Mentre in Italia il primo luglio 2025 ha segnato l’ennesimo capitolo in una lunga e silenziosa guerra al contante, con l’aumento delle commissioni per i prelievi da Bancomat – anche tra istituti diversi – l’altra parte del mondo si muove in direzione opposta. In Australia, la Banca Centrale (Reserve Bank of Australia, RBA) ha avviato un processo pubblico per abolire, a partire dal 2026, i cosiddetti surcharge fees — costi aggiuntivi applicati ai consumatori al momento del pagamento con carta. Una riforma che ha il sapore di una piccola rivoluzione e che merita di essere guardata con attenzione. Perché se è vero che “seguire il denaro” è ancora oggi una chiave per comprendere il potere, allora osservare il costo dell’uso della moneta ci rivela quale visione dell’economia e del cittadino guida le scelte di uno Stato.


Il caso italiano: il contante che costa (troppo) al cittadino

In Italia, a partire dal 1° luglio 2025, le commissioni applicate per i prelievi Bancomat sono aumentate. La Banca d’Italia ha dato attuazione a una riforma che consente agli istituti di credito di applicare un costo “dinamico” al prelievo da sportelli non appartenenti al proprio circuito. Una mossa presentata come necessaria per “coprire i costi di mantenimento degli ATM”, sempre più gravosi a fronte del calo dell’uso del contante.

In realtà, come spesso accade, si maschera con ragioni tecniche un disegno politico ben più profondo: scoraggiare l’uso del denaro fisico, orientando la popolazione verso sistemi digitali tracciabili. Il tutto, si badi, in un contesto in cui già si discute dell’eliminazione dei piccoli sportelli nei centri meno popolosi, e in cui i servizi bancari – come la gestione del conto corrente – diventano sempre meno “servizi” e sempre più costi fissi da sostenere.

In questa cornice, l’aumento delle commissioni ai Bancomat rappresenta un ulteriore tassello in un puzzle che disegna un futuro senza contanti, dove la libertà di spesa del cittadino viene mediata dalla tecnologia, dall’approvazione della banca, dal funzionamento della rete o dal volere di un algoritmo.


L’Australia e la scelta opposta: meno costi, più trasparenza

E mentre in Italia il prelievo costa di più, in Australia la banca centrale si prepara ad eliminare i costi per usare la carta. La RBA ha infatti annunciato, con consultazione pubblica avviata a luglio 2025 e conclusione prevista ad agosto, un piano di riforma dei sistemi di pagamento che prevede:

  • l’abolizione delle surcharge fees: quei costi aggiuntivi applicati da commercianti o fornitori al momento del pagamento con carta, che oggi possono ammontare anche al 2-3% dell’importo;
  • una drastica riduzione delle commissioni di interscambio: cioè le fee che gli esercenti pagano alla banca emittente della carta;
  • maggiore trasparenza sui costi reali dei circuiti Visa, Mastercard, eftpos, con obbligo di pubblicazione dei dati;
  • un rafforzamento delle tutele per i pagamenti digitali, inclusa la possibilità di vietare l’applicazione di commissioni discriminatorie a chi usa carte di debito rispetto al contante.

Il tutto con un obiettivo dichiarato: abbassare il costo della moneta elettronica per il cittadino, incentivare una competizione leale tra i circuiti e rafforzare la fiducia nei mezzi di pagamento digitali. Ma, contrariamente alla retorica europea, ciò avviene non attraverso la penalizzazione del contante, bensì tramite la semplificazione del digitale.

Secondo le stime ufficiali, l’abolizione delle surcharge genererà un risparmio di oltre 1,2 miliardi di dollari australiani l’anno per i consumatori — circa 750 milioni di euro. Un impatto notevole per l’economia reale e per i bilanci familiari.


Due modelli di moneta: sorveglianza vs. servizio

L’elemento che più colpisce non è tanto la differenza tecnica tra prelievo e pagamento, tra ATM e POS, quanto la visione che soggiace a queste riforme.

In Italia, la moneta – nella sua forma fisica – è percepita come un’anomalia, una deviazione dalla “retta via” della digitalizzazione totale. L’obiettivo non dichiarato ma evidente è l’eliminazione graduale del contante, in nome di una maggiore tracciabilità, sicurezza, lotta all’evasione. Ma il prezzo è la perdita di sovranità individuale nella gestione del proprio denaro. Il cittadino non detiene più la moneta come proprietà, ma come semplice credito presso un intermediario finanziario che può limitarne l’uso.

In Australia, la RBA parte da una premessa diversa: la moneta elettronica è un servizio, e come tale non deve costare più del necessario. Lo Stato non impone, ma semplifica. Non punisce il contante, ma rende più attrattivo l’alternativo. E lo fa abbattendo i costi occulti che gravano sui cittadini: le commissioni aggiuntive, le spese bancarie, le asimmetrie informative. La moneta digitale, in questo modello, è una facilitazione, non un’imposizione.


Un effetto culturale ed economico

La differenza tra i due modelli ha riflessi ben oltre il portafoglio. Laddove la moneta diventa strumento di controllo e il suo uso è soggetto a costi arbitrari, si genera sfiducia. Il cittadino si sente estraneo alla propria economia. Le scelte monetarie sono subite, non partecipate.

In un modello in cui lo Stato assume la funzione di garante della libertà economica — anche nei mezzi di pagamento — la fiducia cresce. I sistemi sono più resilienti. Il digitale è adottato con consapevolezza, non imposto con la forza.

Non è un caso se in Australia l’inclusione finanziaria è tra le più alte al mondo, con bassi livelli di bancarizzazione coercitiva e ampia accettazione di metodi alternativi (come il sistema PayID, che consente pagamenti immediati tra conti senza passare dalle carte). La tecnologia è al servizio dell’uomo, non il contrario.


Conclusione: una moneta per dominare o per servire?

La moneta è una convenzione, sì, ma è anche un indice di libertà. Il suo uso, il suo costo, il suo accesso — tutto parla di noi come società. Quando l’accesso al proprio denaro diventa più oneroso, quando il contante viene scoraggiato e il digitale impone condizioni, allora il potere monetario si concentra in pochi nodi: banche, stati, circuiti privati.

Il caso australiano ci dimostra che un’altra via è possibile: ridurre il costo dell’uso della moneta non significa solo risparmiare, ma restituire dignità all’atto stesso del pagare. Rendere l’economia più equa, più accessibile, più trasparente.

L’Italia, invece, sembra muoversi nella direzione opposta. E il cittadino, in mezzo, non ha ancora trovato gli strumenti per difendere la propria sovranità monetaria. O, forse, deve ancora comprendere che la moneta non è solo ciò che possiede. È ciò che gli è concesso usare.


Fonti: Reserve Bank of Australia (rba.gov.au), News.com.au, Il Sole 24 Ore, Guardian Australia, Reuters, normativa Bancomat – Banca d’Italia.
Elaborazione dati: luglio 2025.

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