Nell’ultimo rapporto pubblicato in data 22 luglio 2025, a conclusione dell’Article IV Consultation, il Fondo Monetario Internazionale ha passato al setaccio le dinamiche economiche dell’Italia, pronunciandosi con una miscela calibrata di lodi, riserve e ammonimenti. L’immagine che emerge è quella di un Paese sospeso tra resilienza e vulnerabilità, tra una ripresa ancora troppo modesta e i macigni strutturali di lungo corso.

Eppure, il tono generale è lontano dal catastrofismo che a volte accompagna le valutazioni di organismi sovranazionali. Anzi, l’Italia viene descritta come un’economia “resiliente”, capace di mantenere una certa tenuta malgrado i venti contrari che soffiano sull’intera Eurozona. Ma l’ottimismo ha un prezzo: la fiducia viene concessa solo a patto che si proceda speditamente su alcune riforme strutturali che da troppo tempo giacciono nei cassetti della politica.


Il quadro macroeconomico: il Pil cresce, ma cammina

La fotografia del PIL italiano nel biennio 2023–2024 mostra una crescita dello 0,7% annuo, un dato che potrebbe sembrare anemico se non fosse collocato in un contesto globale segnato da guerra in Ucraina, instabilità energetica e postumi inflattivi post-Covid. Il vero motore di questa crescita non è la domanda interna, bensì il traino degli investimenti legati al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) e una discreta performance delle esportazioni.

Per il 2025, tuttavia, il FMI prevede un rallentamento al +0,5%, seguito da un rimbalzo moderato nel 2026 (+0,8%) e una stabilizzazione a +0,6% nel 2027. A spaventare non è tanto il ritmo lento, quanto la mancanza di carburante interno per sostenere una crescita autonoma. L’Italia, avverte l’FMI, rischia di rimanere “prigioniera” di una crescita exogena, vulnerabile agli umori dell’economia globale.


Inflazione sotto controllo: un’anomalia positiva

Una nota decisamente positiva arriva dal fronte inflattivo: dopo l’impennata del biennio 2022–2023, il tasso di inflazione è rientrato nei ranghi, attestandosi attorno all’1,7% nel 2025 e convergendo verso il target BCE del 2% entro il 2026. Questo risultato è stato favorito dalla discesa dei prezzi energetici e dalla prudenza salariale, ma rappresenta anche un termometro dell’assenza di una domanda interna particolarmente vivace.

Nel breve periodo, il contenimento dell’inflazione può apparire un successo; ma nel lungo, la bassa pressione inflattiva può riflettere una dinamica stagnante dei salari reali e una debolezza della domanda che non fa ben sperare per la crescita.


Debito e avanzo primario: la montagna e il sentiero stretto

Un passaggio centrale del documento FMI riguarda il debito pubblico italiano, ancora oggi uno dei più alti del mondo industrializzato. Al termine del 2024, grazie a un sorprendente avanzo primario e a una crescita nominale robusta, il deficit è stato inferiore alle attese. Ma il giudizio resta prudente: il debito si avvia verso una traiettoria discendente solo in presenza di disciplina fiscale costante e riforme profonde.

Qui si apre uno spartiacque politico: il Fondo invita il governo italiano ad abbandonare logiche di spesa assistenziale non selettiva e a concentrare gli sforzi su misure di crescita strutturale, rivedendo anche alcune scelte “populiste”, come la flat tax per le partite IVA e la frammentazione del sistema di detrazioni e bonus.


Il vero nodo: le zavorre strutturali

Il capitolo più severo dell’analisi riguarda le zavorre strutturali che frenano da decenni il potenziale italiano. Il Fondo ne elenca diverse, tutte già note, ma che nel loro insieme formano una catena difficile da spezzare:

  • Produttività stagnante: il valore aggiunto per ora lavorata è cresciuto meno che in qualsiasi altro Paese OCSE negli ultimi vent’anni.
  • Invecchiamento demografico: la piramide della popolazione italiana sta rapidamente capovolgendosi, e l’età mediana supera ormai i 47 anni.
  • Partecipazione femminile al lavoro: l’Italia è agli ultimi posti in Europa, complice una cronica carenza di servizi per l’infanzia e stereotipi culturali ancora radicati.
  • Dualismo Nord–Sud: le divergenze nei tassi di occupazione, reddito e qualità dei servizi tra le due macro-aree restano drammatiche.

Il FMI non si limita a diagnosticare: propone anche una roadmap di riforme che spaziano dalla revisione del sistema pensionistico (con innalzamento dell’età pensionabile) a interventi per favorire l’occupazione femminile e la formazione professionale, fino a una razionalizzazione del sistema fiscale, che appare oggi più come un labirinto che come uno strumento di giustizia redistributiva.


Il paradosso italiano: occupazione record e crescita fragile

Uno degli aspetti più interessanti del rapporto è il riconoscimento del record storico di occupati raggiunto nel 2024, con un tasso di occupazione ai massimi dal dopoguerra. Ma si tratta, avverte il Fondo, di occupazione a bassa produttività: molti nuovi posti sono stati creati in settori a basso valore aggiunto e con contratti precari.

È il classico “paradosso italiano”: aumentano gli occupati, ma non la ricchezza prodotta per unità di lavoro. In tale contesto, il salario reale stagna, e l’economia resta compressa in una sorta di trappola della mediocrità.


Le raccomandazioni (urgenti) del Fondo

Il messaggio finale del Fondo Monetario è chiaro: la finestra di opportunità aperta dal PNRR non durerà in eterno, e l’Italia ha un’occasione storica per mettere a terra investimenti, riforme e semplificazioni che possono innescare un nuovo ciclo espansivo. Le raccomandazioni sono puntuali:

  1. Completare rapidamente i progetti del PNRR, evitando ritardi burocratici e sprechi.
  2. Consolidare i conti pubblici, tagliando la spesa corrente improduttiva.
  3. Razionalizzare il sistema fiscale, eliminando distorsioni e rendendolo più progressivo.
  4. Stimolare la produttività, investendo in innovazione, digitalizzazione e formazione.
  5. Innalzare la partecipazione al lavoro, con un focus particolare su donne e giovani.
  6. Rendere più equa la distribuzione territoriale delle risorse, colmando il divario tra Nord e Sud.

Conclusione: una partita ancora aperta

Nel giudizio del FMI, l’Italia non è un Paese “malato”, ma “a rischio recidiva”. Ha mostrato una tenuta ammirevole negli ultimi anni, grazie anche a un tessuto produttivo capace di reagire alle crisi con flessibilità e creatività. Ma l’inerzia delle riforme è un pericolo più subdolo di qualsiasi shock esterno.

Fonti consultate: FMI (http://www.imf.org), ANSA, SkyTg24, Il Fatto Quotidiano, Reuters, Unimpresa, Finanza Repubblica, Article IV Report 2025

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