In Italia, il dibattito su come lo Stato debba intervenire nei confronti dei grandi profitti di banche e imprese energetiche oscilla tra due strumenti: da un lato la tassazione straordinaria degli extraprofitti, dall’altro la leva più tecnica e silenziosa dei buy-back, ovvero il riacquisto di azioni proprie. Due strumenti molto diversi, che generano effetti radicalmente opposti sull’economia reale.
Lo strumento del buy-back: entrate senza distorsioni
Il buy-back è un’operazione in cui una società — sia essa una banca o un colosso energetico — utilizza i propri utili per riacquistare sul mercato parte delle azioni in circolazione. Per lo Stato, il beneficio è triplice:
- Gettito fiscale immediato sulle plusvalenze realizzate dagli azionisti che vendono le azioni riacquistate, tassate in Italia al 26%.
- Effetto sui dividendi futuri: con meno azioni in circolazione, ciascuna quota riceve più dividendi, che a loro volta vengono tassati al 26%.
- Entrate dirette se lo Stato è azionista: nel caso di Eni o Enel, il MEF può aderire direttamente al buy-back, incassando subito risorse fresche.
La tassa sugli extraprofitti: il rischio della traslazione sui consumatori
La scelta alternativa, introdotta in più fasi dal governo italiano, è stata quella della tassa sugli extraprofitti:
- Nel 2022 sugli energetici, colpendo i ricavi straordinari derivanti dall’aumento del prezzo del gas e dell’energia.
- Nel 2023 sulle banche, con un’aliquota del 40% sull’aumento dei margini di interesse generato dal rialzo dei tassi BCE.
L’obiettivo era redistribuire ricchezza e riportare giustizia sociale. Tuttavia, la dottrina economica insegna che in mercati oligopolistici o monopolistici — come quello bancario e quello energetico — le imprese hanno la forza per scaricare il costo della tassa sui clienti.
- Le banche hanno risposto aumentando commissioni, riducendo la remunerazione dei depositi e irrigidendo l’accesso al credito.
- Le energetiche hanno ritardato la discesa delle tariffe, proteggendo i propri margini a scapito delle famiglie.
- Secondo studi OCSE, tra il 50% e l’80% di una tassa straordinaria in settori non concorrenziali viene trasferito sui consumatori finali. Lo stesso premio Nobel Joseph Stiglitz ha parlato di “effetti regressivi della tassazione straordinaria in contesti oligopolistici, perché pagano i più deboli”.
La stessa Relazione tecnica del MEF sulla tassa extraprofitti energetici del 2022 riconosceva la possibilità di traslazione parziale sui prezzi finali. In altre parole: invece di colpire i profitti delle aziende, la tassa ha rischiato di diventare un peso indiretto su famiglie e imprese.
Buy-back vs tassa: un confronto di convenienza
| Strumento | Effetti sul MEF | Effetti sul mercato | Effetti sugli utenti |
|---|---|---|---|
| Buy-back | Entrate fiscali da plusvalenze; entrate dirette se azionista; maggiori dividendi futuri | Rafforza la quotazione, segnale di solidità | Nessun aggravio generalizzato |
| Tassa extraprofitti | Entrate straordinarie immediate ma meno stabili | Percezione di incertezza normativa, disincentivo a investimenti | Effetto traslazione su bollette, commissioni, credito |
Gli esempi concreti: Enel, Intesa e Monte Paschi
Per comprendere meglio perché il buy-back sia preferibile alla tassazione straordinaria, bastano tre esempi:
- Intesa Sanpaolo
- Nel 2025 ha annunciato un buy-back da 1,7 miliardi € (Intesa Sanpaolo Investor Relations).
- Se il 60% di questo valore rappresenta plusvalenze, il MEF incassa circa 260 milioni € di gettito fiscale.
- Lo Stato, pur non essendo azionista diretto, beneficia comunque attraverso il fisco, senza scaricare costi sui correntisti.
- Enel
- Con un buy-back fino a 2 miliardi € (Enel Press Release, 2023), lo Stato — che possiede il 23,6% tra MEF e CDP — può incassare direttamente fino a 500 milioni € se partecipa, oltre alle entrate fiscali sulle plusvalenze dei privati.
- A differenza della tassa sugli extraprofitti energetici del 2022, qui non ci sono rincari delle bollette: lo Stato guadagna senza che famiglie e imprese paghino il conto.
- Monte dei Paschi di Siena (MPS)
- Dopo le dismissioni del 2023–2024, la quota pubblica è scesa all’11,7% (WSJ).
- Un buy-back ipotetico da 1 miliardo € permetterebbe al MEF di aderire per 500 milioni, riducendo la partecipazione al 6–7% senza deprezzare il titolo sul mercato.
- In questo caso il buy-back non è solo utile: è la chiave per una privatizzazione ordinata, senza shock né per la banca né per i contribuenti.
Conclusione
Il confronto è netto:
- Il buy-back è uno strumento che unisce rigore tecnico e senso politico. Porta risorse al Tesoro, protegge le valutazioni di mercato, valorizza le partecipazioni pubbliche e non danneggia gli utenti finali.
- La tassa sugli extraprofitti, invece, pur avendo un forte valore simbolico, rischia di diventare un boomerang sociale: le banche e le utilities trasferiscono i costi a correntisti e famiglie, vanificando lo spirito redistributivo.
Per questo, in un’ottica di politica economica lungimirante, il buy-back rappresenta la strada preferibile rispetto alla tassazione straordinaria: perché porta benefici allo Stato senza alimentare nuovi squilibri sociali. Resta il nodo cruciale se attivare il buy-back anche per le azioni detenute dal MEF in un periodo, quello attuale, di incertezza e di simil economia di guerra.

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