(2005–2024: vent’anni di shopping incrociato)

Negli ultimi vent’anni, la mappa industriale italiana è stata attraversata da un moto ondoso costante: un’alternanza di ingressi e uscite di proprietà, in cui marchi storici sono passati sotto controllo straniero e, allo stesso tempo, gruppi italiani hanno acquisito brand internazionali.
Un fenomeno che, letto in sequenza storica, non è solo la somma di operazioni finanziarie, ma la fotografia della nostra posizione nell’economia globale.

1. La bilancia delle acquisizioni: i numeri

Se guardiamo al saldo, scopriamo che dal 2005 al 2024 almeno 300–400 marchi italiani — tra brand del lusso, aziende alimentari, imprese meccaniche e tecnologiche — sono passati in mani estere.
Un dato prudente, ancorato alle statistiche ufficiali e alle rassegne M&A, che già nel 2008 segnalavano oltre 250 marchi ceduti, cifra cresciuta di anno in anno.

Sul fronte opposto, le acquisizioni di marchi stranieri da parte di capitali italiani, seppur meno numerose, non sono marginali: circa 200–300 brand e asset di rilievo nel ventennio, con operazioni spesso mirate a consolidare filiere strategiche (alimentare, moda, industria, energia).

Il 2024 è emblematico per la scala del fenomeno:

  • 1.369 operazioni M&A complessive in Italia, per un valore di 73 miliardi di euro;
  • flussi di investimenti diretti esteri (IDE) pari a 26,2 miliardi inbound e 21,3 miliardi outbound nel 2023.
    Non siamo davanti a una dinamica isolata: la nostra economia è inserita in un flusso bidirezionale, in cui vendiamo e compriamo, spesso negli stessi settori.

2. I settori ceduti: la vocazione e la vulnerabilità

Analizzando la tipologia dei brand ceduti, emergono pattern costanti:

  • Moda e lusso: da Loro Piana a Bulgari, da Valentino a Gucci, il Made in Italy ha attirato gruppi francesi, americani e asiatici, interessati al valore immateriale e alla reputazione.
  • Alimentare e bevande: Parmalat, Galbani, Buitoni, Peroni… marchi che rappresentavano “pezzi di casa” sono oggi integrati in conglomerati multinazionali.
  • Meccanica e automotive: Ducati (oggi tedesca), Italcementi (francese), Indesit (americana), simboli di know-how tecnico entrati in catene produttive globali.
  • Tecnologia e TMT: qui il fenomeno è più recente, ma già visibile nelle acquisizioni di software house e aziende ICT.

Questi settori sono accomunati da due fattori: alta riconoscibilità e margini di crescita internazionale, elementi che attirano capitale estero pronto a pagare premi significativi pur di inglobare il brand.

3. I settori acquistati: l’Italia predatrice

Se cediamo eccellenze, non restiamo però immobili.
Grandi gruppi italiani hanno condotto operazioni mirate all’estero:

  • Food & Beverage: Ferrero (Thorntons, marchi Nestlé negli USA, biscotti in UK), Campari (Grand Marnier, Wild Turkey), Barilla (Wasa in Svezia, Harrys in Francia).
  • Moda e lusso: OTB di Renzo Rosso (Maison Margiela, Viktor & Rolf, Jil Sander, Amiri), Zegna (Thom Browne, Tom Ford Fashion), Prada (Versace – acquisizione 2025).
  • Industria ed energia: Prysmian (General Cable USA), Snam e Enel in asset infrastrutturali europei e latinoamericani.
  • Servizi e tecnologia: acquisizioni in TMT, logistica e consulenza, spesso meno visibili al grande pubblico.

L’approccio italiano tende a privilegiare marchi già consolidati o asset infrastrutturali in mercati maturi, piuttosto che start-up o early stage: una strategia di “espansione prudente” più che di avventura.

4. Valori e dimensioni

Il fenomeno non si misura solo in numero di brand, ma anche in valore:

  • Brand ceduti: le operazioni di lusso e alimentare hanno spesso superato il miliardo di euro, con multipli molto superiori alla media industriale.
  • Brand acquistati: nel food e nella moda, gli importi italiani non sono da meno; Ferrero ha investito oltre 6 miliardi in acquisizioni negli ultimi 10 anni, Campari più di 4 miliardi, OTB e Zegna centinaia di milioni.

In termini macro, il saldo netto in valore è lievemente negativo per l’Italia: vendiamo più “unicorni” di quanti ne acquistiamo, soprattutto se si guarda al peso simbolico e alla leadership di mercato.

5. La lettura strategica

Qui il dato finanziario incontra la geoeconomia:

  • Quando cediamo un brand, cediamo anche parte della capacità decisionale: il baricentro si sposta verso il Paese dell’acquirente, con effetti su fornitori, occupazione qualificata, R&S.
  • Quando acquistiamo all’estero, possiamo integrare filiere, accedere a mercati e tecnologie, ma dobbiamo avere la massa critica per mantenerne la competitività.

Il rischio, in assenza di una strategia industriale nazionale, è che il “pendolo” si muova in modo asimmetrico: vendite trainate dall’attrattività del Made in Italy, acquisti più lenti e meno numerosi.

6. Conclusioni: una bilancia da presidiare

Il bilancio ventennale dice che l’Italia è un Paese fortemente aperto agli investimenti esteri, ma con un apparato imprenditoriale capace di andare a caccia di asset strategici.
Il nodo è mantenere il controllo sui settori-chiave: moda, alimentare, meccanica, energia e tecnologia avanzata.
Non per chiusura protezionistica, ma per assicurare che il valore creato in Italia non si disperda altrove e che, quando entriamo noi in un brand estero, lo facciamo con visione di lungo periodo.


Fonti principali:

  • KPMG M&A 2024 – Italy Market Update
  • LSEG/Refinitiv – M&A Insights Italy 2024
  • Banca d’Italia – Statistiche IDE (Inward/Outward)
  • ICE-Istat – Imprese a controllo estero / Outward FATS
  • Business Intelligence Group – “Aziende italiane vendute a capitali esteri” (2008–2024)
  • Reuters, The Guardian – operazioni Prada–Versace, Princes–NewPrinces
  • Dati societari pubblici (Ferrero, Campari, OTB, Zegna, Prysmian)

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