Negli ultimi mesi i mercati finanziari hanno assistito a un fenomeno interessante: mentre la Federal Reserve statunitense (Fed) ha avviato un ciclo di tagli ai tassi per proteggere il mercato del lavoro, la Bank of Japan (BoJ) si muove in direzione opposta, valutando ulteriori rialzi per consolidare una normalizzazione tardiva ma inevitabile. Questo doppio binario ci offre un osservatorio privilegiato per comprendere come diverse economie affrontino sfide apparentemente simili – inflazione, occupazione, crescita – con approcci radicalmente differenti.


La Federal Reserve: il peso dell’occupazione sul bilanciamento dei rischi

La Fed, nel meeting di settembre, ha deciso di ridurre di 25 punti base il tasso di riferimento, portandolo al range 4,00–4,25%. La scelta non nasce da un calo drastico dell’inflazione, che resta comunque attorno al 2,7% PCE core, dunque superiore all’obiettivo del 2%, ma piuttosto dalla crescente preoccupazione per la tenuta del mercato del lavoro.

La logica è quella del risk management: mantenere una politica troppo restrittiva significherebbe schiacciare la domanda interna e, con essa, l’occupazione. E in un Paese dove il mandato della Banca centrale è duplice – stabilità dei prezzi e piena occupazione – i segnali di raffreddamento dell’occupazione hanno un peso quasi equivalente a quelli sull’inflazione.

A complicare il quadro c’è lo shutdown del governo federale, che oscura la pubblicazione di alcuni dati macroeconomici cruciali. L’assenza di statistiche ufficiali sul lavoro e sulla produzione industriale rende le mosse della Fed più incerte, costringendola a navigare quasi “a vista”.


La Bank of Japan: il difficile ritorno alla normalità

Se la Fed ha scelto di allentare, la BoJ si muove invece lungo la traiettoria opposta. Dopo oltre un decennio di politiche ultra-espansive – con tassi negativi, controlli sulla curva dei rendimenti (YCC) e massicci acquisti di titoli pubblici – la banca centrale giapponese ha iniziato un percorso di normalizzazione graduale.

Il punto cruciale non è soltanto l’inflazione, che oggi si colloca attorno al 2,5–2,7% (Tokyo core CPI di settembre e dato nazionale di agosto), ma soprattutto la dinamica salariale. Il governatore Ueda ha più volte sottolineato che solo un incremento strutturale dei salari può garantire che l’inflazione giapponese non sia il prodotto transitorio del caro-importazioni e del cambio debole, ma un fenomeno endogeno e duraturo.

In questo contesto, la BoJ valuta ulteriori rialzi dei tassi per radicare un’inflazione stabile e, nel frattempo, ha già archiviato lo strumento dello Yield Curve Control. Tuttavia, la cautela resta elevata: i consumi interni rallentano, lo yen si mantiene debole e il rischio di destabilizzare il mercato dei JGB è sempre presente.


Due approcci, due economie

Il confronto tra Fed e BoJ non è soltanto una questione tecnica, ma riflette due diverse visioni dell’economia:

  • Negli Stati Uniti, il rischio principale percepito è la perdita di occupazione. L’inflazione, pur sopra target, è giudicata gestibile, mentre un mercato del lavoro in deterioramento potrebbe generare conseguenze sociali e politiche più difficili da contenere.
  • In Giappone, dopo decenni di deflazione, l’obiettivo è opposto: consolidare un’inflazione “buona”, trainata dalla domanda interna e dai salari. Qui il rischio non è frenare l’economia, ma perdere l’occasione di uscire definitivamente dal circolo vizioso di prezzi stagnanti e crescita debole.

Le implicazioni globali

Queste divergenze hanno conseguenze sul piano internazionale. La Fed, tagliando i tassi, rischia di indebolire il dollaro, anche se la valuta americana mantiene ancora un ruolo rifugio. La BoJ, muovendosi verso una stretta, potrebbe invece rafforzare lo yen, ma a caro prezzo per un’economia che dipende dalle esportazioni e dai consumi interni.

Sullo sfondo, gli altri attori – BCE, Bank of England, SNB – osservano e calibrano le proprie mosse. Se la Fed apre un ciclo di allentamento e la BoJ continua a normalizzare, lo scenario finanziario globale sarà caratterizzato da una maggiore volatilità nei flussi di capitale, con effetti anche sui mercati emergenti.


Conclusioni

La divergenza tra Fed e BoJ è emblematica del nostro tempo: un mondo in cui le banche centrali non agiscono più in sincrono, ma rispondono a pressioni interne specifiche. Non esiste un’unica formula di politica monetaria valida ovunque; c’è piuttosto un equilibrio instabile tra rischi globali e priorità domestiche.

Gli Stati Uniti proteggono il lavoro, il Giappone insegue salari più alti; entrambi, in fondo, cercano la stessa cosa: garantire la stabilità sociale attraverso la stabilità economica. Ma le strade percorse sono radicalmente differenti.


Fonti

  • Reuters, Italy Jan-June public deficit narrows y/y to 5.0% of GDP (2025)
  • Reuters, BofA Global Research moves Fed rate cut forecast to October (2025)
  • Reuters, BOJ’s Noguchi: need for rate hike increasing more than ever (2025)
  • Financial Times, US rush to expand LNG exports heightens fears of global gas glut (2025)
  • ANSA, sezione Economia (2025)
  • OECD, Global Economic Outlook (2025)

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