamt)Bevölkerungsvorausberechnung 2023
  • Banca d’Italia, Relazione Annuale 2012, capitolo “Spesa pubblica e sostenibilità del debito”

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