Introduzione
La storia contemporanea, dall’arte radicale degli anni Settanta fino alle tragedie del nostro presente, ci pone di fronte a una domanda semplice e terribile: perché gli esseri umani accettano, senza ribellarsi, violenze e atrocità che pure riconoscono come tali?
Tre casi emblematici ci aiutano a capire: la performance Rhythm 0 di Marina Abramović a Napoli nel 1974, l’esperimento di obbedienza di Stanley Milgram (Yale, 1961) e lo Stanford Prison Experiment di Philip Zimbardo (1971). Apparentemente distanti, essi condividono un filo comune: la rivelazione dei meccanismi psicologici che trasformano l’essere umano da soggetto empatico in spettatore indifferente o addirittura in carnefice.
Questi stessi meccanismi spiegano oggi la relativa passività della comunità internazionale di fronte alle stragi civili prodotte dai bombardamenti in Palestina, così come in altri teatri di guerra contemporanei.
Rhythm 0: quando l’arte diventa psicologia
Nel 1974, Abramović si offrì al pubblico dello Studio Morra di Napoli come corpo inerte e disponibile per sei ore. Su un tavolo, 72 oggetti: dal miele a una pistola carica. La regola era chiara: il pubblico poteva fare di lei ciò che voleva, senza conseguenze.
La dinamica osservata è stata tanto semplice quanto sconvolgente:
- nelle prime ore, carezze e gesti affettuosi;
- poi piccoli tagli, umiliazioni, spogliazione;
- infine, un’arma puntata alla tempia dell’artista.
Quando Abramović si rialzò, rivelandosi di nuovo persona e non oggetto, il pubblico fuggì. Non poteva sostenere lo sguardo di chi aveva subito la propria crudeltà.
La performance mostrava ciò che Gustave Le Bon aveva già scritto nella Psicologia delle folle (1895): la responsabilità individuale si dissolve nella massa. Il gruppo autorizza, la vittima non reagisce, e il limite morale cade.
L’esperimento di Milgram: obbedienza all’autorità
Nel 1961, Stanley Milgram dimostrò come la maggioranza delle persone fosse pronta a infliggere dolore potenzialmente letale a un altro essere umano se incoraggiata da un’autorità. Circa il 65% dei partecipanti arrivò a somministrare scosse elettriche di intensità massima allo “studente” (in realtà un attore).
Il meccanismo era chiaro: trasferimento di responsabilità. Non ero io a voler far male, era lo scienziato a dirmelo. Questa logica sarà la stessa invocata da molti carnefici di guerre e genocidi: “eseguivo ordini”.
L’esperimento di Zimbardo: il potere dei ruoli
Nel 1971, Philip Zimbardo simulò una prigione a Stanford. Gli studenti, divisi in guardie e prigionieri, interiorizzarono rapidamente i ruoli: le guardie diventarono sadiche, i prigionieri docili e traumatizzati. L’esperimento durò sei giorni invece di due settimane.
Qui emerge un altro meccanismo: la de-umanizzazione attraverso il ruolo sociale. La divisa, il contesto, il potere di comando trasformano persone comuni in carnefici.
Analoghe dinamiche nella guerra
La combinazione dei tre casi spiega bene la passività e la violenza nelle guerre contemporanee:
- Obbedienza all’autorità (Milgram): il soldato che bombarda un quartiere civile non pensa alla sofferenza diretta, ma all’ordine ricevuto. È lo Stato a volere l’attacco, non lui.
- Interiorizzazione del ruolo (Zimbardo): il pilota che sgancia bombe o il funzionario che autorizza un raid si percepisce come “operatore militare” e non come individuo morale.
- Passività degli spettatori (Abramović): la comunità internazionale assiste, come il pubblico di Napoli, senza intervenire. La vittima, resa oggetto, perde volto e nome.
Il caso della Palestina
I bombardamenti su Gaza degli ultimi anni, documentati da organizzazioni internazionali e media indipendenti, mostrano questa dinamica in tutta la sua crudezza:
- desensibilizzazione: le prime immagini di civili colpiti scuotono, ma col tempo si normalizzano;
- linguaggio tecnico: si parla di “danni collaterali” e “operazioni di precisione”, come se si trattasse di un videogioco;
- rimozione collettiva: indignazione momentanea seguita da inerzia politica e diplomatica.
Come nel caso di Abramović, la vittima diventa corpo su cui agire. Come in Milgram, l’obbedienza legittima l’orrore. Come in Zimbardo, i ruoli istituzionali giustificano la crudeltà.
La banalità del male oggi
Hannah Arendt, osservando il processo ad Adolf Eichmann, parlò di banalità del male: il male non nasce sempre da mostri sadici, ma da persone comuni che non pensano, che obbediscono, che interiorizzano ruoli.
Zygmunt Bauman (Modernità e Olocausto) aggiungeva che la burocrazia moderna rende più facile la violenza: dividere i compiti, nascondere la responsabilità, spezzare il nesso tra azione e conseguenza.
Judith Butler (Vite precarie) ci ricorda infine che alcune vite sono considerate “più degne di lutto” di altre: la morte di un occidentale scuote, quella di un bambino palestinese spesso resta un numero in un bollettino.
Conclusione
Ciò che accadde nello Studio Morra di Napoli nel 1974, nei laboratori di Yale e Stanford, e oggi nelle macerie di Gaza è la manifestazione di uno stesso fenomeno: la fragilità della coscienza morale di fronte al potere, ai ruoli sociali, all’inerzia collettiva.
La lezione è duplice:
- per gli individui, ricordare che ogni volta che sospendiamo il giudizio personale rischiamo di diventare complici;
- per le società, capire che senza regole morali condivise e senza responsabilità diffusa, la violenza troverà sempre spazio per imporsi.
Abramović, col suo corpo ferito, ci aveva già avvertito: basta poco perché il confine tra cura e crudeltà venga oltrepassato. E la guerra, con le sue vittime innocenti, non fa che riproporre su scala immensa quel che accadde in una piccola sala di Napoli cinquant’anni fa.

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