Viviamo in un Paese in cui il presente è pagato col futuro. Dove il giovane paga la pensione all’anziano, confidando che un giorno qualcuno farà lo stesso per lui. È il principio del sistema a ripartizione: una catena di solidarietà intergenerazionale, fondata su una promessa. Ma nel tempo delle crisi demografiche, del lavoro precario e dell’allungamento dell’aspettativa di vita, quella promessa somiglia sempre più a una profezia tradita.
In Italia, un lavoratore dipendente versa ogni mese all’INPS circa il 33% della propria retribuzione lorda. Un terzo del proprio valore generato, ogni mese, per quarant’anni. La quota si divide tra datore di lavoro (23-24%) e lavoratore (9-10%), ma il destino di quei contributi è lo stesso: non finiscono in un salvadanaio personale, ma vengono impiegati per pagare le pensioni di chi è già in quiescenza. Il sistema funziona se il numero di lavoratori è largamente superiore a quello dei pensionati. Ma che accade se il rapporto si inverte, come accade da anni?
La matematica della fiducia
Poniamo il caso di un lavoratore medio con uno stipendio lordo mensile di 2.000 euro. Ogni anno egli e il suo datore di lavoro versano all’INPS circa 7.920 euro. In 40 anni di attività, senza considerare aumenti salariali, si parla di 316.800 euro totali di contributi. Ma se si considera una rivalutazione prudenziale dell’1,5% annuo del montante, l’importo rivalutato supera i 420.000 euro.
E quanto gli verrà restituito? Secondo il sistema contributivo puro, il montante viene trasformato in pensione attraverso un coefficiente legato all’età del pensionamento: più tardi si va in pensione, maggiore sarà la percentuale applicata. A 67 anni, ad esempio, il coefficiente è del 5,723%. Applicandolo al nostro montante rivalutato, si ottiene una pensione annua lorda di circa 24.000-25.000 euro, ovvero poco più di 2.000 euro lordi al mese, che si traducono in 1.700-1.750 euro netti, una volta applicata l’IRPEF e le addizionali.
Insomma: 40 anni di versamenti generano una pensione che spesso non copre nemmeno il 75% dell’ultima retribuzione netta percepita. E questo, va detto, in uno scenario “buono”, senza disoccupazioni prolungate, malattie o contratti a termine.
Il confronto con il modello USA
E se, invece, quei 7.920 euro annui fossero stati investiti su un mercato azionario attraverso un fondo pensione privato? È ciò che accade negli Stati Uniti, dove i sistemi 401(k) e IRA permettono di accumulare risorse personali gestite da operatori finanziari. Le performance sono legate ai rendimenti di mercato, ma su un orizzonte lungo – 30 o 40 anni – la media storica dei rendimenti è tra il 5% e il 7% annuo netto.
Prendiamo il caso conservativo: rendimento medio annuo del 5%. Il nostro lavoratore accumulerebbe, al termine dei 40 anni, un capitale di circa 956.000 euro, grazie all’effetto della capitalizzazione composta. Se decidesse di convertirlo in una rendita vitalizia prudente (4% annuo), avrebbe diritto a una pensione annua di 38.240 euro, pari a circa 3.200 euro al mese.
In pratica, una pensione quasi doppia rispetto al sistema italiano, a parità di versamenti.
Se invece il rendimento fosse stato del 6%, il montante supererebbe 1.280.000 euro e la pensione mensile si avvicinerebbe a 4.300 euro lordi, rendendo il confronto impietoso.
La vera domanda: rischio o certezza?
I sostenitori del sistema pubblico risponderebbero che il sistema a capitalizzazione è soggetto al rischio dei mercati. Ma è davvero così? In parte sì: un crollo finanziario può intaccare i rendimenti. Ma la storia dimostra che su orizzonti temporali lunghi – oltre i 20-30 anni – il mercato azionario ha sempre generato rendimenti positivi. Il problema semmai è l’instabilità occupazionale, la discontinuità contributiva, e l’insufficienza dei redditi. E qui, l’INPS non ha dimostrato di garantire di più. Tutt’altro.
Inoltre, il sistema italiano soffre di due tare strutturali:
- Demografia: il numero di lavoratori per ogni pensionato è crollato da 5 a meno di 1,5.
- Carriere discontinue: sempre più persone versano pochi contributi o lo fanno tardi.
In un tale contesto, la presunta “certezza” della pensione pubblica si appoggia su un equilibrio fragile. Non solo: la pensione viene tassata, mentre in molti paesi le rendite previdenziali hanno aliquote agevolate o sono completamente esenti (come in buona parte degli Stati USA).
Ma allora, perché non cambiare?
Il punto è politico, non tecnico. Un sistema a capitalizzazione vera sposta il potere: toglie risorse a enti pubblici e sindacati, e le affida alla persona. Significa dare a ciascun lavoratore la proprietà del proprio futuro, ma anche la responsabilità.
In Italia, si è preferito tenere tutto sotto il controllo dell’apparato pubblico: si tassa, si redistribuisce, si promette. Il risultato? Un sistema “solidale” che premia carriere continue e penalizza i giovani e i precari, e che non restituisce mai quanto si è versato, né in capitale, né in rendita.
Il cittadino italiano, rispetto al collega americano, versa di più, riceve di meno, e non ha voce in capitolo.
Conclusione: è tempo di conti (e di libertà)
Il confronto tra l’INPS e un fondo pensione privato suona come un’inaccettabile bestemmia nei salotti della previdenza pubblica. Eppure, i numeri non sono un’opinione. Un sistema basato su capitalizzazione avrebbe potuto garantire pensioni dignitose, rivalutate e soprattutto legate all’effettivo valore del lavoro.
Nel modello attuale, invece, il lavoratore è un finanziatore passivo di un sistema che gli restituirà solo una frazione del valore prodotto. È tempo di ripensare tutto: dalla natura del contributo al concetto di “diritto alla pensione”.
Perché la vera equità non si fonda sul prendere da tutti per dare a qualcuno, ma nel permettere a ciascuno di raccogliere ciò che ha seminato. E la semina, oggi, rischia di alimentare solo un raccolto sterile.
Fonti:
- INPS – Relazione Annuale 2024
- OECD Pensions at a Glance 2023
- Federal Reserve – Historical Stock Market Returns
- U.S. Department of Labor – 401(k) Plan Guide
- ISTAT – Proiezioni demografiche 2022-2070

Lascia un commento