L’Europa del primo quarto del XXI secolo si trova davanti a un bivio drammatico. Da un lato, la promessa di una transizione ecologica epocale, messa nero su bianco con il Green Deal europeo e ribadita con NextGenerationEU e REPowerEU. Dall’altro, la pressione geopolitica che spinge il continente verso la difesa armata, con la NATO che ridefinisce i propri parametri e con Bruxelles che parla apertamente di una “era del riarmo”.
Il filo rosso che unisce le parole di Donald Trump, Mario Draghi e Ursula von der Leyen non è casuale: è la rappresentazione plastica di come, in pochi anni, le priorità politiche ed economiche del continente si siano rovesciate.
Trump: la sicurezza è un affare europeo
Quando Donald Trump, il 30 aprile 2024, affermò: “If Europe is not going to pay, why should we pay? They’re much more greatly affected. We have an ocean in between us. They don’t” (“Se l’Europa non paga, perché dovremmo pagare noi? Loro sono colpiti molto di più. C’è un oceano tra noi e loro, loro no”), non fece che ribadire un concetto che negli Stati Uniti attraversa trasversalmente repubblicani e democratici: la difesa europea non può essere finanziata a tempo indeterminato da Washington.
La traduzione concreta di quelle parole è arrivata nel 2025 al vertice NATO dell’Aia, dove gli alleati hanno concordato un nuovo benchmark di spesa: il 5% del PIL, articolato in un 3,5% di difesa “core” e un 1,5% di voci correlate alla sicurezza. Un salto epocale rispetto al vecchio obiettivo del 2%, che già sembrava irraggiungibile per molti Paesi membri.
Trump non ha mai usato la formula “l’Ucraina è un problema europeo”, ma la sostanza dei suoi interventi porta lì: Washington considera Kiev parte di un teatro di guerra che riguarda in prima istanza il continente, e solo in subordine gli Stati Uniti.
Draghi: il Green Deal non come dogma ma come politica industriale
Un anno prima, a Strasburgo, Mario Draghi aveva pronunciato parole altrettanto dirompenti, seppur in tutt’altro campo: “Pressing ahead with clean energy installation in a technology-neutral way… We will not be able to manage this challenge with black-and-white solutions.”
Dietro l’eleganza linguistica si cela un messaggio chiaro: la transizione verde non può essere “ideologica”, non può ridursi a un elenco di soluzioni obbligate, pena la perdita di competitività dell’industria europea. Draghi non ha mai detto in forma secca “il green ideologico è stato un errore”, ma il senso delle sue parole va proprio in quella direzione.
L’ex premier italiano propone un Green Deal riformato: meno dogmi, più neutralità tecnologica, più attenzione ai costi dell’energia, reti più robuste e procedure autorizzative snelle. In altre parole, meno ideologia e più politica industriale.
Von der Leyen: 800 miliardi per il riarmo
Nel marzo 2025 è stata Ursula von der Leyen a comporre l’ultimo tassello del mosaico. Davanti al Parlamento europeo ha annunciato il piano ReArm Europe, un pacchetto che “could mobilise close to EUR 800 billion” per rendere l’Europa “sicura e resiliente”.
“We are in an era of rearmament. And Europe is ready to massively boost its defence spending”, ha scandito la Presidente della Commissione. Non si tratta di uno slogan: dietro vi sono strumenti finanziari concreti, prestiti comunitari per 150 miliardi, leve fiscali straordinarie e un quadro che consente agli Stati membri di far crescere la spesa militare senza incorrere nelle stesse rigidità dei vincoli di bilancio che hanno frenato altre politiche.
Dal sogno verde alla realtà della difesa: il gioco delle priorità
Il confronto tra le due agende — quella verde e quella della difesa — è illuminante.
Con il Green Deal, la Commissione aveva promesso di mobilitare almeno 1.000 miliardi di euro nel decennio 2021–2030. A questo si sono aggiunti i fondi del NextGenerationEU, con oltre 800 miliardi complessivi e un vincolo minimo del 37% sulla spesa climatica, e i 210 miliardi del piano REPowerEU per liberarsi dal gas russo.
In totale, oltre 1.200 miliardi di euro preventivati per il “verde”.
Eppure, al marzo 2025, i pagamenti effettivi del RRF (Recovery and Resilience Facility) erano pari a circa 306 miliardi di euro, ovvero il 47% del totale. La Corte dei Conti europea ha più volte segnalato ritardi, rischi di sovrastima nella rendicontazione “climatica” e colli di bottiglia procedurali. Nel frattempo, i costi elevati dell’energia, l’aumento dei tassi della BCE e la dipendenza tecnologica dalla Cina hanno frenato l’attuazione della transizione.
La fotografia è chiara: gli impegni ci sono, ma l’assorbimento è lento, a tratti farraginoso, e la promessa dei mille miliardi rischia di restare incompiuta.
In parallelo, la spesa militare corre. Nel 2024 i Paesi UE hanno speso 343 miliardi di euro per la difesa, il 19% in più rispetto al 2023, e pari all’1,9% del PIL complessivo. Con il nuovo obiettivo del 5%, si apre una stagione di crescita strutturale dei bilanci militari, sostenuta da fondi straordinari come il 100 miliardi tedesco della “Zeitenwende” e dallo stesso ReArm Europe.
Una traslazione di priorità, non solo di bilancio
Formalmente, non esiste un atto che sposti i fondi non spesi per il clima verso il riarmo. I capitoli restano distinti. Ma la realtà politica è più sottile: le difficoltà della transizione verde hanno reso più semplice giustificare lo slittamento delle priorità.
Se il Green Deal incontra ostacoli burocratici, energetici e sociali, la difesa gode oggi di un consenso politico e di una flessibilità fiscale senza precedenti. Non un travaso contabile, dunque, ma un travaso di attenzione: il semaforo verde per la difesa, il giallo per la transizione.
Conclusione: la nuova gerarchia delle priorità europee
Le frasi di Trump, Draghi e von der Leyen non sono frammenti isolati. Sono i segni di una trasformazione strutturale:
- Trump ha spinto l’Europa a pagare il proprio conto di sicurezza.
- Draghi ha demistificato il Green Deal, riportandolo da ideologia a politica industriale.
- Von der Leyen ha consacrato l’era del riarmo con un piano da 800 miliardi.
Il risultato è un’Europa che non rinuncia alla transizione ecologica, ma che la subordina alle urgenze militari e geopolitiche. Non è un semplice spostamento di fondi: è un cambio di gerarchia. E come ogni cambio di gerarchia, avrà conseguenze di lungo periodo sulla struttura economica, sulla finanza pubblica e sulla stessa legittimità politica dell’Unione.

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