In Italia, come in buona parte d’Europa, il nodo degli aeroporti secondari si fa stringente quando i conti non tornano. Scali «di provincia» che registrano dai pochi centomila a meno di un milione di passeggeri all’anno, bilanci in rosso e schiere di amministrazioni – Regioni, Comuni o Province – costrette a intervenire con ricapitalizzazioni o sovvenzioni per garantire la continuità operativa. Ma deve esistere una logica sottostante: si tratta di un investimento utile solo se l’aeroporto genera ricchezza netta per il territorio, non soltanto un flusso di spesa che esce.

Ecco perché la distinzione tra incoming (arrivi) e outgoing (partenze) non è solo accademica. Se territorio riceve più visitatori da fuori di quelli che se ne vanno, il saldo è potenzialmente positivo: c’è spesa turistica, ricavi da servizi, economia di prossimità. Altrimenti, lo scalo rischia di diventare un passacarte aeroportuale – utile solo a far uscire residenti – da finanziare con fondi pubblici.


La grande assente: i dati ufficiali

ENAC e le autorità aeronautiche non pubblicano dati dettagliati sul numero di passeggeri in incoming vs outgoing per ciascun aeroporto secondario. Questa mancanza costringe gli analisti a formule indirette, basate su tipo di rotte, stagionalità, attrattività territoriale e presenza di basi LCC — tutte indicatori utili, ma comunque stime .


Una stima qualitativa degli scali

Con quei criteri, possiamo suddividere gli aeroporti secondari italiani in tre gruppi:

  1. Incoming prevalente (≥60%)
    Scali turistici come Alghero, Trapani, Pescara, Lampedusa, Comiso, Rimini e Trieste. Qui il traffico è guidato da flussi esterni verso destinazioni marsh or cultural, supportati spesso da basi LCC.
    Esempio: Pescara cresce grazie a rotte point-to-point da Londra, Bruxelles, Düsseldorf – una domanda che non potrebbe reggersi solo sulla popolazione locale. Documenti Camera+3Camera dei Deputati+3grupposave.it+3
  2. Traffico bilanciato (45–55%)
    Scali come Genova, Ancona, Perugia, Reggio Calabria, Parma e Cuneo. Alternano flussi turistici inbound e outgoing residenti, con un equilibrio variabile per stagione o anno.
  3. Outgoing prevalente (≥60%)
    Scali con scarso appeal turistico internazionale, dove prevalgono partenze di residenti: Bolzano, Forlì, Foggia, Brescia, Grosseto, Taranto.

Quando la pubblica amministrazione porta in salvo lo scalo

Se lo scalo sostiene costi superiori ai ricavi aeronautici, il rischio di default è concreto. Anche Pescara – gestito da SAGA, quasi interamente di proprietà della Regione Abruzzo Farmindustria – non è immune.


Perché queste cifre contano

Quando la PA interviene per ripianare debiti – sia con capitali di supporto che con contributi – deve sapere dove investe i soldi del cittadino. Se lo scalo genera principalmente incoming, c’è un chiaro ritorno territoriale: flussi turistici, economia locale, lavoro. Viceversa, se lo scalo è outgoing-driven, l’aiuto pubblico alimenta la spesa che esce dal territorio, e diventa un intervento di welfare, non uno sviluppo.


Lo stato attuale senza dati ufficiali

Senza statistiche ufficiali su incoming/outgoing, l’analisi rimane nell’ambito delle percezioni o stime, anche se informate. Questo impedisce un dibattito ragionato e trasparente sull’utilizzo dei fondi pubblici. Le economie locali meritano chiarezza: se stanziamo milioni per garantire uno scalo, dobbiamo sapere se stiamo aprendo un corridoio di ricchezza o alimentando un canale di spesa verso l’esterno.


In sintesi

ApproccioIncoming-drivenOutgoing-driven
Effetto economicoPositivo per il territorioScarso o negativo
Sostegno pubblicoGiustificabile come investimentoDubbi di sostenibilità
Esempi italianiPescara (in parte), Alghero, Lampedusa, etc.Bolzano, Forlì, ecc.
Dati disponibili?Solo indiretti, ma chiare ricapitalizzazioni come segnale di rischio

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