Quando nei titoli di giornale si legge che “solo il 17,7% dell’evasione scoperta viene effettivamente recuperata”, la percezione che ne deriva è quella di un sistema fiscale incapace di far fronte a un fenomeno strutturale. Ma come spesso accade, dietro le cifre aggregate si cela un universo ben più complesso, in cui i numeri grezzi rischiano di diventare fuorvianti se non accompagnati da un’analisi qualitativa e statistica approfondita.


Il paradosso dei record e della scarsa riscossione

Nel 2024, l’Agenzia delle Entrate ha annunciato con enfasi il recupero più alto di sempre: 33,4 miliardi di euro tra controlli e attività di riscossione coattiva (Agenzia Entrate Riscossione, 2025). Una cifra imponente, soprattutto se confrontata con i 24,7 miliardi recuperati nel 2023, di cui 19,6 miliardi derivanti da controlli ordinari e 5,1 miliardi da misure straordinarie come la rottamazione o la definizione agevolata dei ruoli (Camera dei Deputati, 2024).

Eppure, nello stesso arco temporale, il tax gap – cioè la differenza tra gettito teorico ed effettivo – si attestava a 82,4 miliardi nel 2021, in calo rispetto ai 108,4 miliardi del 2017, ma pur sempre equivalente a una manovra finanziaria (Osservatorio CPI – Università Cattolica).

Se da un lato quindi i recuperi toccano massimi storici, dall’altro lato la percentuale effettivamente incassata sul dovuto rimane marginale: solo il 17,7% delle somme iscritte a ruolo viene saldato. Una cifra che, senza ulteriori dettagli, appare desolante.


Il problema della mancanza di dati qualitativi

Il punto è che, quando si parla di evasione, ci si limita a fornire il numero complessivo delle somme “accertate” e poi quello delle somme “recuperate”. Ma in mezzo vi è un magazzino sterminato di crediti fiscali iscritti a ruolo che non potranno mai trasformarsi in incassi effettivi.

Prendiamo ad esempio il dato evidenziato da SkyTG24: solo il 20% delle cartelle viene pagato subito, un altro 25% entro 4-5 anni (grazie a rateizzazioni), mentre il resto diventa una massa quasi del tutto inesigibile (SkyTG24 Economia, 2025).

Perché? Le ragioni sono molteplici:

  • Imprese fallite o cessate, che non hanno più alcuna capacità contributiva.
  • Contribuenti deceduti senza eredi obbligati.
  • Nullatenenti cronici, sui quali ogni azione esattoriale risulta infruttuosa.
  • Contenziosi tributari che sfociano in annullamenti parziali o totali.
  • Errori formali negli accertamenti, poi corretti dallo stesso Fisco.

Eppure tutte queste somme finiscono comunque nel “magazzino fiscale”, gonfiando la percezione dell’evasione da recuperare.


Le cinque chiavi di lettura che mancano

Per rendere comprensibile la questione, bisognerebbe disporre di un sistema statistico trasparente che distingua almeno cinque dimensioni:

  1. Imposta evasa pura: quanto è mancato realmente all’Erario, separando la base imponibile dai valori gonfiati da sanzioni e interessi.
  2. Sanzioni e interessi: spesso raddoppiano o triplicano il debito, ma hanno tassi di riscossione molto più bassi.
  3. Tipologia di imposta: quanta evasione viene da IRPEF, quanta da IRES, quanta da IVA (quest’ultima da sola rappresenta circa il 40% del tax gap).
  4. Motivazioni dell’inesigibilità: morte del debitore, chiusura d’impresa, fallimento, annullamento giudiziario.
  5. Tempistiche di recupero: incasso immediato, entro 3-5 anni, oltre i 10 anni (praticamente inesigibile).

Un tale schema permetterebbe di distinguere evasione vera da credito inesigibile già in partenza.


Un esempio numerico semplificato

Immaginiamo che in un anno vengano accertati 100 miliardi di euro di evasione:

  • 60 miliardi riguardano imposta pura (capitale),
  • 40 miliardi sono sanzioni e interessi.

Di questi:

  • 30 miliardi provengono da IVA,
  • 20 miliardi da IRPEF lavoro autonomo,
  • 10 miliardi da IRES,
  • il resto da tributi locali, contributi e accise.

Ora, se andiamo a vedere l’inesigibilità strutturale:

  • 20 miliardi sono relativi a soggetti falliti o cessati,
  • 10 miliardi a nullatenenti,
  • 5 miliardi a posizioni annullate in giudizio,
  • 5 miliardi a errori formali.

Restano quindi 60 miliardi di “potenziale”. Ma di questi, secondo le statistiche reali, solo il 20% verrà pagato subito (12 miliardi), un altro 25% nei 5 anni successivi (15 miliardi) e il resto scivolerà nel magazzino.

Alla fine, i 100 miliardi di evasione nominale si riducono a 27 miliardi effettivi. Una cifra più aderente alla realtà, che spiega perché i recuperi record degli ultimi anni (24-33 miliardi) siano comunque coerenti con le percentuali di riscossione effettiva.


Conclusione: il bisogno di trasparenza

Oggi il dibattito pubblico sull’evasione fiscale si limita a due numeri: il tax gap stimato e la riscossione effettiva. Ma senza distinguere tra capitale, interessi, sanzioni e soprattutto tra crediti recuperabili e crediti fantasma, si rischia di diffondere un messaggio fuorviante.

Il magazzino dell’Agenzia della Riscossione è pieno di somme inesigibili per cause oggettive: tenerle in conto come “evasione” da recuperare equivale a inseguire un miraggio.

Serve dunque un cambio di paradigma: fornire statistiche qualitative, disaggregate per tipologia di imposta e motivazione di inesigibilità, affinché cittadini e osservatori possano capire quanto del fenomeno sia realmente contrastabile e quanto invece vada considerato perdita fisiologica di sistema.

Solo così il dibattito sull’evasione potrà uscire dal terreno della propaganda e approdare a un terreno analitico, dove i numeri, finalmente, iniziano a parlare la lingua della realtà.

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