Introduzione
La storia delle idee è, spesso, un susseguirsi di emancipazioni: l’uomo che si libera dalle catene dell’autorità religiosa, che scioglie i vincoli corporativi e feudali, che afferma la propria centralità razionale nell’ordine del mondo. Ma ogni liberazione, se spinta oltre misura, porta con sé un paradosso: la libertà individuale, quando si traduce in pura atomizzazione, rischia di diventare perdita di senso, dispersione di conoscenze, smarrimento collettivo.
Dalla formula fisiocratica “laissez-faire, laissez-passer”, figlia dell’Illuminismo, sino all’attuale società dei social network, il filo conduttore è lo stesso: la promessa di un’inclusione universale che, dietro la facciata, cela spesso una selezione artificiale, non naturale, e un impoverimento dell’organicità sociale.
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1. Il libero arbitrio: dall’ordine divino all’autonomia razionale
Nella visione teologica medioevale, il libero arbitrio era un dono divino: l’uomo, creato ad immagine di Dio, aveva la facoltà di scegliere tra bene e male, ma sempre entro un disegno superiore. Sant’Agostino e San Tommaso d’Aquino ne avevano delineato i confini: libertà sì, ma subordinata alla Provvidenza e al fine ultimo della salvezza.
Con l’Illuminismo, il paradigma cambia. L’uomo non è più figlio di un ordine provvidenziale, ma centro razionale di un ordine naturale. La sua libertà non è più morale in senso teologico, bensì economica e politica: scegliere come produrre, commerciare, pensare. Il libero arbitrio diventa così autonomia secolarizzata, una libertà che si legittima da sé, fidandosi della ragione e delle leggi spontanee della natura.
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2. “Laissez-faire, laissez-passer”: l’Illuminismo economico
Nel XVIII secolo, i fisiocratici francesi, con Quesnay, Turgot e soprattutto Vincent de Gournay, coniano la massima “lasciar fare, lasciar passare”.
Lasciar fare: non ostacolare l’iniziativa individuale.
Lasciar passare: non frenare la circolazione di merci, capitali e persone.
È la traduzione economica dell’Illuminismo: come in natura esistono leggi universali, così anche in economia vi è un ordine spontaneo che emerge se non intralciato dallo Stato e dai privilegi mercantilisti. L’individuo, libero di agire, non distrugge la società: la compone, in un’armonia naturale.
Ma già qui si annida il rischio: l’uomo viene concepito non più come parte di una società organica (come nel mondo corporativo o feudale), bensì come atomo autonomo. La comunità si dissolve in una somma di interessi individuali, coordinata solo da una mano invisibile.
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3. Dall’organico all’atomico: la finta inclusione
La promessa era inclusiva: abbattere le barriere, rendere tutti partecipi del mercato. In realtà, il laissez-faire non elimina le disuguaglianze, ma le amplifica.
Tutti formalmente liberi, ma con mezzi materiali diversi.
Tutti inclusi in teoria, ma in pratica selezionati dal capitale, dalla nascita, dalla fortuna.
Questa è la finta inclusione: l’uguaglianza giuridica che non coincide con l’uguaglianza reale. La società organica, dove ogni membro aveva un ruolo, lascia il posto a una pletora di singoli isolati, più competitori che collaboratori.
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4. La selezione naturale e il suo fraintendimento
Charles Darwin, nell’Ottocento, spiegò che la selezione naturale rafforza la specie, premiando chi meglio si adatta all’ambiente. Il liberalismo economico adottò spesso questa metafora: i più intraprendenti e produttivi sopravvivono, gli altri si estinguono.
Ma già qui il parallelo è ingannevole: la selezione sociale non è naturale, ma condizionata da strutture economiche, poteri politici, eredità patrimoniali. Non premia i migliori, ma chi parte avvantaggiato. È una selezione artificiale mascherata da naturale.
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5. I social network: il nuovo laissez-faire digitale
Oggi viviamo la fase estrema di questa atomizzazione: i social network.
Ognuno ha voce, tutti possono parlare: libertà assoluta, inclusione universale.
Ma la selezione non avviene per merito, bensì per visibilità algoritmica: ciò che genera like, visualizzazioni, emozioni immediate prevale.
È la versione digitale del laissez-faire: formalmente inclusiva, realmente selettiva. Il sapere esperto, accumulato in secoli, viene bypassato da un’opinione improvvisata che, se premiata dal consenso rapido, diventa “verità”.
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6. La perdita della trasmissione del sapere
Nella società organica, il sapere passava dai più esperti ai più giovani: la famiglia, la scuola, le corporazioni garantivano una continuità.
Oggi la trasmissione è orizzontale e istantanea: i giovani apprendono da altri giovani, da influencer, da trend effimeri.
Risultato:
Bagaglio di conoscenze disperso: il patrimonio degli esperti non ha più canali autorevoli per imporsi.
Disorientamento cognitivo: non si distingue il vero dal falso, il duraturo dall’effimero.
Falsa selezione naturale: non sopravvive il contenuto più valido, ma quello più immediatamente gratificante.
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7. Il paradosso finale: dalla libertà alla disgregazione
La traiettoria è chiara:
Il libero arbitrio teologico → scelta morale entro l’ordine divino.
L’Illuminismo → libero arbitrio razionale entro l’ordine naturale.
Il liberalismo economico → libertà di agire come atomi nel mercato.
I social network → libertà di esprimersi in un’arena algoritmica.
Ogni fase aumenta la libertà apparente, ma rischia di diminuire la coesione reale. L’uomo, da centro della società, rischia di ridursi a profilo isolato in una moltitudine anonima, guidato non più da Dio, né dalla ragione, ma da un algoritmo che decide cosa merita di essere visto.
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Conclusione
Il motto “laissez-faire, laissez-passer” voleva essere il grido di emancipazione dell’Illuminismo: fidarsi della libertà dell’uomo e delle leggi naturali. Ma se traslato senza correttivi nel mondo contemporaneo, esso rivela il suo lato oscuro: l’atomizzazione, la falsa inclusione, la perdita del patrimonio di conoscenze.
Nei social, questa parabola si compie: i giovani, non più guidati dall’esperienza dei maestri, affidano la loro formazione a un’arena di consenso immediato che non è selezione naturale, ma artificiale. È qui che si gioca la sfida culturale del nostro tempo: ritrovare un equilibrio tra libertà individuale e trasmissione organica del sapere, affinché la moltitudine dei singoli non diventi folla disgregata, ma nuova comunità capace di custodire ed evolvere il patrimonio della conoscenza umana.

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