In Italia, il calcio professionistico vive in equilibrio instabile tra esigenze sportive e vincoli economici. A tenere in piedi i bilanci di molte società non sono tanto i ricavi strutturali — diritti televisivi, biglietteria, merchandising — quanto le plusvalenze da cessione di calciatori. È un sistema che può apparire vitale, ma che in realtà, se mal gestito, si comporta come un vortice: trascina le società verso il basso, consumando risorse tecniche e finanziarie fino all’inevitabile collasso.

1. Cos’è la plusvalenza e perché può ingannare

Dal punto di vista contabile, la plusvalenza è la differenza tra il prezzo di cessione di un calciatore e il suo valore contabile residuo a bilancio. In base ai principi OIC 24 e alle regole FIFA/FIGC, il cartellino di un calciatore è un’immobilizzazione immateriale che viene ammortizzata linearmente lungo la durata del contratto.

Esempio pratico:

  • acquisto di un calciatore a 10 milioni, contratto di 5 anni → ammortamento annuo di 2 milioni;
  • dopo 3 anni, valore contabile residuo di 4 milioni;
  • vendita a 15 milioni → plusvalenza immediata di 11 milioni.

Il problema è che questo “guadagno” è straordinario e contabilizzato in un’unica soluzione. Non è un flusso ricorrente, eppure in molti club viene pianificato come se lo fosse.


2. Il vortice vizioso delle plusvalenze

Il meccanismo patologico si sviluppa in più fasi:

  1. Ingresso nel vortice: i ricavi ordinari non bastano, quindi si coprono le perdite con una o due cessioni a fine stagione.
  2. Dipendenza: nel budget annuale si inserisce un obiettivo minimo di plusvalenze (es. 30 milioni).
  3. Accelerazione: se in un anno si incassa meno del previsto, il deficit dell’anno successivo richiede plusvalenze ancora maggiori.
  4. Artificialità: per centrare il target si ricorre a scambi di calciatori con valori gonfiati, spesso simultanei, come evidenziato nei casi Chievo Verona e Cesena (sanzionati dalla FIGC, C.U. n. 79/2018).
  5. Collasso: quando il parco giocatori cedibili si esaurisce o il mercato non assorbe le valutazioni artificiali, la società entra in crisi finanziaria.

L’Autorità di vigilanza — dalla Covisoc (FIGC) alla UEFA — ha più volte ribadito che i proventi da plusvalenze non possono sostituire stabilmente i ricavi strutturali (cfr. UEFA Club Licensing and Financial Fair Play Regulations, art. 62 e segg.).


3. Il ruolo “funzionale” dei fallimenti

In un ecosistema malato, il fallimento di una società produce un effetto paradossalmente utile alle altre:

  • I calciatori si svincolano (art. 110 NOIF).
  • Possono essere tesserati a parametro zero.
  • Se valorizzati, possono essere rivenduti, generando plusvalenze integrali (poiché il valore contabile iniziale è nullo).

È un riciclo di risorse che prolunga la sopravvivenza del sistema, ma senza risolverne la fragilità.


4. Il ciclo virtuoso: il settore giovanile

L’unico vero antidoto è il vivaio, che trasforma il concetto di plusvalenza da tappabuchi a motore di sviluppo. Il settore giovanile ben organizzato:

  • produce calciatori con costo di formazione basso;
  • genera plusvalenze integrali alla vendita;
  • assicura ricambio tecnico senza indebolire la squadra.

L’Atalanta è un esempio di questo modello: giocatori come Bastoni, Caldara, Kulusevski, Kessie sono stati valorizzati e ceduti a cifre milionarie, reinvestendo parte degli introiti in infrastrutture e scouting.
Anche realtà minori come Empoli dimostrano che un vivaio efficiente può compensare la carenza di ricavi da merchandising e diritti TV.

Normativamente, la FIGC tutela e incentiva questo percorso:

  • Premi di formazione (art. 96 NOIF).
  • Indennità di preparazione in caso di trasferimento (art. 99 NOIF).
  • Deroghe e contributi federali per le società che mantengono il settore giovanile qualificato.

5. Perché il vivaio è strategico

In un club privo di bacino d’utenza ampio, il settore giovanile è l’equivalente di una fabbrica: produce asset a basso costo, che possono essere venduti con margini altissimi e reinvestiti.
Il ciclo virtuoso segue questa sequenza:

  1. Scouting e formazione.
  2. Inserimento graduale in prima squadra.
  3. Cessione programmata al picco di mercato.
  4. Reinvestimento in vivaio e rosa competitiva.

Questo modello, a differenza del vortice vizioso, non consuma il patrimonio tecnico: lo rinnova.


6. Conclusione

Il calcio italiano può sopravvivere con le plusvalenze, ma solo se queste nascono da un processo virtuoso di valorizzazione interna. Il vortice delle plusvalenze forzate, al contrario, è un meccanismo che inevitabilmente trascina le società al collasso, con fallimenti che diventano parte integrante di un ciclo vizioso.

La differenza la fa la struttura:

  • club con vivaio e strategia → ciclo sostenibile;
  • club senza vivaio e ricavi stabili → vortice inevitabile.

Come in economia reale, il capitale umano è la vera ricchezza: nel calcio, quel capitale si forma nei campi di allenamento, non nelle righe finali del bilancio.


Fonti principali:

  • FIGC – Norme Organizzative Interne della Federazione (NOIF), artt. 96, 99, 110.
  • UEFA – Club Licensing and Financial Fair Play Regulations, 2022 ed.
  • OIC 24 – Immobilizzazioni immateriali.
  • Comunicato Ufficiale FIGC n. 79/2018 (sanzioni Chievo-Cesena per plusvalenze fittizie).
  • Covisoc – Relazioni annuali 2018–2023.
  • Bilanci ufficiali Atalanta B.C., Empoli F.C. 2018–2023.

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