L’economia francese si trova oggi in una posizione paradossale: una grande potenza industriale e politica europea, capace di esercitare influenza internazionale, ma al tempo stesso intrappolata in una traiettoria macroeconomica che, se non invertita, rischia di riprodurre gli squilibri già visti in Grecia e, in forma attenuata, nell’Italia del governo Monti. La questione non riguarda soltanto i numeri, ma la tenuta sociale di un Paese che storicamente reagisce in modo amplificato a qualunque compressione della domanda interna.


Il rapporto debito/PIL: il peso dello Stato

Il debito pubblico francese ha raggiunto livelli molto elevati. Secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale e di Eurostat, la traiettoria è la seguente:

  • 122 % del PIL nel 2020 (picco legato alla pandemia);
  • 115,6 % nel 2021;
  • 111,8 % nel 2022;
  • 112,5 % nel 2023;
  • 113,5 % nel 2024;
  • con proiezioni al 114,9 % nel 2025 e fino al 118,5 % nel 2027 (Macrotrends, Wikipedia Economia Francia).

Il debito nominale ha raggiunto nel giugno 2024 i 3.228 miliardi di euro, pari al 112 % del PIL, con una spesa per interessi che assorbe il 12 % del bilancio statale (Le Monde, 28 settembre 2024).

Se a questo quadro si aggiunge l’aumento dei rendimenti sui titoli di Stato francesi (OAT), segnalato dal Financial Times, emerge chiaramente il rischio: la percezione dei mercati sta cambiando, e la Francia potrebbe divenire, al pari dell’Italia, un sorvegliato speciale dell’Eurozona.


Debito privato: famiglie e imprese a confronto con l’Italia

Un elemento spesso trascurato riguarda il debito privato. Qui la Francia mostra valori nettamente più alti dell’Italia:

  • Famiglie: 62,6 % del PIL in Francia (FMI, 2023), contro il 42-45 % del PIL in Italia (Banca d’Italia, 2023).
  • Imprese non finanziarie: circa 75-80 % del PIL in Francia (Eurostat, 2023), contro il 40-45 % in Italia.
  • Debito privato totale: 140 % del PIL in Francia, contro 85-90 % in Italia.

Ciò significa che l’Italia presenta uno squilibrio concentrato quasi esclusivamente sul settore pubblico, mentre la Francia ha un’esposizione “a doppio binario”: Stato e privati. Questa differenza è cruciale. Nel caso di shock sui tassi, in Italia la resilienza del settore privato può attutire l’impatto; in Francia, al contrario, il colpo si scaricherebbe simultaneamente su famiglie, imprese e Stato.


Bilancia commerciale e domanda esterna

Il terzo grande nodo riguarda la bilancia commerciale.

  • Nel 2022 la Francia ha registrato un deficit record di −162 miliardi di euro.
  • Nel 2023 il deficit si è ridotto a −100 miliardi.
  • Nel 2024 è ulteriormente sceso a −81 miliardi, grazie al miglioramento della produzione elettrica nucleare e a un parziale recupero manifatturiero (Reuters, 7 febbraio 2025).
  • A maggio 2025, tuttavia, il saldo mensile era ancora negativo per −9,3 miliardi (TradingEconomics).

Questi numeri mostrano un Paese che non riesce a finanziare il proprio livello di consumo interno con le esportazioni. Al contrario, vive di importazioni, soprattutto energetiche e di beni intermedi, aggravando così la sua posizione estera.


Domanda interna e domanda esterna: il dilemma francese

La teoria macroeconomica suggerisce che, per correggere una bilancia commerciale cronica in deficit, un Paese debba raffreddare la domanda interna. In altri termini: ridurre i consumi e gli investimenti domestici per liberare risorse esportabili. È la cosiddetta “svalutazione interna”, adottata da Grecia e Italia dopo il 2010, non potendo contare su svalutazioni valutarie all’interno dell’eurozona.

Ma in Francia questo correttivo avrebbe un effetto dirompente.

  • In Grecia, l’austerità portò a un miglioramento parziale della bilancia commerciale, ma a un crollo del PIL del 25 % e a una disoccupazione al 27 %.
  • In Italia, con il governo Monti (2011-2013), l’austerità migliorò il saldo commerciale, ma al prezzo di una recessione profonda, di un aumento della pressione fiscale e di una crisi di consenso politico.
  • In Francia, la stessa ricetta si innesterebbe su un tessuto sociale molto più sensibile al conflitto.

La propensione francese al conflitto sociale

La Francia ha una lunga tradizione di mobilitazione popolare: dai sindacati agli studenti, fino ai movimenti spontanei. Due episodi recenti lo dimostrano:

  • i gilet jaunes (2018-2020), esplosi per l’aumento dei carburanti ma rapidamente trasformatasi in una protesta contro l’ingiustizia sociale;
  • le manifestazioni contro la riforma delle pensioni (2023), con milioni di persone in piazza per mesi.

Questo significa che, in Francia, anche un correttivo moderato alla domanda interna produrrebbe una reazione sociale amplificata, più intensa di quella vista in Italia e Grecia.


Conclusione: troppo grande per fallire, troppo fragile per stringere

La Francia si trova dunque in un paradosso:

  • Debito pubblico alto e in crescita → vincoli fiscali crescenti;
  • Debito privato tra i più elevati d’Europa → rischio diffuso di fragilità;
  • Bilancia commerciale cronicamente negativa → dipendenza da capitali esteri;
  • Tessuto sociale altamente reattivo → impossibilità di applicare austerità senza destabilizzare il Paese.

Un “correttivo alla Monti” o “alla Grecia” porterebbe sì a un miglioramento della bilancia estera, ma al prezzo di recessione economica e tensione sociale acuta, con conseguenze politiche dirompenti (rafforzamento delle forze radicali, perdita di consenso nei confronti delle istituzioni europee).

Per questo la Francia, più che ridurre la domanda interna, deve puntare su politiche industriali di rilancio dell’offerta esportabile (energia, aerospazio, green tech, lusso) e su un coordinamento europeo che le consenta di spalmare il rischio su strumenti comuni (eurobond, golden rule sugli investimenti).

La lezione è chiara: il problema non è solo economico, ma sociale. Una Francia compressa sull’interno esploderebbe nelle piazze. E questa volta non sarebbe la crisi di una periferia europea, ma il terremoto nel cuore stesso dell’Unione.


Fonti principali:


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L’economia francese si trova oggi in una posizione paradossale: una grande potenza industriale e politica europea, capace di esercitare influenza internazionale, ma al tempo stesso intrappolata in una traiettoria macroeconomica che, se non invertita, rischia di riprodurre gli squilibri già visti in Grecia e, in forma attenuata, nell’Italia del governo Monti. La questione non riguarda soltanto i numeri, ma la tenuta sociale di un Paese che storicamente reagisce in modo amplificato a qualunque compressione della domanda interna.


Il rapporto debito/PIL: il peso dello Stato

Il debito pubblico francese ha raggiunto livelli molto elevati. Secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale e di Eurostat, la traiettoria è la seguente:

  • 122 % del PIL nel 2020 (picco legato alla pandemia);
  • 115,6 % nel 2021;
  • 111,8 % nel 2022;
  • 112,5 % nel 2023;
  • 113,5 % nel 2024;
  • con proiezioni al 114,9 % nel 2025 e fino al 118,5 % nel 2027 (Macrotrends, Wikipedia Economia Francia).

Il debito nominale ha raggiunto nel giugno 2024 i 3.228 miliardi di euro, pari al 112 % del PIL, con una spesa per interessi che assorbe il 12 % del bilancio statale (Le Monde, 28 settembre 2024).

Se a questo quadro si aggiunge l’aumento dei rendimenti sui titoli di Stato francesi (OAT), segnalato dal Financial Times, emerge chiaramente il rischio: la percezione dei mercati sta cambiando, e la Francia potrebbe divenire, al pari dell’Italia, un sorvegliato speciale dell’Eurozona.


Debito privato: famiglie e imprese a confronto con l’Italia

Un elemento spesso trascurato riguarda il debito privato. Qui la Francia mostra valori nettamente più alti dell’Italia:

  • Famiglie: 62,6 % del PIL in Francia (FMI, 2023), contro il 42-45 % del PIL in Italia (Banca d’Italia, 2023).
  • Imprese non finanziarie: circa 75-80 % del PIL in Francia (Eurostat, 2023), contro il 40-45 % in Italia.
  • Debito privato totale: 140 % del PIL in Francia, contro 85-90 % in Italia.

Ciò significa che l’Italia presenta uno squilibrio concentrato quasi esclusivamente sul settore pubblico, mentre la Francia ha un’esposizione “a doppio binario”: Stato e privati. Questa differenza è cruciale. Nel caso di shock sui tassi, in Italia la resilienza del settore privato può attutire l’impatto; in Francia, al contrario, il colpo si scaricherebbe simultaneamente su famiglie, imprese e Stato.


Bilancia commerciale e domanda esterna

Il terzo grande nodo riguarda la bilancia commerciale.

  • Nel 2022 la Francia ha registrato un deficit record di −162 miliardi di euro.
  • Nel 2023 il deficit si è ridotto a −100 miliardi.
  • Nel 2024 è ulteriormente sceso a −81 miliardi, grazie al miglioramento della produzione elettrica nucleare e a un parziale recupero manifatturiero (Reuters, 7 febbraio 2025).
  • A maggio 2025, tuttavia, il saldo mensile era ancora negativo per −9,3 miliardi (TradingEconomics).

Questi numeri mostrano un Paese che non riesce a finanziare il proprio livello di consumo interno con le esportazioni. Al contrario, vive di importazioni, soprattutto energetiche e di beni intermedi, aggravando così la sua posizione estera.


Domanda interna e domanda esterna: il dilemma francese

La teoria macroeconomica suggerisce che, per correggere una bilancia commerciale cronica in deficit, un Paese debba raffreddare la domanda interna. In altri termini: ridurre i consumi e gli investimenti domestici per liberare risorse esportabili. È la cosiddetta “svalutazione interna”, adottata da Grecia e Italia dopo il 2010, non potendo contare su svalutazioni valutarie all’interno dell’eurozona.

Ma in Francia questo correttivo avrebbe un effetto dirompente.

  • In Grecia, l’austerità portò a un miglioramento parziale della bilancia commerciale, ma a un crollo del PIL del 25 % e a una disoccupazione al 27 %.
  • In Italia, con il governo Monti (2011-2013), l’austerità migliorò il saldo commerciale, ma al prezzo di una recessione profonda, di un aumento della pressione fiscale e di una crisi di consenso politico.
  • In Francia, la stessa ricetta si innesterebbe su un tessuto sociale molto più sensibile al conflitto.

La propensione francese al conflitto sociale

La Francia ha una lunga tradizione di mobilitazione popolare: dai sindacati agli studenti, fino ai movimenti spontanei. Due episodi recenti lo dimostrano:

  • i gilet jaunes (2018-2020), esplosi per l’aumento dei carburanti ma rapidamente trasformatasi in una protesta contro l’ingiustizia sociale;
  • le manifestazioni contro la riforma delle pensioni (2023), con milioni di persone in piazza per mesi.

Questo significa che, in Francia, anche un correttivo moderato alla domanda interna produrrebbe una reazione sociale amplificata, più intensa di quella vista in Italia e Grecia.


Conclusione: troppo grande per fallire, troppo fragile per stringere

La Francia si trova dunque in un paradosso:

  • Debito pubblico alto e in crescita → vincoli fiscali crescenti;
  • Debito privato tra i più elevati d’Europa → rischio diffuso di fragilità;
  • Bilancia commerciale cronicamente negativa → dipendenza da capitali esteri;
  • Tessuto sociale altamente reattivo → impossibilità di applicare austerità senza destabilizzare il Paese.

Un “correttivo alla Monti” o “alla Grecia” porterebbe sì a un miglioramento della bilancia estera, ma al prezzo di recessione economica e tensione sociale acuta, con conseguenze politiche dirompenti (rafforzamento delle forze radicali, perdita di consenso nei confronti delle istituzioni europee).

Per questo la Francia, più che ridurre la domanda interna, deve puntare su politiche industriali di rilancio dell’offerta esportabile (energia, aerospazio, green tech, lusso) e su un coordinamento europeo che le consenta di spalmare il rischio su strumenti comuni (eurobond, golden rule sugli investimenti).

La lezione è chiara: il problema non è solo economico, ma sociale. Una Francia compressa sull’interno esploderebbe nelle piazze. E questa volta non sarebbe la crisi di una periferia europea, ma il terremoto nel cuore stesso dell’Unione.


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