L’analisi pubblicata oggi da Il Sole 24 Ore ha riportato alla ribalta un confronto che, per molti osservatori, ha quasi il sapore di un déjà vu storico. Così come nel 1987 il prodotto interno lordo complessivo dell’Italia superò quello del Regno Unito – il famoso “sorpasso” celebrato allora come simbolo di vitalità economica e di riscatto nazionale – oggi si assiste a un nuovo primato, questa volta sul terreno del PIL pro capite.

Secondo i dati elaborati dalla Banca Mondiale e ripresi da testate come il Daily Telegraph, l’Italia nel 2024 ha raggiunto un PIL pro capite di circa 60.847 dollari, contro i 60.620 dollari del Regno Unito (World Bank Data, 2025). Si tratta di un differenziale modesto ma significativo, che fotografa un sorpasso legato non solo alla performance economica, ma anche a dinamiche strutturali più profonde.


La dinamica demografica e l’effetto statistico

La prima variabile da considerare riguarda la popolazione. L’Italia registra da anni un calo demografico costante, con un numero di residenti in diminuzione. Questo, se da un lato rappresenta un grave problema per la sostenibilità futura del sistema produttivo e previdenziale, dall’altro tende a innalzare il rapporto tra PIL complessivo e popolazione. In altre parole, un PIL stagnante o in lieve crescita, se suddiviso tra meno cittadini, può tradursi in un valore pro capite relativamente più alto.

Il Regno Unito, al contrario, è caratterizzato da un profilo demografico più dinamico, in parte grazie all’immigrazione, che però ha l’effetto statistico opposto: la popolazione cresce più rapidamente del PIL, comprimendo il dato pro capite.


La politica economica e il ruolo del PNRR

Un altro elemento determinante è rappresentato dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) e, più in generale, dall’afflusso di fondi europei post-pandemia. L’Italia ha potuto beneficiare di una massa imponente di risorse comunitarie, che hanno sostenuto la domanda interna, gli investimenti e alcune riforme strutturali.

Il Regno Unito, al contrario, non solo non ha potuto contare su simili trasferimenti, ma ha dovuto affrontare le conseguenze della Brexit, che ha ridotto i flussi commerciali con l’Unione Europea e appesantito la burocrazia delle imprese britanniche (Office for Budget Responsibility, 2024).

È interessante notare come anche la stampa inglese abbia riconosciuto questo scarto. Il Daily Telegraph, in un recente commento, ha persino suggerito che il cancelliere Rachel Reeves dovrebbe “prendere appunti” sulle misure italiane, in particolare la riduzione del cuneo fiscale (The Telegraph, 18 agosto 2025).


Debito pubblico e oneri finanziari: l’Italia spende meno nonostante debba di più

La fotografia diventa ancor più paradossale se si confrontano debito pubblico e costo del servizio del debito. L’Italia rimane uno dei Paesi più indebitati d’Europa, con un rapporto debito/PIL superiore al 130%. Il Regno Unito si colloca intorno al 100%, ma con un aggravio molto più pesante in termini di interessi pagati ogni anno.

Il motivo risiede nella composizione del debito. Londra ha emesso negli ultimi anni una quota molto alta di titoli indicizzati all’inflazione, circa il 25% del totale. Questo meccanismo, che in teoria tutela i creditori, oggi penalizza i conti pubblici: con un’inflazione ancora al 4%, gli interessi da corrispondere si impennano, toccando i 100 miliardi di sterline annui. Roma, al contrario, ha un’esposizione all’indicizzazione limitata al 12%, riuscendo così a contenere gli esborsi (RaiNews, 19 agosto 2025).


Il contesto sociale ed economico: due modelli a confronto

Il Regno Unito paga anche il prezzo di una fase economica difficile. L’inflazione al 4%, una disoccupazione al 4,7%, e il rallentamento della crescita hanno accentuato fenomeni di marginalità e, secondo alcuni osservatori, una crescente cultura di dipendenza dal welfare in diversi centri urbani (Daily Telegraph, 2025).

L’Italia non è esente da fragilità strutturali: bassa produttività, scarsa innovazione in alcuni settori, declino demografico e rigidità burocratiche. Tuttavia, in questo frangente storico, la combinazione tra minore pressione inflazionistica e sostegni europei sembra avere offerto un vantaggio comparativo rispetto a Londra.


Le prospettive future: un primato fragile?

Gli analisti invitano comunque alla cautela. George Buckley, capo economista di Nomura, sottolinea come il Regno Unito sia destinato a crescere più dell’Italia in termini aggregati nei prossimi anni. Tuttavia, in termini di PIL pro capite, la previsione è che il nostro Paese mantenga il vantaggio almeno fino al 2026 (Nomura, Outlook 2025).

Resta il tema della sostenibilità: senza un rilancio della natalità, della produttività e della competitività internazionale, il “sorpasso” rischia di essere un successo effimero, più legato a circostanze contingenti che a un reale rafforzamento strutturale dell’economia italiana.


Conclusione: un sorpasso che invita a riflettere

Il confronto tra Italia e Regno Unito offre una doppia lezione. La prima è che le politiche economiche contano, e l’Italia, pur tra mille contraddizioni, ha saputo trarre vantaggio dal quadro europeo e contenere i costi del debito. La seconda è che il PIL pro capite, se letto senza considerare il contesto demografico, può restituire un’immagine distorta.

Non siamo di fronte a una nuova età dell’oro italiana, ma a un indicatore che riflette – oltre a una certa resilienza del tessuto produttivo – la fragilità del vicino britannico. Un sorpasso che ha più il valore di una fotografia contingente che non di un traguardo definitivo.

Eppure, proprio come nel 1987, resta il fascino simbolico di un’Italia che, nonostante i suoi nodi irrisolti, riesce ancora a sorprendere i mercati e a riportarsi al centro del dibattito europeo e internazionale.


Fonti

  • World Bank Data, 2025 – Indicatori PIL pro capite.
  • Il Sole 24 Ore, 19 agosto 2025.
  • RaiNews, “Il PIL pro capite batte quello britannico: l’Italia supera il Regno Unito”, 19 agosto 2025.
  • Daily Telegraph, agosto 2025.
  • Office for Budget Responsibility (OBR), Economic and Fiscal Outlook 2024.
  • Nomura, Global Economic Outlook 2025.

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