In un contesto di stagnazione economica europea, crescente competizione fiscale internazionale e polarizzazione industriale, la Legge di Bilancio 2025 ha introdotto una misura che, seppur passata sottotraccia nel dibattito pubblico, può rivelarsi decisiva nel ridisegnare il rapporto tra impresa e Stato: la riduzione condizionata dell’aliquota IRES dal 24% al 20%. Non si tratta di uno sconto generalizzato né di una manovra elettorale, ma di una finestra fiscale che si apre solo a condizione che l’impresa decida di comportarsi da “soggetto produttivo virtuoso”: reinvestendo gli utili, innovando, e soprattutto assumendo. Una scelta che richiama, per impostazione, più l’economia sociale di mercato tedesca che il liberismo americano.

Ma procediamo con ordine.

  1. La struttura normativa: non uno sconto per tutti, ma un premio selettivo

La misura trova fondamento nella Legge 30 dicembre 2024, n. 208 (Legge di Bilancio 2025), all’articolo 6, comma 3. Il testo prevede che le imprese soggette ad IRES possano beneficiare di un’aliquota ridotta al 20% sui redditi imponibili dell’anno d’imposta 2024, a condizione che:

  • accantonino almeno l’80% degli utili di esercizio in una “riserva indisponibile”;
  • nel corso del 2025 destinino integralmente tale riserva a investimenti qualificati e a interventi di stabilizzazione o incremento dell’occupazione.

La ratio non è premiare la redditività fine a se stessa, ma l’impresa che reinveste in Italia, nell’economia reale e nella creazione di valore aggiunto diffuso. In tal senso, lo Stato si fa “azionista implicito” dell’impresa che dimostra di mettere a terra gli utili e non di trasferirli solo a dividendo.

  1. I destinatari: società di capitali e soggetti IRES in utile

Il beneficio si rivolge a tutti i soggetti passivi IRES, siano essi società per azioni, società a responsabilità limitata, cooperative, enti commerciali o consorzi. Tuttavia, di fatto, può beneficiarne solo chi:

  • produce un utile nell’anno fiscale 2024;
  • ha margine di tesoreria sufficiente per non distribuire almeno l’80% degli utili;
  • è disposto ad assoggettarsi a un vincolo di destinazione patrimoniale e operativa per l’intero esercizio successivo.

Da qui si capisce la natura “selettiva” della misura. Le imprese marginali, o quelle a elevata tensione di liquidità, difficilmente riusciranno a fruire del beneficio. Ma è proprio questa la logica: incentivare non chi sopravvive, ma chi è pronto a trasformarsi da contribuente passivo a “partner del Paese”.

  1. Il cuore del beneficio: investimenti qualificati e occupazione

La riduzione dell’aliquota al 20% non si ottiene semplicemente accantonando l’utile, ma utilizzando quella riserva per scopi ben precisi.

a) Investimenti qualificati

L’agevolazione è vincolata all’effettuazione, nel corso del 2025, di investimenti rientranti nei paradigmi Transizione 4.0 e 5.0, ovvero:

  • acquisto di beni strumentali nuovi, materiali o immateriali, interconnessi e a elevato contenuto tecnologico;
  • spese in ricerca e sviluppo, brevetti, software gestionali;
  • progetti di efficientamento energetico certificato;
  • corsi di formazione per dipendenti su competenze digitali, green e manageriali.

È un ritorno, più rigoroso, allo spirito del vecchio superammortamento, ma con vincolo di impiego diretto e mirato. Lo Stato rinuncia a una parte di gettito solo se quell’utile genera nuova capacità produttiva nazionale.

b) Occupazione stabile

L’altro pilastro della misura è l’occupazione. L’impresa deve dimostrare:

  • di aver mantenuto, nel 2025, almeno lo stesso livello di lavoratori a tempo indeterminato del 2023;
  • oppure, meglio ancora, di aver incrementato l’occupazione stabile;
  • di non aver fatto ricorso ad ammortizzatori sociali (Cassa Integrazione) nel biennio 2024–2025.

Si tratta, in altre parole, di creare valore per i lavoratori, non solo per gli azionisti. Il fisco diventa così leva per orientare non solo il profitto, ma anche la struttura sociale dell’impresa.

  1. Meccanismo operativo e controlli

L’impresa interessata dovrà:

  • indicare in dichiarazione dei redditi 2025 (Modello Redditi SC o ENC) l’importo dell’utile accantonato e l’intenzione di accedere all’IRES agevolata;
  • costituire una riserva indisponibile specifica, annotata in bilancio, e vincolata all’impiego entro il 31 dicembre 2025;
  • entro tale data, dimostrare di aver effettuato gli investimenti ammessi e mantenuto/incrementato l’occupazione.

I controlli saranno svolti da Agenzia delle Entrate (per la parte fiscale) e da INPS/INAIL (per la parte occupazionale). In caso di violazione (es. riduzione del personale, investimenti non conformi, errata contabilizzazione), il beneficio verrà revocato con:

  • recupero della differenza tra imposta ordinaria e imposta agevolata;
  • sanzioni per dichiarazione infedele e interessi moratori.
  1. Considerazioni strategiche e critiche

La misura dell’IRES al 20% è, almeno sulla carta, un passo in avanti verso un fisco “attivo”, che premia le scelte aziendali allineate agli obiettivi macroeconomici del Paese. Essa presenta vantaggi strategici:

  • riduce l’onere fiscale su chi investe e assume;
  • stimola l’accumulazione di capitale produttivo in Italia;
  • promuove un capitalismo industriale di lungo periodo, non speculativo.

Ma non mancano criticità:

  • la misura riguarda solo gli utili 2024, e potrebbe avere effetto una tantum se non prorogata;
  • è complessa, condizionata, difficile da comprendere per le PMI meno strutturate;
  • non incentiva l’imprenditore in perdita o a basso margine, escludendo parte rilevante del tessuto imprenditoriale italiano.
  1. Confronto con altre misure e con l’estero

Misure simili sono già state adottate in altri Paesi UE:

  • In Polonia, l’”Estonian tax model” prevede l’esenzione dell’imposta sugli utili reinvestiti fino a distribuzione;
  • In Germania, esistono premi fiscali per imprese che innovano e assumono;
  • In Francia, l’aliquota IRES è scesa al 25% con ulteriori riduzioni per le PMI.

Rispetto a questi modelli, la misura italiana è più condizionata, ma anche più mirata. È una selezione darwiniana a favore dell’impresa che innova e crea lavoro.

  1. Conclusione

L’IRES al 20% del 2025 è una misura intelligente ma esigente. Una mano tesa, non a tutte le imprese, ma a quelle che dimostrano fedeltà al sistema Paese. Non è un regalo, ma una scommessa reciproca. Lo Stato scommette sul fatto che quell’utile non finirà in dividendi o su mercati esteri, ma sarà usato per generare produttività e occupazione interna.

Sta ora all’impresa raccogliere la sfida. Chi si limita a sopravvivere, non sarà premiato. Chi investe e assume, invece, troverà un fisco meno ostile e più alleato.

Resta da vedere se questa norma diventerà strutturale e se sarà il primo passo verso un nuovo patto tra Stato e impresa, dove il fisco non è solo prelievo, ma leva di sviluppo. Un patto che il Paese aspetta da decenni.

Fonti:

  • Legge 30 dicembre 2024, n. 208 – Legge di Bilancio 2025
  • Relazione tecnica al disegno di legge di Bilancio, Ministero dell’Economia e delle Finanze
  • Agenzia delle Entrate – Circolare n. 1/E del 15 gennaio 2025
  • Reanda International – “Italian tax updates related to the 2025 Budget Law” (gennaio 2025)
  • Graber & Partner – IRPEF and IRES tax rates 2025
  • OCSE – Italy Economic Outlook, giugno 2025
  • Commissione Europea – Country Report Italia 2025
  • Studio Uckmar – “Diritto tributario dell’impresa”, 2023, Giuffrè Editore.

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